L’archistar: siate Nature Positive, investire nel verde è un affare da 44 trilioni di dollari
L’archistar: siate Nature Positive, investire nel verde è un affare da 44 trilioni di dollari
Parla Andreas Kipar, il paesaggista di fama internazionale e co-fondatore di Land. Più della meta del Pil mondiale dipende dal buon funzionamento degli ecosistemi. I fondi europei e i progetti per oltre 500 città italiane

di Angela Zoppo 10/07/2026 20:40

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«Per oltre un secolo abbiamo progressivamente espulso la natura dalle città; oggi dobbiamo farla rientrare. Ora, con l’entrata in vigore della Nature Restoration Regulation, gli Stati Ue stanno costruendo le proprie strategie nazionali. È un cambio di paradigma: non basta più limitare il danno ambientale, bisogna ricostruire il capitale naturale: investire nella natura significa innanzitutto ridurre il rischio economico».

Per Andreas Kipar, paesaggista di fama internazionale che ha curato anche la trasformazione dell’ex area Expo di Milano, il binomio natura-finanza è molto più immediato di quanto si possa pensare, come spiega in questa intervis???ta a MF-Milano Finanza

«Oggi gli investimenti in natura non servono solo a creare rendimento, ma anche a evitare rischi. Il World Economic Forum stima che oltre 44 trilioni di dollari di valore economico, più della metà del Pil mondiale, dipendano dal buon funzionamento degli ecosistemi. E una transizione verso un’economia Nature Positive potrebbe generare oltre 10 trilioni di dollari di nuovo valore ogni anno. Vedo crescere la consapevolezza che resilienza ambientale e competitività economica sono ormai due facce della stessa medaglia», premette.

Domanda. Lei definisce la natura una vera infrastruttura, al pari di strade o reti energetiche.

Risposta. Esattamente. Quando parliamo di infrastrutture pensiamo a strade, ferrovie, porti o reti energetiche. Oggi dobbiamo includere anche i grandi sistemi della natura. Un suolo permeabile riduce il rischio idrogeologico, gli alberi abbassano la temperatura e aumentano la resilienza climatica. La natura diventa la nuova infrastruttura delle città.

D, Entro il 2030 circa 520 Comuni italiani dovranno dotarsi di un Piano Urbano della Natura. Che cosa cambierà?

Abbiamo calcolato che circa 520 Comuni, quelli con più di 20 mila abitanti, dove vive oltre la metà della popolazione italiana, saranno chiamati a dotarsi di un Piano Urbano della Natura che metterà insieme urbanistica, mobilità, gestione dell’acqua e transizione energetica. Non saranno piani ambientali, ma piani di sviluppo del territorio.

D, Quanto vale economicamente questa trasformazione?

R. Secondo la Commissione europea serviranno investimenti tra 11 e 13 miliardi di euro l’anno per il ripristino dei suoli entro il 2030. In Europa esistono inoltre circa due milioni di ettari di brownfield, aree dismesse che rappresentano un’opportunità di rigenerazione senza consumare ulteriore suolo. Chi investe vuole conoscere la qualità ambientale del territorio in cui si insedia, perché entra nella rendicontazione Esg e nella competitività dell’impresa.

D. I fondi europei ci sono: allora perché i Comuni faticano tanto a intercettarli?

R. Esistono già programmi come Life e la European Urban Initiative. Il problema non è la disponibilità delle risorse, ma la capacità progettuale: i Comuni che costruiscono un piano complessivo riescono poi ad accedere più facilmente ai finanziamenti. Vercelli, grazie a una strategia integrata, ha intercettato circa 40 milioni di euro. Prima si costruisce la visione, poi si partecipa ai bandi.

D. Vercelli e Torino sono i suoi casi studio preferiti: cosa dimostrano davvero?

R. A Vercelli il nuovo boulevard, inizialmente contestato, è diventato il luogo più frequentato della città grazie all’ombra degli alberi. A Torino il Parco del Valentino ha ridotto del 50% le superfici asfaltate e ha accolto oltre 600 nuovi alberi. Cambia il microclima urbano e cambia il modo in cui le persone vivono gli spazi pubblici.

D. E Milano, che spesso si racconta come capitale verde d’Italia, a che punto è davvero?

R. Sono in corso numerosi progetti. Il Piano del Verde e il Piano Clima stanno introducendo interventi di depavimentazione, infrastrutture verdi e biodiversità, coinvolgendo amministrazione, cittadini e imprese. È una trasformazione che richiederà tempo, ma i primi risultati sono già visibili. Il coinvolgimento dei cittadini sarà decisivo: anche gli interventi migliori rischiano di essere percepiti negativamente se non vengono spiegati e condivisi.

D. Il 2030 si avvicina: cosa ci aspetta oltre quella scadenza?

R. Dobbiamo prenderci cura del patrimonio naturale che abbiamo. Per decenni abbiamo asfaltato, impermeabilizzato e trascurato alberi e suoli urbani. Una città più verde è una città più resiliente, più competitiva e capace di offrire una migliore qualità della vita. Dopo il 2030 non ci basterà più essere sostenibili. Dovremo essere Nature Positive. (riproduzione riservata)