A dirlo nero su bianco è stato lo stesso John Elkann nella lettera agli azionisti diffusa nella serata di lunedì 23 per accompagnare i conti: è in corso la più profonda trasformazione del portafoglio di Exor nella storia, non solo quella recente, della holding. E non soltanto perché il ruolo delle partecipazioni legate allo storico business di famiglia, quello dell’automotive, continua a ridursi anno dopo anno di fronte a una crisi che sembra ormai strutturale in quel comparto. Ma anche per un altro passaggio chiave, ovvero l’uscita definitiva dall’editoria italiana, con la chiusura di un capitolo durato un secolo.
Mentre Elkann rimane saldamente il primo azionista dell’Economist con 43,4% del capitale e accoglie al posto dei Rothschild il miliardario canadese Stephen Smith come socio nella compagine che edita il settimanale britannico, la cessione di Gedi al gruppo greco Antenna segna la fine di una storia che era iniziata nel 1926 con La Stampa. È un disimpegno non solo industriale ma anche culturale per la famiglia Agnelli-Elkann.
Il prezzo dell’operazione non è stato ufficializzato, ma le stime parlano di circa 140 milioni, a fronte di perdite cumulate stimate nell’ordine dei 400 milioni durante gli anni di gestione. Elkann ha spiegato la scelta con parole dirette: in Italia l’editoria è spesso percepita più come strumento di influenza che come attività industriale sostenibile. Un contesto che, unito alla crisi strutturale della carta stampata e alle difficoltà di monetizzazione del digitale, ha portato alla scelta di uscire.
Il progetto originario di creare un polo editoriale forte, integrando Repubblica, La Stampa e le altre testate, si è scontrato con un mercato in contrazione. La strategia di digitalizzazione non è bastata a compensare il calo dei ricavi tradizionali, mentre la scala si è rivelata insufficiente rispetto ai grandi player globali.
Se l’addio all’editoria italiana segna la chiusura di un ciclo, i numeri del 2025 raccontano la complessità della fase di transizione. Exor ha registrato una perdita netta consolidata di 3,8 miliardi, contro un utile di 14,7 miliardi nel 2024, mentre il net asset value è sceso del 13% a 33,2 miliardi. A pesare sono state soprattutto le svalutazioni delle partecipazioni legate all’automotive, come Stellantis e Cnh Industrial, oltre a un ridimensionamento di Ferrari che resta però il gioiello di famiglia e il primo asset in portafoglio per valore.
Stellantis ha archiviato il 2025 con una perdita netta di 22,3 miliardi a causa delle svalutazioni sull’elettrico e del reset strategico avviato dal nuovo management guidato da Antonio Filosa che ha preso il posto di Carlos Tavares. «Nel 2023 Stellantis ha registrato un utile netto di 18,6 miliardi», ha ricordato Elkann agli azionisti, ammettendo però finalmente che «col senno di poi, quella performance si è rivelata insostenibile, poiché solo due anni dopo i risultati sono peggiorati drasticamente» e archiviando definitivamente la gestione dell’ex ceo portoghese votata all’ossessivo taglio dei costi per ottenere i più alti margini possibili.
Anche Cnh Industrial ha risentito del rallentamento nei mercati agricolo e delle costruzioni, soprattutto in Nord America, mentre Ferrari rimane il principale asset di qualità del portafoglio, ma sempre più interpretato come titolo del lusso piuttosto che dell’auto tradizionale. Una distinzione che riflette il cambio di paradigma in atto: Exor non è più - e non vuole più essere - una holding legata in modo prevalente al ciclo dell’automotive.
Anche gli analisti vedono in questa nuova Exor una società in piena transizione. Secondo Kbc, il calo del Nav riflette un contesto di volatilità e criticità interne, ma il titolo continua a scambiare attorno ai 65 euro con uno sconto vicino al 57% rispetto al valore degli asset, segnale di potenziale rivalutazione, mentre Intermonte sottolinea come la debolezza sia legata soprattutto alle large cap quotate. Anche Equita è positiva sulla holding, evidenziando il potenziale di recupero.
Il vero punto di svolta è proprio nella strategia di gestione del portafoglio. Negli ultimi Exor ha avviato la più intensa fase di dismissioni della sua storia, per un totale superiore a 5,5 miliardi, che salgono a 8,5 miliardi includendo la cessione del 4% di Ferrari avvenuta nel febbraio 2025. Tra le operazioni principali spicca la vendita di Iveco a Tata Motors per 3,8 miliardi, insieme alla cessione della divisione difesa a Leonardo. A queste si aggiungono la vendita di Lifenet Healthcare con un incasso di almeno 200 milioni e, appunto, l’uscita da Gedi.
Il risultato è che oggi Exor può vantare una posizione di cassa senza precedenti: oltre 3,5 miliardi, vicina ai 4. Un bazooka pronto a essere usato. Nella lettera agli azionisti Elkann scrive che Exor «sta semplificando il portafoglio e affinando le priorità» con l’obiettivo di concentrarsi «su società di maggiori dimensioni, dove riteniamo che la società possa creare il maggior valore». Tradotto: la società cerca nuovi target, anche se, visto il contesto geopolitico, per ora prevarrà la cautela in attesa della giusta opportunità.
La domanda allora è: come saranno impiegate quelle risorse che Exor ha in pancia? Quando sarà il momento giusto, in un’operazione quanto più simile a quella effettuata nel 2023 su Philips, che oggi, a fine marzo, è ormai il secondo asset per dimensione nel portafoglio di Exor sopra Stellantis, con un valore vicino ai 4,5 miliardi. È un investimento nell’healthcare tecnologico che riflette la tesi di Elkann sulla convergenza tra salute e tecnologia come driver di crescita decennale - un’area che la holding vuole presidiare, tanto da aver aumentato la partecipazione in Philips nel corso del 2025.
Ma attenzione, perché Exor potrebbe anche sorprendere. «Restiamo convinti che settori come tecnologia, lusso e sanità siano interessanti e con valutazioni interessanti», ha spiegato Elkann, «ma pensiamo anche di dover essere aperti ad altri settori e di non precluderci opportunità migliori, se dovessimo trovarle». (riproduzione riservata)