Italia-Germania, cosa succede fra i due paesi se i tassi saliranno
Italia-Germania, cosa succede fra i due paesi se i tassi saliranno
Le imprese delle filiere lunghe e a forte intensità di capitale decidono gli investimenti su orizzonti pluriennali e guardano al costo del credito a medio termine

di Federico Carli* e Flavio Avallone** 04/06/2026 21:06

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La recente visita dell’Ambasciatore di Germania in Emilia-Romagna acquista un significato particolare nella congiuntura che stiamo attraversando. Thomas Bagger ha individuato le città di Ferrara e Bologna come palcoscenico per alcuni importanti interventi sullo stato e le prospettive dell’economia europea, in una tra le regioni più legate alla manifattura tedesca, proprio nella settimana in cui due grandezze economiche cruciali – il costo del denaro e quello dell’energia – avevano ripreso a muoversi.

Sul costo del denaro la Banca Centrale Europea è ferma: tasso sui depositi al 2% dall’ultimo taglio di giugno 2025. Da qualche settimana, però, le aspettative fibrillano. Il sondaggio Bloomberg condotto tra il 4 e il 7 maggio sconta due rialzi da un quarto di punto, a giugno e a settembre, che entro l’autunno riporterebbero il deposito al 2,5%, la prima inversione da quando è cominciato il ciclo dei tagli. E non sono soltanto i mercati a pensarlo. Il 30 aprile, lasciando i tassi dov’erano, Christine Lagarde ha ammesso che in Consiglio si era parlato anche di una possibile stretta: a Francoforte, dove le parole si dosano con accurata sapienza, queste dichiarazioni hanno un peso. Aleggia nuovamente lo spettro dell’inflazione, già nell’intorno del 3% in aprile.

L’impatto sulle imprese

Per chi produce in Emilia-Romagna, come nel resto del Paese, non è una discussione astratta. Le imprese delle filiere lunghe e a forte intensità di capitale – la packaging valley, l’automazione, i riduttori, la componentistica per motori – decidono gli investimenti su orizzonti pluriennali, e ciò che guardano è il costo del credito a medio termine, non il tasso ufficiale odierno. A marzo i nuovi prestiti alle società non finanziarie erano in media al 3,38%, circa due punti più alti rispetto a giugno 2022, prima che avesse luogo la restrizione. Nel primo trimestre le banche non hanno cambiato i criteri; per quello in corso, però, ne preannunciano un irrigidimento netto, e la ragione è la stessa della scorsa volta: tensioni geopolitiche ed energia. Il credito rischia di divenire più caro e più rigido, e il prezzo più alto ricade sulle pmi.

Che il cuore della visita sia stata l’economia, lo si capisce dai numeri. Nel 2025 l’interscambio tra Italia e Germania è risalito a 157,8 miliardi di euro, dopo due anni di flessione; la Germania rimane il primo mercato per l’Italia, sebbene chiuda in attivo per 13,4 miliardi. L’Emilia-Romagna, da sola, ne vale 19,8, con un aumento del 6,5%: seconda per scambi con Berlino dietro alla Lombardia, ma con una dinamica più vivace. Sono subforniture, macchine che finiscono nelle fabbriche tedesche, pezzi che entrano nelle catene del valore della Renania e della Baviera. Se Wolfsburg o Stoccarda frenano, a sentirlo per primi sono i capannoni tra Bologna e Modena.

Il rallentamento dell’economia tedesca

Che la Germania rallenti non è un fatto passeggero. Il lungo inverno produttivo si scorge nei tagli al personale annunciati dai grandi gruppi e in una produzione industriale ancora sotto i livelli del decennio scorso. L’ha detto anche Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia: nelle Considerazioni finali del 29 maggio, egli ha collocato le difficoltà tedesche tra le cause del rallentamento italiano, insieme al peggioramento geopolitico e ai dazi americani. Per i fornitori emiliani il legame è stretto e si può perfino misurare: sempre la Banca d’Italia ha stimato che gli shock dell’industria tedesca abbiano pesato per quasi un terzo sulle oscillazioni della manifattura italiana negli ultimi sei mesi.

Tuttavia, questo strettissimo legame vale anche nel verso opposto. La svolta dei conti pubblici tedeschi – i 500 miliardi del fondo speciale distribuiti su dodici anni per infrastrutture e transizione, più lo sblocco del freno costituzionale al debito per la spesa militare – è la leva che potrebbe far tornare la Germania a essere una locomotiva. Se quei soldi diventeranno domanda di impianti e di automazione, in Europa poche filiere sono pronte come quelle emiliane a coglierla. Per ora, però, resta un’ipotesi. A un anno dal varo, l’IW di Colonia e l’Ifo di Monaco calcolano che tra l’86 e il 95% dei fondi sia andato a coprire spesa corrente, non investimenti aggiuntivi, e di domanda nuova per le fabbriche se ne è vista poca. Tutto si riduce a questo: trasformare l’annuncio in ordini e reperire i capitali per finanziarli. Ed è il filo che ha tenuto insieme tutti gli incontri dell’ambasciatore Bagger: il tavolo con gli imprenditori a Confindustria Emilia Centro, la visita allo stabilimento Bonfiglioli di Calderara di Reno, la riunione conclusiva negli uffici bolognesi di Allianz. La scelta dell’ultima tappa, una sede finanziaria, non è neutra: la transizione industriale passerà sempre meno dal solo credito bancario, oggi più costoso, e sempre più dalla capacità di portare il risparmio privato verso l’economia reale.

I passi verso la vera integrazione finanziaria

Qui, però, l’Europa ha aperto un cantiere rimasto in gran parte sulla carta. Di risparmio ne ha in abbondanza: la Commissione, nel disegno della Savings and Investments Union, calcola intorno ai 10.000 miliardi di euro i depositi delle famiglie europee. Lo stesso Panetta ha definito la strategia un passo avanti, ma ha aggiunto che una vera integrazione finanziaria “richiede un titolo sovrano europeo: uno strumento liquido e sicuro”, capace di attrarre capitali e di dare forza all’euro. E il fabbisogno è enorme: il rapporto Draghi parla di 750-800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, tra il 4,4 e il 4,7% del pil dell’Unione, per non restare schiacciati tra Stati Uniti e Cina.

I 75 anni dalla ripresa delle relazioni diplomatiche bilaterali tra i due paesi e il motto “una storia che diventa futuro” sono un buon punto di partenza per provare a navigare con successo nei mari agitati dell’economia mondiale. Italia e Germania hanno il dovere di contribuire a tracciare una rotta per l’Europa orientata dalla stella polare del progresso, concorrendo a formulare una politica monetaria e una politica fiscale tra loro coerenti e all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte, a definire una strategia atta a convogliare il risparmio verso usi pienamente produttivi, in questo modo impedendo alla stagnazione di perdurare e al debito di risalire. (riproduzione riservata)

*Presidente Associazione Guido Carli
**Associazione Guido Carli