A bilancio vale quasi 120 milioni di euro, comprende circa 30 mila opere raccolte in oltre cinque secoli di storia e custodisce una parte dell’identità culturale della città. Nel risiko bancario che ruota attorno a Monte dei Paschi di Siena oltre a crediti, sportelli e quote di mercato ci si prepara a giocare un’altra partita: la contesa della collezione artistica della banca più antica del mondo.
Se l’operazione lanciata da Intesa Sanpaolo dovesse andare a buon fine, con la rete Mps destinata in questo caso a finire nell’orbita di Bper attraverso Unipol, anche il patrimonio storico e artistico di Rocca Salimbeni seguirebbe il destino della banca. Una prospettiva che ha già acceso il dibattito a Siena, dove la sindaca Nicoletta Fabio ha evocato, in colloquio con questo giornale, la necessità di «restituire ai senesi» un patrimonio considerato parte integrante della storia della città.
Il valore contabile della collezione emerge dai documenti della banca. Nel bilancio 2025 le opere d’arte risultano iscritte tra le attività materiali per 119,4 milioni di euro, una cifra che è rimasta sostanzialmente invariata negli anni. Nelle strutture del duecentesco Palazzo Salimbeni, parte di un complesso di edifici fortificati, è conservata una collezione che si è ampliata nel tempo fino ad assumere la fisionomia di una vera e propria raccolta. Dipinti, sculture, oggetti d’arte, raccolte archivistiche e collezioni storiche distribuite nel castellare. Tra le opere figurano lavori di Giorgio Vasari, Giovanni di Bartolo e dei grandi maestri della scuola senese, oltre ai nuclei collezionistici legati a Palazzo Chigi Saracini.
Ma non è la prima volta che il destino di queste opere finisce al centro di una partita finanziaria. Tra il 2017 e il 2018, durante il complesso negoziato con Bruxelles che portò alla ricapitalizzazione precauzionale da quasi 4 miliardi sostenuta dallo Stato Italiano, tra le ipotesi di valorizzazione degli asset del Monte comparve anche il patrimonio artistico. In quegli anni la Commissione chiedeva alla banca una profonda ristrutturazione e la possibilità di monetizzare parte delle opere d’arte venne considerata come una delle opzioni.
Fu lì che intervennero le istituzioni senesi. La Fondazione Mps, per decenni azionista di controllo della banca ma oggi titolare di una partecipazione quasi simbolica, lanciò un appello affinché la collezione non venisse dispersa. Nello stesso periodo la Sovrintendenza mosse un passo decisivo, avviando il procedimento per vincolare come collezioni indivisibili i principali nuclei artistici della banca. L’ufficio guidato dall’architetto Anna Di Bene fece partire l’iter per rafforzare la tutela dei beni artistici della banca, partendo dalla storica Collezione Chigi Saracini.
L’obiettivo era impedire che le raccolte potessero essere smembrate o separate dai luoghi nei quali erano state formate e conservate nel corso dei secoli. Quegli stessi vincoli, oggi, renderebbero difficile un trasferimento delle opere fuori da Siena. Ma non risolvono la questione della titolarità giuridica. Se il Monte dovesse finire sotto il controllo di un altro gruppo bancario, il patrimonio artistico passerebbe formalmente nella disponibilità del nuovo azionista. In altre parole i quadri potrebbero restare a Siena ma non essere più dei senesi.
C’è però un caso che gli avvocati incaricati dalla sindaca Nicoletta Fabio stanno analizzando con attenzione: quello della Banca Popolare di Vicenza. Il percorso avviato dopo il crac ha portato le istituzioni locali, insieme al Mef e ai liquidatori, a lavorare per riportare sotto tutela pubblica le collezioni storiche legate a Palazzo Thiene, con l’obiettivo di preservarne l’integrità e il legame con il territorio. Un modello giuridico e amministrativo che, pur in un contesto profondamente diverso, viene studiato a Siena come punto di partenza per affrontare il nodo della collezione artistica di Mps in caso di successo dell’opas. (riproduzione riservata)