Gli Stati Uniti aprono alla prospettiva di un massiccio sostegno economico per l’Iran, ma a una condizione: l’abbandono definitivo delle ambizioni nucleari militari. A rilanciare l’ipotesi è stato il vicepresidente americano JD Vance, secondo cui Teheran potrebbe ottenere l’accesso a circa 300 miliardi di dollari destinati alla ricostruzione e al rilancio dell’economia nazionale.
La dichiarazione arriva in una fase delicata dei rapporti tra Washington e la Repubblica islamica e rappresenta uno dei segnali più espliciti della strategia americana: utilizzare incentivi economici di grande portata per favorire un accordo sul dossier nucleare.
Intervistato dall’emittente Cbs News, Vance ha confermato che la cifra circolata nei giorni scorsi non sarebbe irrealistica. «Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, tramite la Coalizione del Golfo, a patto che rispettino i loro obblighi», ha affermato il vicepresidente rispondendo a una domanda sulle indiscrezioni provenienti dall’Iran.
Secondo Vance, Washington non ostacolerebbe eventuali investimenti provenienti dai Paesi del Golfo nella ricostruzione dell’economia iraniana, purché Teheran dimostri concretamente di rispettare gli impegni assunti nell’ambito di un futuro accordo.
L'apertura americana resta però strettamente legata a una serie di requisiti considerati non negoziabili dalla Casa Bianca. «Siamo assolutamente favorevoli agli investimenti dei Paesi del Golfo nella ricostruzione dell’Iran, ma solo se l’Iran pone fine al suo programma nucleare, smantella le sue scorte di materiale arricchito e si dimostra realmente disponibile a un regime di ispezioni e controlli che dia al popolo americano la certezza di non possedere mai un'arma nucleare», ha dichiarato Vance.
L’amministrazione statunitense punta dunque a ottenere non soltanto la sospensione delle attività più controverse, ma anche un sistema di verifiche internazionali capace di garantire nel lungo periodo la natura esclusivamente civile del programma nucleare iraniano.
Le parole del vicepresidente arrivano dopo le indiscrezioni pubblicate dall’agenzia iraniana Mehr, secondo cui una bozza del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran prevederebbe un piano economico del valore di almeno 300 miliardi di dollari. Secondo quanto riportato dai media iraniani, Washington e i suoi alleati dovrebbero contribuire alla ricostruzione dell’economia della Repubblica islamica attraverso investimenti e programmi di sviluppo destinati a modernizzare infrastrutture, industria e sistema energetico. Si tratterebbe di uno dei più grandi programmi di sostegno economico mai ipotizzati per il Paese dalla rivoluzione islamica del 1979.
L’ipotesi di un maxi piano di investimenti evidenzia la doppia strategia perseguita dagli Stati Uniti nei confronti di Teheran: mantenere la pressione sul programma nucleare iraniano e, al tempo stesso, offrire incentivi economici significativi in cambio di concessioni concrete.
Resta da capire se la leadership iraniana sarà disposta ad accettare condizioni considerate particolarmente stringenti, soprattutto sul fronte delle ispezioni internazionali e dello smantellamento delle attività di arricchimento dell’uranio.
Per ora, i 300 miliardi evocati da Vance rappresentano più una promessa potenziale che una realtà. Ma il messaggio politico è chiaro: per Washington la strada verso la normalizzazione passa attraverso il nucleare, mentre la ricostruzione economica potrebbe diventare la principale moneta di scambio del negoziato.
Dietro l'ipotesi del piano da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran si profila anche una gigantesca opportunità per le grandi aziende dell’ingegneria, delle infrastrutture e dell’energia. Tra i gruppi che potrebbero partecipare ai futuri appalti figurano gli americani Slb, Baker Hughes, Weatherford e Bechtel, insieme all’italiana Saipem, alla francese Technip Energies, all’indiana Larsen & Toubro, alla britannica Petrofac, alla cinese Cnpc e alla società emiratina Sidara. Sul fronte iraniano, un ruolo centrale sarebbe affidato a Khatam al-Anbiya e Mapna Group, già protagonisti nei settori delle costruzioni e dell’energia.
Una volta ripristinate le infrastrutture, dalla produzione di petrolio e gas ai terminal portuali, potrebbero entrare in gioco anche colossi energetici come National Iranian Oil Company, QatarEnergy, Saudi Aramco, Adnoc, ExxonMobil, TotalEnergies e Shell. (riproduzione riservata)