L’approvvigionamento di terre rare e materie prime critiche resta al centro dell’agenda europea. Tuttavia l’Unione, nonostante abbia fissato obiettivi chiari con il Critical Raw Materials Act, deve affrontare sfide legate a frammentazione, dipendenza e difficoltà di inserirsi nelle catene di controllo societario. È quanto emerso durante l'evento di presentazione del libro «Geopolitica delle terre rare» di Paolo Gila e Maurizio Mazziero (Hoepli) martedì 17 in Assolombarda a Milano.
«Oggi tuttavia l'Europa dipende in larga misura delle forniture estere, con catene di approvvigionamento globali fortemente concentrate al di fuori dell'Unione e sempre più influenzate da dinamiche geopolitiche più ampie», dichiara Raffaele Fitto, commissario europeo per la Politica Regionale.
L’Unione deve rafforzare l’economia strategica e diversificare le fonti di approvvigionamento per ridurre il rischio di dipendenza», ha proseguito, «e per questo abbiamo lanciato il Critical Raw Materials Act con obiettivi chiari e vincolanti per il 2030: estrarre almeno il 10% del nostro fabbisogno; trasformarne almeno il 40% all'interno dei nostri confini e coprire almeno il 25% dei consumi attraverso il riciclo».
Tuttavia l’Europa vive un grande problema legato alla frammentazione, avverte l’ex premier Enrico Letta, presidente del Jacques Delors Institute: «Se ogni Paese europeo avrà la propria strategia sulle terre rare, saranno cinesi e americani ad approfittarne. O c’è un’azione collettiva come Europa o c’è un’incapacità di ottenere risultati. Non è un problema di far prevalere Bruxelles sulle capitali, ma un problema di non far prevalere Pechino e Washington».
Se le terre rare si trovano in gran parte in Paesi come Cina, Russia, Congo, India, Indonesia e Perù, la struttura del controllo societario delle imprese minerarie delinea un quadro più rassicurante per l’Europa poiché include Paesi più vicini per affinità geopolitica, spiega Gabriele Barbaresco, direttore area studi di Mediobanca.
Tuttavia il ruolo dell’Ue resta marginale: «Prendiamo il cobalto: l’Europa non è stata in grado di introdursi nelle catene di controllo societario» come invece ha fatto la Cina in Africa, dove ora controlla il 22% di tutte le società del comparto.
In Italia «le materie prime critiche sono presenti in 490 miliardi di euro di fatturato manifatturiero, pari al 58% del totale, interessano 43 settori manifatturieri, 17 filiere e 77.000 imprese», continua Barbaresco. In termini di valore pesano per il 2,3% del fatturato e per il 3,2% sui costi. Ma sono fondamentali: «È come lo zafferano; se servono pochi grammi, ma senza non puoi fare il risotto».
Accanto al tema delle materie prime c’è «un’altra dimensione altrettanto strategica per la competitività dell’industria europea: quella dell’energia», avvisa Alvise Biffi, presidente di Assolombarda.
«Garantire alle imprese energia disponibile, sostenibile e a costi competitivi è una condizione essenziale per la sopravvivenza. È dunque prioritario diversificare le fonti di approvvigionamento». Ci sono passaggi chiave da affrontare, per Biffi: «Favorire i power purchase agreement per permettere alle imprese di acquistare energia rinnovabile con contratti di lungo periodo, garantendo stabilità dei prezzi e facilitando il finanziamento di nuovi impianti. In secondo luogo, accelerare i processi autorizzativi per i nuovi impianti rinnovabili; non si può aspettare dieci anni come per il parco eolico del Mugello.
Allo stesso tempo», conclude Biffi, «recepire le norme sulle aree idonee e infine è necessario aprire con pragmatismo il tema del nucleare di nuova generazione». (riproduzione riservata)