Sale la tensione in Iran. La Guida Suprema Ali Khamenei ha disposto per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc) uno stato di allerta superiore persino a quello adottato durante il conflitto con Israele dello scorso giugno. La decisione arriva mentre il Paese attraversa il quattordicesimo giorno consecutivo di proteste diffuse, che coinvolgono numerose città e province.
Khamenei, riferiscono le stesse fonti, mantiene un contatto costante e privilegiato con le Guardie della Rivoluzione, considerate il pilastro più affidabile della sicurezza del regime. La scelta deriva dalla convinzione che il rischio di defezioni all’interno dell’Irgc sia minimo, a differenza di quanto avvenuto in passato in altri segmenti delle forze armate o delle forze di polizia.
Il messaggio lanciato dalle autorità giudiziarie è netto. Il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha dichiarato che tutti i partecipanti alle proteste saranno perseguiti come “nemici di Dio” (mohareb), un’accusa che nel sistema giuridico iraniano può comportare la condanna a morte. La definizione, secondo quanto riportato dai media statali e rilanciato da Sky News, si estende non solo ai manifestanti accusati di violenze o danneggiamenti, ma anche a chiunque li abbia sostenuti o aiutati.
Sul fronte del bilancio umano, l’agenzia statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana) parla di almeno 65 morti e 2.311 arresti. Le vittime si concentrerebbero soprattutto fuori dalla capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. Tuttavia, stime alternative delineano uno scenario ben più grave.
Un medico di Teheran, intervistato in forma anonima dalla rivista Time, ha riferito che soltanto sei ospedali della capitale avrebbero registrato almeno 217 decessi tra i manifestanti, in larga parte causati dall’uso di munizioni vere. Se confermati, questi dati indicherebbero una repressione su scala molto più ampia rispetto a quella ufficialmente riconosciuta, in un contesto segnato anche dal sovraccarico delle strutture sanitarie, come segnalato dalla Bbc.
A rafforzare i timori di una stretta autoritaria contribuisce il blocco quasi totale delle comunicazioni. Secondo l’osservatorio Netblocks, il blackout nazionale di Internet imposto dalle autorità è in vigore da oltre 36 ore, rendendo estremamente difficile la circolazione di informazioni e immagini dal Paese.
Gli scontri hanno provocato vittime anche tra gli apparati statali. L’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha riferito della morte di tre agenti di polizia a Shiraz e di altre 14 persone delle forze di sicurezza in diverse aree del Paese, tra cui un procuratore e vari membri dei Basij. Secondo le fonti ufficiali, la situazione sarebbe ora “calma”.
Sul piano internazionale, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha espresso pubblicamente sostegno «al coraggioso popolo iraniano». Intanto Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, ha invitato la popolazione a uno sciopero generale, sostenendo che l’unione tra mobilitazione di piazza e blocco dei flussi finanziari potrebbe far crollare l’apparato repressivo della Repubblica Islamica.
Infine, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in un’intervista all’Economist, ha sottolineato che eventuali azioni ostili iraniane avrebbero «conseguenze terribili», ribadendo al contempo che il destino del Paese dipenderà soprattutto dalle scelte del suo popolo. Un passaggio che inserisce la crisi interna iraniana in un quadro regionale già fortemente instabile. (riproduzione riservata)