L’AI in azienda: quasi un dipendente su due è in burnout, costretto a produrre di più per battere i chatbot
L’AI in azienda: quasi un dipendente su due è in burnout, costretto a produrre di più per battere i chatbot
E’ quanto emerge dall’ultima indagine di Wellhub su oltre 1.500 direttori HR in 10 Paesi, fra i quali l’Italia

di Elena Dal Maso 28/05/2026 13:05

Ftse Mib
49.650,93 15.19.51

+0,15%

Dax 30
25.042,20 15.19.47

-0,54%

Dow Jones
50.644,28 14.30.01

+0,36%

Nasdaq
26.677,25 7.25.15

+0,07%

Euro/Dollaro
1,1642 15.04.41

+0,09%

Spread
73,23 15.34.44

+1,40

Con l’AI in piena espansione, le aziende entrano in una fase di cambiamento. Wellhub, piattaforma per il benessere olistico dei dipendenti (nel capitale anche Goldman Sachs, Softbank, Eqt), ha concluso un’indagine globale («ROI del Benessere 2026») dalla quale emerge che quando i cosiddetti Top Performer se ne vanno, si verifica un impatto diretto sulle performance aziendali.

Secondo il rapporto – basato sui risultati di un sondaggio su oltre 1.500 direttori HR in 10 Paesi, fra i quali l’Italia - l'88% delle aziende afferma che trattenere i Top Performer è la priorità assoluta per il 2026 mentre il 62% esprime preoccupazione per la possibile perdita di dipendenti dotati di competenze legate all'intelligenza artificiale. 

Trattenere i talenti nell'era dell'AI ha un costo

L'intelligenza artificiale sta rimodellando ruoli e processi con una velocità tale da rendere difficile per le aziende colmare il divario di competenze attraverso nuove assunzioni. Questa trasformazione spinge le organizzazioni verso team sempre più snelli, determinando una dipendenza critica dai cosiddetti Top Performer. Questi dipendenti non si limitano solo a svolgere le mansioni ordinarie, ma diventano i motori della produzione. Tuttavia, questa centralità ha un costo elevato: oltre al sovraccarico operativo dovuto all'assorbimento delle responsabilità di chi ha lasciato l'azienda, i talenti rimasti devono affrontare un carico emotivo. Il fenomeno definito del «senso di colpa del sopravvissuto», unito alla pressione di dover performare in un contesto incerto, aumenta i livelli di stress e il rischio di un esaurimento dovuto all'eccessiva responsabilità.

Matteo Musa, Head of Italy di Wellhub, spiega che «man mano che le aziende diventano più snelle, la pressione ricade su un numero minore di persone. Le organizzazioni che riconoscono questo cambiamento e supportano i dipendenti sono quelle che manterranno le performance nel tempo. È importante riconoscere che se le aziende continuano ad alzare l'asticella, devono anche sostenere le persone dalle quali ci si aspetta che la superino».

L’AI ridisegna i ruoli e aumenta il rischio di burnout

Il report indica che l'88% delle aziende utilizza l'AI in almeno una funzione aziendale, ma solo il 7% l'ha implementata pienamente su scala globale. I ChatBot sono molto diffusi anche fra i dipendenti: il 52% li utilizza, ma non è propenso a dichiarare con trasparenza di averli usati per progetti importanti (Shadow AI). In particolare, colpiscono alcuni dati: l'accesso agli strumenti di intelligenza artificiale generativa ha portato ad una crescita del 34% nella produttività per i dipendenti meno qualificati, mentre quelli con più esperienza hanno registrato incrementi modesti.

A questo si aggiunga che nel 2024 i dipendenti con competenze legate all'intelligenza artificiale guadagnavano il 56% in più rispetto ai colleghi in ruoli simili privi di tali competenze, un netto incremento rispetto al divario del 25% registrato l'anno precedente (PwC, 2025). L’AI aumenta la velocità di risposta, ma anche il burnout: emerge la percezione che la tecnologia sta aumentando il carico cognitivo, con dipendenti interrotti mediamente ogni due minuti da notifiche e comunicazioni digitali, portando a una frammentazione del lavoro che alimenta il burnout. Il 68% dei dipendenti dichiara di avere difficoltà a gestire il ritmo e il volume di lavoro, mentre il 46% riferisce di sentirsi in stato di burnout.

Lo stress è una voce passiva del bilancio

Lo stress cronico e il burnout rappresentano l'impatto negativo più comunemente riportato sulla salute dei dipendenti, citato dal 23% delle organizzazioni. Seguono il carico di lavoro eccessivo e le aspettative irrealistiche al 21%. Il 72% dei direttori HR afferma che il peggioramento del benessere mentale dei dipendenti contribuisce ad aumentare i costi per la propria organizzazione. Il 51% delle aziende collega il declino della salute mentale a una riduzione della produttività o delle prestazioni. Il 37% riporta un aumento dell'assenteismo o del presenteismo come conseguenza del peggioramento della salute mentale.

Il Roi (return on investment) del benessere

L'89% dei direttori HR afferma che il benessere dei dipendenti è fondamentale per il successo finanziario. Il 61% delle aziende misura il Roi (ritorno sull'Investimento) dei programmi di benessere e tra queste, il 95% riporta rendimenti positivi. Il 75% delle organizzazioni riporta un Roi superiore al 50% sui propri investimenti nel benessere, mentre quasi il 25% riporta rendimenti superiori al 100%. Questi ritorni sono caratterizzati da minori costi sanitari e una maggiore produttività. (riproduzione riservata)