Jamie Dimon (Jp Morgan) avverte: la guerra in Iran può spingere al rialzo l’inflazione e i tassi d'interesse
Jamie Dimon (Jp Morgan) avverte: la guerra in Iran può spingere al rialzo l’inflazione e i tassi d'interesse
«Dobbiamo affrontare il potenziale rischio di shock continui e significativi sui prezzi del petrolio e delle commodity, insieme a una riconfigurazione delle catene di approvvigionamento globali» spiega l’ad della banca Usa. Critiche alle nuove regole sui requisiti patrimoniali degli istituti di credito: non sono eque anche se più morbide

di Redazione Online 06/04/2026 13:50

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Il conflitto in Iran rischia di innescare uno shock sui prezzi del petrolio e delle materie prime, che potrebbe risollevare l’inflazione e costringere le banche centrali ad alzare o tagliare meno del previsto i tassi d’interesse. È il principale rischio individuato dal ceo Jamie Dimon nella sua lettera annuale agli azionisti di Jp Morgan.

«Le sfide che affrontiamo sono significative», spiega l’ad da due decenni alla guida della più grande banca al mondo per capitalizzazione di mercato. «A causa della guerra in Iran dobbiamo affrontare il potenziale rischio di shock continui e significativi sui prezzi del petrolio e delle commodity, insieme a una riconfigurazione delle catene di approvvigionamento globali, il che potrebbe portare a un’inflazione più vischiosa e a tassi più alti del previsto».

Tiene l’economia Usa

I mercati hanno già pagato dazio perché il primo trimestre del 2026 è stato il peggiore per l’S&P 500 dal 2022. Ma secondo Dimon l’economia americana continua a mostrarsi resiliente, i consumi tengono anche se si sono indeboliti e le imprese godono ancora di buona salute.

La deregolamentazione in atto è d’aiuto perché libera capitale che le banche possono utilizzare per aumentare i prestiti, e anche gli investimenti legati all’AI alimenteranno la crescita. Un quadro non così negati anche se una grossa incognita arriva dalla continua crescita del deficit e della spesa pubblica.

Rischio private credit

Meno preoccupazioni arrivano invece per dal settore del private credit, le cui difficoltà non dovrebbero rappresentare un rischio sistemico perché si tratta di un mercato con un valore ancora contenuto (1.800 miliardi di dollari). A metterlo sotto pressione, con elevate richieste di rimborso, i timore che l’AI possa danneggiare i business di aziende come quelle dei software.

Il problema è che «il credito privato non ha grande trasparenza o rigorosi criteri di valutazione dei prestiti», scrive Dimon. E «questo aumenta la probabilità che le persone vendano se pensano che il contesto peggiorerà». Così una volta che il ciclo del credito si indebolirà, le perdite sui prestiti a leva saranno superiori alle attese. Per il futuro, invece, «è prevedibile che le autorità di regolamentazione del settore assicurativo insisteranno su rating più rigorosi o su svalutazioni, il che probabilmente comporterà richieste di maggiori capitali».

Regole bancarie ancora troppo severe

Nella sua lettera Dimon ha poi criticato la revisione dei requisiti patrimoniali imposti alle banche nonostante siano stati ammorbiditi. Per il ceo di Jp Morgan alcuni aspetti restano «privi di senso» perché le proposte sono ancora «molto carenti» e il sovrapprezzo imposto alle banche di rilevanza sistemica globale - una riserva di capitale extra - scenderebbe solo al 5%, valore comunque punitivo per i colossi di Wall Street. (riproduzione riservata)