Ai, occupazione e Big Tech: dove l'innovazione può migliorare mercati e mondo del lavoro. Parla Giuliano Amato
Ai, occupazione e Big Tech: dove l'innovazione può migliorare mercati e mondo del lavoro. Parla Giuliano Amato
L’uso dell’AI ha aperto il dibattito sulla possibile riduzione dell’occupazione. Ma l’ex presidente del Consiglio ribalta il concetto: sta all’uomo segnarne i limiti e all’Antitrust contenere il dominio delle big tech

di Roberto Sommella 09/05/2026 02:00

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«Uno dei settori che non deve temere l’intelligenza artificiale è il tennis. Piuttosto a metterlo in pericolo è il padel, perché i campionati di Roma subito dopo gli Internazionali ridurranno il tempo per giocare sulla terra rossa del Circolo del Foro Italico». Non perde il gusto della battuta Giuliano Amato, né dell’uso del pensiero originale, di cui il più volte presidente del Consiglio è un campione riconosciuto. Milano Finanza lo ha intervistato sui temi legati all’AI e all’uso che se ne fa nell’industria e nella finanza, a partire dal mercato americano.

Domanda. Presidente Amato, lei è stato negli Stati Uniti recentemente, che situazione ha trovato?

Risposta. Sì, ci vado abbastanza regolarmente. A marzo ho partecipato ad una commissione che ancora presiedo nonostante l’età che seleziona studenti per un programma speciale dell’old school del New York University.

D. Lei frequenta anche la Columbia University, è ancora chiusa al pubblico?

R. Sì, ci sono andato l’ultima volta a novembre, sono molto legato all’Italian Academy. Pensi, dovevo andare alla German House e mi ero sbagliato, pensavo che fosse sul lato di Broadway mentre era sul lato di Amsterdam Avenue. Allora sono sceso dalla macchina all’angolo su Broadway.

D. Pensava di tagliare per il campus della Columbia e invece...

R. Non c’è stato verso di attraversare il campus. Gli ho fatto vedere il passaporto, è un passaporto diplomatico. Niente, ho dovuto fare a piedi il giro del campus, è impressionante, abbastanza raggelante.

D. Che America è quella di oggi?

R. Ma sa, è un’America che segue quello che fa in realtà questo presidente, molto spesso condividendolo. Esiste l’America che lo condivide, di cui lui ha raccolto le accresciute intolleranze e ansietà, che poi non sono solo del bianco quarantenne non laureato, ma anche di altri. Però va detto, e questo non lo scopro io perché lo dicono i sondaggi, che le politiche estremizzate che sono state fatte per eseguire questi obiettivi hanno rovesciato l’atteggiamento dell’elettore.

D. Il presidente Donald Trump non è più sostenuto come prima?

R. L’elettore reagisce a sensazioni anche immediate, istintive. E dice: io sono per la politica di Trump contro gli immigrati perché non mi sento sicuro per la strada con tutti questi immigrati. Punto e non bado ad altro. Poi, nel perseguire questa politica, vengono ammazzati dagli agenti che se ne occupano due americani, in particolare la seconda, la signora bionda in macchina di Minneapolis. E allora quel senso di insicurezza si rovescia. E l’elettore dice: a allora con questi insicuro divento anch’io. E a quel punto cambia. Ecco, anche quell’elettorato lì comincia a cambiare idea.

D. E negli altri ambienti ci sono idee alternative?

R. Negli ambienti più intellettuali più tradizionalmente vicini ai democratici o più neutri, quello che accade invece è una conferma, in realtà. Quello che colgo, per sintetizzare, è che i democratici si stanno rivelando capaci di capitalizzare questo cambiamento dei consensi nelle sedi locali, nelle elezioni locali, anche nelle elezioni nei singoli stati, ma ancora non si vede in sede nazionale emergere quel gruppo dirigente e soprattutto quella figura che possa contrastare i repubblicani alle prossime elezioni presidenziali. Per cui le previsioni sono di un cambiamento abbastanza significativo alle elezioni di midterm, ma sono ancora tutte aperte sulle prossime elezioni presidenziali. Le università in questo contesto continuano ad essere luoghi di dibattito.

D. Luoghi un po’ blindati...

R. Un po’ blindati, sì.

D. Soprattutto perché è New York che ha una mentalità più libera rispetto al resto degli Usa.

R. È così. New York è una città che mentre c’è Trump elegge sindaco un mussulmano socialista. Ora per me che ho frequentato gli Stati Uniti ormai da oltre sessant’anni, mi sembra più stupefacente che sia eletto uno che si autodefinisce socialista piuttosto del fatto che sia musulmano. Perché era proprio una parola impronunciabile, l’aggettivo.

D. Non servirebbe un po’ di socialismo pure all’Unione Europea?

R. Sì, se vogliamo parlare della crisi, anche della stessa cultura in Europa più propriamente socialdemocratica, diciamo che il problema esiste basta che volgiamo lo sguardo attorno a noi.

D. In quegli Usa così divisi si è aperto il dibattito: l’AI riduce l’occupazione o no? Che idea si sta facendo?

R. Ma guardi, io terrei d’occhio entrambe le analisi e quindi le valutazioni che se ne desumono. Da un lato, sta venendo fuori che le previsioni più catastrofiche dal punto di vista dei lavoratori umani, diciamo, e più ottimiste sull’uso debordante dell’intelligenza artificiale al posto degli umani, vengono in realtà da analisti, società, consulenti, legati ai produttori stessi dell’AI. Questo è stato scritto ed è documentato. Si è arrivati al punto che vi sono società che attribuiscono all’AI lavori che in realtà sono svolti da umani semplicemente per aumentare il numero del lavoro sostitutivo. E si è cominciato a parlare a questo riguardo di AI washing, esattamente come il green washing dei falsi prodotti finanziari green.

D. Chi ne parla del tema nel mondo accademico?

R. Le faccio un esempio da un libro che ho qui davanti del 2016. Geoffrey Hinton, uno dei fondatori dell’intelligenza artificiale, premio Nobel, ha suggerito che sarebbe stato meglio smettere di formare radiologi perché i sistemi di AI sono in grado di leggere le immagini con più precisione. Da allora il numero dei radiologi negli Stati Uniti non solo non è diminuito, ma è cresciuto ed è previsto in futura crescita. Per non dire di Elon Musk, che ha detto che ci sarà più bisogno di autisti perché le macchine saranno a guida autonoma. Ma i tassisti non si sentono ancora minacciati dall’intelligenza artificiale Soprattutto a Roma, ma nemmeno in California, a dir la verità.

D. Questa è la parte catastrofica delle previsioni. E quella più ottimistica?

R. Quella ottimistica cambia approccio. Ci sono delle mansioni che sicuramente sono già svolte in termini sostitutivi dall’intelligenza artificiale. Le funzioni più routinarie, ad esempio. Sono archiviazione, contabilità, la stessa assistenza clienti entro certi limiti sono effettivamente affidabili e affidate senza particolari conseguenze, anzi, all’intelligenza artificiale. È un’altra fascia quella dei lavori a rischio.

D. Quale?

R. Quella che una volta veniva definita dei quadri, coloro che stanno sopra le mansioni manuali e sotto le mansioni più intellettuali, più elaborative in realtà. Ecco il quadro intermedio è probabilmente la figura che a oggi è più sostituibile senza conseguenze con l’intelligenza artificiale. Però i numeri sono diversi. Prendiamo Amazon, che ormai è uno dei grandi sviluppatori anche dell’AI stessa, ma ha tuttora il suo milione e mezzo di dipendenti a livello globale e non sostituisce il personale fisico per fare i pacchi o smistarli. Usa l’AI per il reperimento soltanto dei singoli oggetti sugli scaffali, compito che svolge anche il robot e questo apre un capitolo a parte.

D. L’uso dei robot intelligenti?

R. L’AI noi la pensiamo come un qualcosa che passa attraverso il computer tendenzialmente, mentre ormai l’intelligenza artificiale è anche il robot e nell’industria manifatturiera come appunto anche in questo tipo di impresa il robot alcune mansioni, limitate, le fa sue e non so quanto ne è prevedibile l’espansione. Giorni fa io leggevo sul New York Times un articolo di uno che sembrava intendersene il quale diceva una cosa interessante: non pensate che il robot abbia un grande spazio per quei servizi relazionali, cioè quelli che vengono dati a persone perché le persone vogliono qualcuno con cui parlare e avere un rapporto umano. In realtà, anche se il robot è il più perfezionato possibile, un essere umano preferisce un altro essere umano come badante, così come lo preferisce quando gli deve andare a fare le iniezioni una volta al giorno o per farsi accompagnare a fare la spesa.

D. Tutto tranquillo quindi?

R. Abbiamo numerosi scritti di economisti i quali ci dicono: “State attenti perché l’aiuto dell’intelligenza artificiale nell’organizzazione del lavoro può essere formidabile”. Ma è possibile che riesca a esserlo se vengono modificate le mansioni, non se viene lasciata l’organizzazione del lavoro com’è limitandosi a sostituire l’intelligenza artificiale a quella umana. Così si può ottenere un vantaggio che si riduce a poco, a un po’ di tempo in meno.

D. E l’impatto dell’AI sulle imprese e la produttività?

R. I dati sulla produttività delle imprese che hanno adottato l’intelligenza artificiale prevalentemente in termini sostitutivi per lo scorso anno io li ho visti e danno un aumento di produttività veramente esiguo. Infatti c’è nelle imprese anche una qualche delusione sui benefici che hanno potuto ricavare. Tutti coloro che se ne intendono ci dicono che l’ausilio che può venire dall’intelligenza artificiale è enorme. Però se è ausilio, ecco, il salvare l’umano, per la verifica, il controllo e la spartizione del lavoro con l’AI sembra essere un must a cui le imprese debbono saper corrispondere, cambiando e innovando. Come del resto accadde quando arrivò l’energia elettrica: cambiò l’organizzazione stessa delle imprese, sia industriali che commerciali.

D. Insomma come per i radiologi, l’uomo ha l’esperienza, l’AI no.

R. Appunto. Un bel libro appena uscito di Luisa Torchia edito da Il Mulino affronta questi temi della sostituzione.

D. La saldatura tra l’utilizzo dell’AI e le criptovalute è preoccupante?

R. Secondo me può rendere più leggibile determinate transazioni. Buona parte dei guadagni con criptovalute, ma anche le scommesse, si giocano sulla velocità, no? Ecco, esiste tutta una fetta di mercato nell’acquisto-vendita di titoli, di valute, di qualunque cosa che si gioca sul minuto, minuto e mezzo. Con l’AI si ottengono grandi benefici, anche per la capacità predittiva, superiore a quella umana.

D. Questo lo sanno bene le banche e le assicurazioni.

R. Tutti se ne possono avvalere. Quindi rispetto a questo l’intelligenza artificiale alza il livello ma pareggia le armi, in realtà. E quindi non è detto che sia solo a vantaggio della speculazione. Il bilancio, in conclusione è tutto da fare, ma affinché venga fatto, come è utile che sia, occorre che l’intelligenza artificiale venga padroneggiata dal numero più ampio di noi per poterne usufruire e poter reagire, per coglierne i benefici e anche per coglierne i limiti. Io fautore della tesi, meno è sostitutiva e più è di ausilio e meglio è. Anche se un tasso di sostituzione ci sarà.

D. Non la preoccupa l’accresciuta potenza delle piattaforme digitali?

R. Non c’è dubbio che già la digitalizzazione che avevamo potuto fare prima dell’intelligenza artificiale ha ridotto alcune fasce medie di lavori. Resta il fatto che le funzioni superiori, se uno le affida all’intelligenza artificiale, può pagare dei prezzi giganteschi. Pensi agli avvocati che si sono fatti fare la memoria difensiva con l’AI, in cui in più casi c’è stata l’invenzione dei precedenti.

D. E anche le sentenze si possono stendere con l’intelligenza artificiale. Lo prevede la nostra legge italiana.

R. Guardi, si può far stendere tutto dall’intelligenza artificiale. Tutto. Dalla memoria difensiva fino alla sentenza. Però i rischi che corre chi lo fa sono tuttora molto elevati. Le mansioni più basse, quelle che svolgono i meno qualificati, in realtà, sono mansioni per cui l’intelligenza artificiale non sembra interessata: quelli che fanno i pacchi di Amazon, quegli stessi delle piattaforme informatiche che vanno a selezionare i messaggi da immettere e da non immettere, quelli da escludere. Questo lo fanno solo esseri umani, perché c’è una varietà tale che i precedenti non fanno mai scuola, in realtà, in modo sufficiente. Anche il bucato l’AI non lo sa fare.

D. Stinge i colori? Beh questo capita anche agli umani.

R. Vero. Anch’io l’ho fatto più volte e ho trovato tutto blu…

D. Questa imperfezione gliela perdoniamo all’intelligenza artificiale, che è molto umana.

R. Questa imperfezione l’abbiamo anche noi, però se l’abbiamo fatto una volta non lo facciamo più. Perché? Perché abbiamo la memoria, l’intelligenza artificiale non ce l’ha.

D. Possiamo dire che l’AI può essere daltonica per sempre e non avere le lenti correttive per capire il color giusto.

R. Eh sì, perché se non gliele hanno date. C’è un problema di fondo che riguarda il come funziona in realtà. Io personalmente guardo con gli occhi sgranati queste grandi compagnie da Open AI a Antropic a Claude, che acquistano banche dati una sull’altra perché hanno la pretesa di essere universali. Ora, a mio avviso, l’intelligenza artificiale universale è un’utopia, perché gli umani non sono in grado di nutrirla con tutte le informazioni necessarie per rispondere a qualsiasi domanda. Quindi si trascina dentro l’intelligenza artificiale un difetto nostro, perché l’AI può essere la più adeguata possibile, può avere reti neurali eccellenti, ma la sua partenza è sui dati informativi di cui dispone.

D. Però ormai la prima risposta che si trova in rete è quella di Google AI e l’Autorità per le Comunicazioni ha aperto un’istruttoria su input della Fieg.

R. E certo, e lo hanno fatto perché c’è un abuso da esclusione, perché gli altri sono quasi irraggiungibili. C’è anche un problema di affidabilità insomma.

D. In questo senso le autorità di vigilanza, gli Antitrust, possono avere un ruolo anche di contenimento di questa posizione dominante delle big tech?

R. Sì. Ce l’hanno. Anch’io sono un fautore della semplificazione delle regolazioni europee che sono spesso troppo complicate, ma attenti a non confondere la lotta alle complicazioni delle regolazioni con la lotta alle regolazioni. Anche se i nostri amici della Silicon Valley si avvalgono dell’una per realizzare possibilmente l’altra. In questo senso la Commissione Europea e quindi anche le autorità nazionali possono fare molto col Digital Market Act e con gli obblighi per i gatekeepers (le grandi piattaforme digitali, ndr). In quanto grandi sono i custodi dei cancelli, ma non devono essere chiusi all’innovazione dei concorrenti.

D. Il giardino, alias il mercato, è di tutti.

R. Sì. E le autorità stanno facendo un buon uso delle norme per costringere i grandi, da Google a Microsoft a Meta, a non escludere gli altri, di non rendere irraggiungibili gli altri in nome della facile raggiungibilità del proprio servizio, della propria intelligenza artificiale. (riproduzione riservata)