«L’impatto della guerra dipende da quanto durerà e quanto durerà dipende dall’impatto della guerra, ma la Bce non ha urgenza di intervenire. La situazione è molto diversa rispetto all’ultimo shock energetico del 2022 e l’idea che la politica monetaria reagisca così rapidamente mi pare eccessiva».
Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale ed ex membro del board della Bce, gioca con le parole ma il messaggio è chiaro: c’è un meccanismo bidirezionale che lega l’impatto economico del conflitto alla sua durata. «Non credo che Trump possa permettersi di arrivare all’estate», spiega. E la Bce? «Può invece permettersi di aspettare».
Anche perché il vero rischio più che l’inflazione potrebbe riguardare la crescita: «Di questo sono un po’ più preoccupato», spiega Bini Smaghi in questa intervista a Class CNBC, «e anche per tener conto di questo fattore la Bce potrebbe rimanere attendista».
Risposta. Lo trovo eccessivo. Anche perché non si può tener conto solo di qual è l’impatto dell’aumento dei prezzi energetici. Ci sono molti altri fattori che incidono sul sistema e che vanno considerati.
R. Un esempio classico è come si comporteranno le banche: continueranno a erogare credito o diventeranno più prudenti? Bisogna rispondere anche a questo tipo di domande per anticipare come si comporterà la politica monetaria e soprattutto per prevedere reazioni simili a quelle del 2022.
R. Ha la possibilità di aumentare i tassi ma non credo che lo farà subito. Preparerà i mercati e aspetterà, perché a differenza del 2022, quando ha dovuto agire rapidamente, ora può concedersi l’attesa. Nelle condizioni attuali ci si può permettere di avere un’inflazione che sale temporaneamente e vedere quale sarà l’impatto di medio periodo. Diciamo che è messa molto meglio oggi di quanto non fosse quattro anni fa, quando i prezzi del petrolio schizzarono in alto.
R. Diversi fattori. Quei fatti, per esempio, avvennero in una situazione di grande liquidità. I tassi erano addirittura negativi. Il bilancio della Bce era molto ampio. Ora partiamo da una situazione molto diversa, con una politica monetaria neutrale se non perfino un po’ restrittiva.
R. Su questo aspetto vedo sicuramente più problemi. Perché in fin dei conti, le condizioni monetarie non sono troppo ampie e l’inflazione sarà temporanea. Invece la crescita risentirà dell’aumento dei prezzi delle materie prime. Un impatto che alcuni Paesi subiranno più di altri.
R. Infatti. E il contesto non è ottimale: altri fattori stanno incidendo, come l’intelligenza artificiale e i dazi, i cui impatti si faranno sentire nei prossimi mesi. Tutti effetti ritardati di decisioni prese nello scorso anno.
R. Sì. Perché tutto questo richiede una serie di misure che puntino ad assorbire gli shock. Sono elementi di cui anche la Bce dovrà tenere conto, soprattutto perché gli spazi per intervenire da un punto di vista fiscale sono limitati. Si saprà solo nei prossimi mesi quale sarà l’impatto di tutto questo e quali margini resteranno alla politica economica.
R. Esattamente. E io credo che dal punto di vista della restrizione monetaria il rischio è che un aumento dei tassi potrebbe far aumentare gli spread, che erano scesi molto nell’ultimo periodo. Mi riferisco in particolare all’Italia, ma anche a Paesi come Spagna e Grecia.
R. Se il governo italiano manterrà la barra dritta sull’aggiustamento di bilancio, senza adottare misure troppo espansive, che peraltro sarebbero premature in questa fase, il mercato continuerà ad avere fiducia nel Paese e nell’insieme dei Paesi europei. Abbiamo visto che anche la Francia è uscita tutto sommato abbastanza bene dai recenti momenti di difficoltà e lo spread ha ripreso a ridursi. Diciamo che nel complesso l’aggiustamento per ora è stato abbastanza assorbito. Ma bisogna capire quanto durerà.
R. La guerra dipende dalle decisioni di Donald Trump, che si avvicina alle elezioni. Non credo possa tollerare prezzi della benzina elevati davanti a elettori molto poco interessati alla geopolitica e molto più preoccupati dei propri portafogli. Trump dovrà tenerne conto e sarà costretto a interrompere le operazioni belliche quando il costo in termini di consenso non sarà più accettabile. Ciò non significa che tutto tornerà rapidamente come prima, perché lo Stretto di Hormuz sarà ancora soggetto a rappresaglie e tensioni. Ma diciamo che il rapporto di causa-effetto va in entrambe le direzioni: l’impatto dipende da quanto dura e quanto dura dipende dall’impatto. (riproduzione riservata)