Italia, l’export vale 655,8 miliardi di euro (+2%). Tutti i numeri del rapporto Sace
Italia, l’export vale 655,8 miliardi di euro (+2%). Tutti i numeri del rapporto Sace
Le esportazioni italiane di beni negli Usa aumenteranno dell’1,9% nel 2026 e del 3,2% medio annuo nel biennio 2027-28

di Silvia Valente 02/07/2026 16:20

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??????In un quadro globale caratterizzato da incertezza, conflitti, barriere commerciali e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, l’export italiano conferma capacità di tenuta e prospettive di crescita. Le vendite di prodotti tricolore sono, infatti, previste in crescita del 2% nel 2026, fino a superare quota 655,8 miliardi, per poi accelerare al 2,5% nel 2027, raggiungendo 675 miliardi di euro, e al 2,8% nel 2028, quando supereranno i 690 miliardi.

Questo emerge dal Rapporto Export 2026 di Sace RE-Agire: l’Italia alla sfida dell’export globale, giunto alla sua diciannovesima edizione.

I punti di forza italiani

Le stime vanno a inserirsi in una cornice positiva per l’Italia. L’export si è attestato a 643 miliardi di euro nel 2025, in crescita crescita del 3,3% in valore e dello 0,7% in volume rispetto al 2024. Un andamento, segnala il Brief di Cdp «L’export italiano nel nuovo contesto geoeconomico internazionale», migliore rispetto a quello registrato nei principali Paesi europei: l’export della Francia ha registrato un +2%, quello della Germania un +0,9% e quello della Spagna si è ridotto dello 0,4%. Questo grazie «all’ampia diversificazione geografica, all’ampia diversificazione merceologica e al posizionamento su nicchie globali» delle imprese italiane.

Cdp segnala come l’Italia è prima tra i grandi Paesi europei per quota di imprese esportatrici (1 su 5) che raggiungono 10 o più mercati; e allo stesso tempo l’Italia esporta oltre 4.400 prodotti e l’indice di diversificazione dell’export per tipologia di beni risulta il più alto tra i Paesi G20 e tra i più elevati al mondo. Da ultimo, ma non per importanza, le imprese italiane si posizionano in comparti «dove il vantaggio competitivo è meno legato alle economie di scala e dove l’Italia può avvantaggiarsi di competenze manifatturiere solide, subforniture qualificate, una presenza commerciale radicata nei mercati esteri, ma anche capacità di offrire servizi personalizzati accessori alla vendita di beni esportati».

I 16 mercati su cui puntare

A proposito della dimensione geografica, il rapporto Sace ha individuato 16 Paesi strategici – Cina, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Messico, Corea del Sud, Brasile, India, Singapore, Marocco, Egitto, Thailandia, Malaysia, Vietnam, Kazakistan e Filippine – che offrono alle imprese italiane una piattaforma di diversificazione intelligente, integrando mercati già presidiati con geografie più dinamiche. Le previsioni indicano per queste destinazioni del 4,4% medio nel 2027-28, superiore a quella dell’export complessivo, fino al raggiungimento di 92 miliardi di euro.

Nello specifico, l’Asia-Pacifico si conferma tra le aree più dinamiche per l’export italiano, con vendite pari a 60,3 miliardi di euro nel 2025 e attese in crescita del 3,5% nel 2026 e del 3,4% medio annuo nel biennio 2027-28, sostenute da investimenti in innovazione, transizione verde, infrastrutture sostenibili e nuove catene di approvvigionamento.

Il Medio Oriente, dopo una contrazione prevista nel 2026 legata alla crisi nell’area del Golfo, è atteso tornare a crescere con decisione nel biennio successivo, con un incremento medio del 5,3%. In America Latina, le vendite sono previste in aumento del 2% nel 2026 e del 3,1% medio annuo nel 2027-28, alimentate dai progetti in ambito energetico e dalla riorganizzazione delle catene del valore.

L’Africa, anche grazie al Piano Mattei, presenta spazi di sviluppo per macchinari, tecnologie e beni intermedi: l’export verso i 18 Paesi prioritari del Piano vale 14,4 miliardi di euro, in crescita del 4,1% rispetto al 2024.

Nei mercati più tradizionali, infine, l’Europa avanzata resta il principale bacino di destinazione, con 346 miliardi di euro di export nel 2025 e una crescita attesa del 2,5% nel 2026, mentre l’Europa Centro Orientale mostra profili di crescita significativamente superiori alla media nell’intero triennio.

Il nodo Stati Uniti

Discorso a sé meritano gli Stati Uniti. L’andamento delle esportazioni italiane di beni negli Usa nel 2026 è atteso crescere dell’1,9% e del 3,2% medio annuo nel biennio successivo.

A trainare la performance di quest’anno saranno meccanica strumentale (+1,5%) e mezzi di trasporto (+3,2%), in particolare della componente navale. La domanda di beni intermedi si conferma quest’anno in crescita (+3,1%) grazie ancora al traino di chimica e farmaceutica che proseguirà dopo un rialzo di oltre il 40% registrato lo scorso anno e legato ai prodotti farmaceutici, in particolare quelli antiobesità esportati dalla Toscana e Lazio.

L’export italiano di beni di consumo sarà più dinamico nel 2027-28 e i principali comparti interessati includono moda e accessori, arredamento e design, nautica e yachting, agroalimentare premium e wine, hospitality e lifestyle. Particolarmente rilevante è la domanda crescente di prodotti associati a sostenibilità, tracciabilità e autenticità, elementi che rafforzano il posizionamento competitivo delle imprese italiane.

Nel rapporto della Sace si legge anche che «le evidenze disponibili suggeriscono che l’impatto dei dazi sull’export italiano sia stato nel complesso contenuto ma non trascurabile: un aumento dell’1% delle aliquote medie effettive ha ridotto l’aumento delle vendite estere dello 0,03%. A un raddoppio delle aliquote è corrisposta una mancata crescita dell’export nazionale pari al 3,2%».

Le maggiori conseguenze negative sono state registrate da prodotti minerali e gioielli e metalli preziosi; mentre alcuni comparti – come grassi e oli vegetali, calzature e gomma e plastica – hanno visto addirittura un effetto positivo. Il trasferimento dei dazi sui prezzi al consumo genera pressioni al rialzo sui listini finali. Tuttavia, spiega Sace, «l’effetto sulla domanda può risultare attenuato sui prodotti che incorporano una componente rilevante di qualità e reputazione, per cui i consumatori sono disposti a sostenere un costo aggiuntivo». (riproduzione riservata)