«Prevediamo un rallentamento dell’economia europea e un aumento dell’inflazione, con impatti negativi sulla domanda dei consumatori. Una recessione diventa più probabile quanto più a lungo lo Stretto di Hormuz rimane di fatto chiuso». È l’allarme lanciato da S&P in un report dedicato agli effetti economici della guerra con l’Iran e delle tensioni energetiche globali.
L’agenzia di rating sottolinea come il protrarsi delle interruzioni nei flussi energetici possa avere conseguenze pesanti sulla crescita europea, aggravando le difficoltà di famiglie e imprese già alle prese con tassi elevati e domanda debole.
Secondo S&P, «i flussi energetici interrotti, le prospettive economiche più deboli e il peggioramento del sentiment di mercato» porteranno a un aumento del tasso di default europeo sul debito speculative-grade, che potrebbe salire al 3,75% entro marzo 2027, rispetto al 3,3% previsto per marzo 2026.
Nello scenario più negativo, però, il deterioramento potrebbe essere ancora più marcato: «Il tasso di default potrebbe salire al 5%»,si legge nel report.
S&P delinea anche uno scenario definito «pessimistico», nel quale le interruzioni delle rotte marittime e dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz si prolungherebbero per mesi, provocando un allargamento dello stress creditizio.
Secondo gli analisti, il problema non deriverebbe soltanto dallo shock iniziale, ma soprattutto dalla sua durata, dalla carenza di beni critici, dagli effetti inflattivi di secondo livello e da condizioni di finanziamento sempre più restrittive.
In questo contesto, «il petrolio Brent potrebbe mantenersi in media intorno ai 200 dollari al barile per alcuni mesi», con ripercussioni a catena su numerosi comparti industriali.
Gli effetti più immediati riguarderebbero il comparto chimico e le compagnie aeree, particolarmente esposti all’aumento dei costi energetici. Successivamente, l’impatto si estenderebbe anche ai settori automobilistico e del trasporto marittimo.
S&P evidenzia inoltre che il calo della domanda rischia di mettere sotto pressione soprattutto gli emittenti più fragili, cioè le società con rating B- o inferiore e outlook negativo.
Il report mette infine in guardia dagli effetti della politica monetaria. Tassi di interesse più alti, necessari per contenere l’inflazione, finirebbero infatti per aggravare ulteriormente i costi delle aziende più indebitate, proprio mentre la domanda dei consumatori rallenta.
Uno scenario che, secondo S&P, potrebbe trasformare la crisi energetica in una nuova fase di forte vulnerabilità per l’economia europea. (riproduzione riservata)