L’Iran pianifica un distacco definitivo dall’internet globale. Secondo gli attivisti iraniani specializzati in diritti digitali, scrive il Guardian, l’Iran vuole abbandonare in modo permanente l’internet globale, permettendo la connessione online solo a individui approvati dal regime.
«È in corso un piano confidenziale per trasformare l’accesso a internet internazionale in un privilegio governativo», afferma un rapporto di Filterwatch, un’organizzazione che monitora la censura di internet in Iran. «I media statali e i portavoce del governo hanno già segnalato che si tratta di un cambiamento permanente, avvertendo che l’accesso illimitato non tornerà dopo il 2026».
In particolare, secondo il piano, gli iraniani in possesso di autorizzazioni di sicurezza o che superano i controlli governativi avranno accesso a una versione filtrata di internet globale, ha spiegato Amir Rashidi, leader di Filterwatch. Tutti gli altri potranno accedere solo all’internet nazionale: un internet domestico e parallelo, separato dal resto del mondo.
Il blocco di internet in Iran è iniziato l’8 gennaio, dopo 12 giorni di proteste anti-regime. Migliaia di persone sono state uccise: 3.090 i morti confermati il 17 gennaio e 22.123 gli arresti effettuati. Solo informazioni limitate filtrano a causa del blackout, uno dei più gravi nella storia del Paese. Un portavoce del governo ha dichiarato ai media iraniani che internet internazionale resterà chiuso almeno fino al Nowruz, il capodanno persiano, il 20 marzo.
Mentre l'organizzazione che monitora la rete, Netblocks, ha riferito di «una lieve ripresa» della connettività internet dopo oltre 200 ore di interruzione. Ma, ha scritto su X, rimane al 2% circa dei livelli ordinari e non ci sono indicazioni di una «ripresa significativa».
Un ex funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che ha lavorato sulla censura di internet, citato dal Guardian, ha detto che l’idea che l’Iran possa tentare un distacco permanente dall’internet globale è «plausibile e terrificante», ma anche «costoso»: «Non è fuori questione che lo facciano, ma l’impatto economico e culturale sarà davvero enorme», ha avvertito.
L’Iran lavora a un internet nazionale dal 2009, dopo che le autorità avevano temporaneamente chiuso internet durante le proteste di massa in seguito alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, rendendosi conto che un blackout totale aveva costi estremi. Col tempo, il regime ha raffinato i blackout: bloccando servizi come Facebook, Twitter e Google durante le proteste del 2012, ma lasciando attivi altri servizi importanti a livello economico.
Nei 10 anni successivi, ha usato un approccio di «carota e bastone» per costringere aziende online, banche e provider di servizi internet a spostare le loro infrastrutture chiave, data center e uffici, all’interno del Paese. Chi accettava riceveva vantaggi fiscali, chi rifiutava era escluso dal mercato iraniano.
Una strategia che ha avuto successo. L’internet nazionale ha funzionato durante le proteste ed è ora l’unica opzione per la maggior parte degli iraniani per connettersi online. È destinato a evolversi, ma resta inaccessibile agli utenti esterni. Ma l’impatto sarà davvero grave per le autorità iraniane che ne porteranno la responsabilità economica.
Mentre la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha attaccato di nuovo gli Stati Uniti, attribuendo loro la responsabilità delle proteste che da settimane scuotono il Paese. Khamenei ha, infatti, dichiarato in un discorso ai media del 17 gennaio che alcune delle persone coinvolte nella sedizione sono state «addestrate e in gran parte reclutate da agenzie americane e israeliane», e ha aggiunto che i responsabili nazionali e internazionali «non rimarranno impuniti», le autorità «devono spezzare la schiena ai sediziosi».
La risposta degli Stati Uniti non si è fatta attendere anche perché hanno ricevuto notizie secondo cui la Repubblica Islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. «Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica Islamica attaccasse le risorse americane, la Repubblica Islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: non scherzate con il presidente Trump», ha scritto su X il Dipartimento di Stato Usa.
Il presidente statunitense era pronto a ordinare un attacco contro l'Iran martedì 13 gennaio tanto che aveva chiesto al Pentagono di prepararsi. Ma l'ordine non è mai arrivato.
La Guida suprema ha poi assicurato che l’Iran non intende condurre il Paese in guerra, ma ha ribadito la necessità di identificare e affrontare chi, secondo lui, mira a destabilizzare il Paese. Da qui l’esortazione Khamenei anche al governo a «raddoppiare gli sforzi» per fronteggiare la crisi economica, con un’inflazione vicina al 40% e il crollo del rial, tutti fattori che hanno alimentato le proteste popolari.
«La situazione economica del Paese non è buona e la popolazione sta davvero lottando per il proprio sostentamento», ha osservato il leader iraniano, «proprio per questo motivo i funzionari governativi devono lavorare il doppio, per garantire i beni di prima necessità e rispondere ai bisogni generali della popolazione».
Le proteste in Iran continuano a essere un banco di prova sia per il governo di Teheran sia per la diplomazia internazionale, in un contesto di crescente tensione interna ed esterna, con la popolazione che lotta tra difficoltà economiche e repressione politica.
La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha espresso solidarietà al popolo iraniano e ai manifestanti che chiedono un futuro migliore, condannando le violenze e le uccisioni da parte del regime. «Per quello che riguarda l’Iran, dobbiamo lavorare per una de-escalation», ha detto la premier, «stiamo cercando negoziazioni che possano risolvere anche il dossier nucleare, in collaborazione con Paesi come l’Oman, che hanno avuto un ruolo importante nelle mediazioni». (riproduzione riservata)