L’AI secondo Sam Altman
L’AI secondo Sam Altman
Il ceo Altman a Cnbc: l’intelligenza artificiale sarà sempre più integrata nel lavoro e capace di conoscere il contesto degli utenti Da evitare una corsa incontrollata tra nazioni, come tra Cina e Usa

di di David Faber (Cnbc) 06/06/2026 02:00

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Un gigawatt di capacità di calcolo, decine di miliardi di dollari di capitale e una domanda che, secondo OpenAI, è destinata a crescere più rapidamente del calo dei costi.

Sam Altman, ceo di OpenAI, difende davanti a Cnbc la nuova corsa ai data center: non più solo modelli da interrogare, ma AI sempre attive, integrate nel lavoro e capaci di conoscere il contesto degli utenti.

Ma la partita non è solo industriale: lavoro, backlash sociale, Cina, sicurezza globale, quotazione e ritorni sugli investimenti sono già i nodi politici e finanziari della prossima fase dell’intelligenza artificiale.

Domanda. Il progetto di cui parlate è enorme: circa un gigawatt di capacità di calcolo e un investimento totale di 45-50 miliardi di dollari, con OpenAI come principale cliente. Siete sicuri che riuscirà a generare un ritorno economico adeguato?

Risposta. Siamo molto fiduciosi. Un gigawatt è una quantità enorme di compute, ma oggi capiamo meglio la domanda: quanto le persone vogliono usare i modelli, quanto stanno crescendo i ricavi della nostra azienda e dell’intero settore, e soprattutto quanto sta crescendo il valore creato dall’AI. Non siamo più nella fase del «fammi provare questo modello». Sempre più aziende ci dicono che il loro futuro dipenderà da questa tecnologia. La domanda è se possiamo garantire capacità di calcolo per molti anni.

D. Cosa ha fatto cambiare passo alla domanda? È stata la qualità dei modelli di coding?

R. Sì. I modelli di coding hanno trasformato il modo in cui le aziende lavorano, l’efficienza, la velocità con cui costruiscono prodotti, il modo in cui organizzano lo sviluppo. Sono diventati molto buoni tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 e poi hanno fatto un altro salto negli ultimi mesi. Oggi vediamo gli scienziati usare modelli e applicazioni nel processo di conoscenza.

D. Il prezzo del calcolo e dei token continua a scendere. Questo non rende più difficile giustificare investimenti così grandi?

R. Il costo scende, ma il desiderio di usare quei token a prezzi più bassi cresce ancora più velocemente. E questo ci dà fiducia. Il mondo non ha ancora capito quanta AI ogni persona e ogni azienda vorrà usare, ma molto presto questa lavorerà per ciascuno di noi in background: ci aiuterà nel lavoro, guarderà le nostre informazioni, farà tutto quello che può per aiutarci. Servirà molta più infrastruttura AI di quanto immaginiamo oggi.

D. Lei ha detto di recente che i modelli sono ancora «abbastanza stupidi», ma non lontani dal conoscere bene l’utente e il mondo.

R. Assolutamente. Prendiamo il mio lavoro. Io non riesco a stare dietro a tutte le informazioni dentro OpenAI. Non posso leggere ogni documento, né stare dietro a ogni segnalazione. Perdo idee nuove e continue possibilità di miglioramento. Un’AI sufficientemente intelligente, sempre attiva, che capisce i miei obiettivi, conosce le informazioni interne e sa cosa chiedono i clienti, potrebbe darmi consigli in un modo in cui io, da solo, non potrei fare.

D. È per questo che date priorità al computer?

R.Sì. Fin dalla nascita di OpenAI abbiamo visto che più capacità di calcolo possiamo offrire, più possiamo abbassare il costo dei servizi, rendere i modelli intelligenti e integrare l’intero stack.

In un certo senso stiamo trasformando elettricità in uno strumento utile per le persone. Più riusciamo a renderlo intelligente, abbondante, utile e capace di conoscere il contesto dell’utente, più le persone vogliono usarlo. L’obiettivo è portare prosperità attraverso l’abbondanza di AI.

D. Lei ha parlato di una grande crescita delle ricchezze, ma ancora con forti disuguaglianze. È questo il futuro verso cui ci dirigiamo?

R. Mi sembra chiaro che l’AI aumenterà enormemente la prosperità, ma le questioni di uguaglianza, equità e distribuzione richiederanno il lavoro di tutta la società, che dovrà integrare questa tecnologia e fare in modo che chiunque possa beneficiarne.

D. Sul lavoro lei in passato è stato molto prudente. Di recente però è sembrato più ottimista. Cosa l’ha fatta cambiare idea?

R. Le società che conosco e che hanno adottato di più l’AI sono anche quelle che stanno assumendo di più. Chi parla di licenziamenti a causa dell’AI, in generale, la sta adottando meno. È un modo comodo per spiegare i tagli. Ho anche sottovalutato quanto questi modelli sarebbero stati «frastagliati»: fanno alcune cose in maniera eccellente, ma non sanno ancora gestire bene compiti lunghi, complessi e supervisionati nel tempo. Le persone brave a usarli possono fare una quantità enorme di lavoro e creare molto più valore economico rispetto a chi non li usa. Ma i modelli, da soli, non bastano.

D. Quando avete presentato uno dei modelli più recenti, avete detto che superava professionisti in 44 occupazioni. Si può spiegare così il backlash.

R. Certo, ma avrei dovuto precisare che l’AI superava i professionisti in piccoli compiti dentro le 44 occupazioni. Chi usa questi strumenti sta vedendo grande crescita di produttività e salari. Ma capisco l’ansia, non si tratta di una transizione tecnologica che avviene una volta per generazione: è una delle grandi trasformazioni. Sarebbe imprudente non avere cautela.

D. C’è un backlash crescente non solo contro i data center, ma contro l’impatto sulla società. Come si combatte?

R. È una sfida enorme, ma c’è anche qualcosa di sano, perché dobbiamo avere anticorpi contro un cambiamento troppo rapido. Per questo crediamo nella strategia del rilascio iterativo: vogliamo che la società veda la tecnologia, la capisca, la discuta e reagisca. Non mi interessa costruire una super-intelligenza che persegua obiettivi non umani. Deve essere qualcosa che funziona per le persone e che abbia al centro i valori umani. La domanda che tutti si fanno è: «Quale sarà il mio ruolo nel futuro, quale il mio futuro economico, quale la mia capacità di scegliere?».

D. Quindi il problema è anche il messaggio dell’industria?

R. Sì. Quando qualcuno nel settore dice che non ci saranno più lavori, oppure che il 50% o il 90% delle professioni sparirà, e poi aggiunge che l’AI sarà più intelligente e supererà gli umani in tutto, è un messaggio terribile. Se poi lo dice un’azienda AI che magari diventerà la più preziosa al mondo, le persone ti guardano e ti domandano: «Ma che cosa state costruendo?». Noi i vantaggi li abbiamo spiegati, la gente ci crede quando diciamo che andremo a curare il cancro. Il problema è che, come industria, non siamo riusciti a spiegare come le persone resteranno in controllo del futuro e della propria vita.

D. Il ritmo del cambiamento è parte del problema? Rilasciate un modello importante ogni poche settimane.

R. Forse. Ma penso che ormai le persone abbiano capito che i modelli continueranno a migliorare. È come con i primi iPhone: all’inizio ogni nuovo esemplare era un evento enorme, si faceva la fila. Oggi non so nemmeno dire il numero dell’ultimo iPhone, anche se resta il mio oggetto tecnologico preferito. Mi aspetto semplicemente che continui a migliorare. Per l’AI sarà simile. Le persone si aspettano modelli sempre migliori. Quello che vogliono davvero sapere è che cosa succederà alla società.

D. Lei ha una risposta?

R. Non del tutto. Ma posso dire questo: lo sforzo di OpenAI è dare alle persone questa nuova infrastruttura su scala enorme, fidandosi del fatto che la democratizzazione del potere, della ricchezza, delle opportunità e dell’autonomia possano far proseguire la storia della civiltà.

D. Siamo in una corsa con la Cina, o almeno così viene descritta: costruire, il più velocemente possibile, più data center possibile. È il modo giusto di vedere la sfida?

R. In parte va bene, in parte è pericoloso. È ragionevole dire che vogliamo vincere e che vogliamo ottenere gran parte del beneficio economico. Ma ci saranno anche questioni di sicurezza su scala globale.

In passato, con l’energia atomica e le armi nucleari, il mondo è riuscito a creare istituzioni come l’Aiea. Paesi diversi possono scegliere sistemi economici diversi, regolare la sanità in modo diverso, usare l’AI in modi diversi. Ma sulle questioni davvero grandi - non perdere il controllo dei sistemi AI, cybersecurity, biosecurity - non dovremmo trattarla solo come una corsa. Un buon futuro del mondo è nell’interesse di tutti.

D. Però oggi non siamo arrivati a una governance globale dell’AI.

R. Siamo ancora in una fase in cui la storia è soprattutto economica. Ma via via che i potenziali rischi sono aumentati negli ultimi mesi e nell’ultimo anno, ho visto con favore una nuova consapevolezza tra leader aziendali e governi: c’è una categoria di problemi che va trattata diversamente. Ho letto le notizie sulla recente visita di Trump in Cina e so che ne hanno parlato. Mi sembra che la questione venga presa sul serio.

D. Anthropic sembra più avanti verso la quotazione. OpenAI farà lo stesso?

R. Prima o poi sì. Ma non siamo concentrati sul timing. C’è una corsa per offrire la tecnologia migliore e costruire il business migliore. La quotazione è un evento finanziario: la faremo quando avrà senso.

D. L’AI sarà un mercato winner-take-all?

R.Sono convinto di no. Il mondo chiederà più fornitori. Questa tecnologia diventerà un’infrastruttura critica per moltissime cose e il sistema dovrà essere robusto, con diversi provider. È un fatto positivo.

D. Molte aziende si chiedono se la spesa in AI stia davvero producendo ritorni. I budget crescono, ma non sempre è chiaro cosa funzioni.

R. Penso che questa sia attualmente la critica più giusta da rivolgere all’AI. Ci sono società che stanno spendendo moltissimo, consapevoli però che c’è anche molto spreco. La domanda è: quanto tempo serve perché questo si rifletta davvero nei ricavi? E quanto tempo serve per controllare i costi?Credo che l’industria lo capirà abbastanza rapidamente. Scommetterei che tra uno o due anni ci sarà una razionalizzazione molto migliore della spesa aziendale rispetto ai risultati.

D. Vedremo data center come questo nello spazio?

R. Spero che prima o poi accadrà. Ma nel breve periodo penso sia meglio farli sulla Terra. Questo è già un progetto enorme. Metterlo in orbita, con i costi di lancio attuali o anche più bassi, è difficile. Qui sappiamo come raffreddarlo, come farlo manutenere, abbiamo un’atmosfera che ci protegge da parte delle radiazioni. Spero che un giorno l’umanità si espanda verso le stelle, e i data center con lei. Ma per ora ci concentreremo sulla costruzione sulla Terra. (riproduzione riservata)