Iran, perché Khamenei jr come guida suprema è una scelta debole
Iran, perché Khamenei jr come guida suprema è una scelta debole
Un regime change può essere l’occasione per l’Iran di lasciarsi alle spalle l’oscurantismo di Khamenei. Ma il risvolto non è così scontato

di di Mariano Giustino 05/03/2026 02:00

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La Repubblica Islamica cerca di regionalizzare il conflitto. Dopo l’attacco con un drone che ha colpito la base britannica della Royal Air Force di Akrotiri a Cipro, causando danni limitati e nessuna vittima, ieri è stata la volta i una Paese Nato, la Turchia, che ha giocato un ruolo nei negoziati in Oman tra Washington e Teheran. Un missile iraniano diretto sui cieli turchi è stato abbattuto dalle forze Nato nel Mediterraneo orientale. Parti del missile sono cadute nella città turca di Hatay, per fortuna senza alcuna vittima. In Kuwait era stata presa di mira l’area vicina all’ambasciata americana. L’Arabia Saudita dichiara di essere pronta per una risposta militare di ritorsione se gli attacchi della Repubblica Islamica dovessero continuare.

Il rimescolamento nella dirigenza iraniana

Sul fronte interno iraniano è in corso una lotta per il potere tra le diverse bande costituenti il regime. I Guardiani della Rivoluzione Islamica stanno approfittando del vuoto creato dalla morte di decine di alti esponenti per riempirlo di loro fedelissimi.

I fondamentalisti più radicali si affrettano a occupare tutti i vertici dello stato. Il nuovo comandante dei pasdaran è Ahmed Vahidi, soggetto a sanzioni Usa per il suo ruolo nella repressione delle proteste del movimento «Donna, Vita, Libertà» nel 2022. Ex ministro della Difesa sotto Ahmadinejad e dell’Interno con il presidente Raisi, è considerato un falco del regime dai metodi criminali, ricercato dall’Interpol per il suo coinvolgimento negli attentati di Buenos Aires del 1994.

La galassia che compone il regime con il corpo dei Guardiani della Rivoluzione appare sempre più divisa tra i sostenitori della linea dura come Ali Larijani, segretario del supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell'Iran, e la corrente che fa capo al presidente Pezeshkian, il quale ha annunciato di aver dato inizio ai lavori del consiglio elettivo dei Guardiani della Rivoluzione per sostituire i numerosi uomini di potere che sono stati uccisi durante le operazioni militari di Usa e Israele.

Perché la scelta del figlio di Khamenei come guida suprema è un «segnale di debolezza»

Intanto sembra che il secondogenito del defunto Khamenei, Mojtaba, sia riuscito ad assicurarsi la nomina a guida suprema del Paese. Al momento manca l’ufficializzazione della nomina. Che significato dovremmo dare a questa scelta? Sarebbe certamente un segnale di debolezza. Perché? Perché dimostra ancora una volta che questo regime è chiuso in se stesso, rigido e non in grado di riformarsi. Certo, lo si sapeva, ma la nomina di Mojtaba sarebbe una ulteriore conferma.

Il ruolo di guida suprema indicherebbe la continuità con la dinastia Khamenei e dunque una linea di oscura intransigenza. Il secondogenito di Khamenei era emerso circa vent’anni fa, sotto la presidenza di Ahmadinejad. Non rappresenta dunque la transizione ma una continuità; il regime ha voluto dimostrare di non essere stato scalfito dalla decapitazione e dall’eliminazione di Khamenei. Non a caso la nomina è avvenuta su pressione dei Guardiani della Rivoluzione.

Le difficoltà nel mandare in esilio eventuali disertori

Il regime iraniano potrebbe sfaldarsi ma occorrerebbe garantire l’esilio per quegli esponenti che intendano disertare. La morte di Khamenei indurrà il regime e le sue forze di sicurezza a serrare i ranghi per sopravvivere oppure potrebbe rappresentare l’equivalente di un’enorme cannonata che apre un varco in una nave facendola affondare e costringendo i suoi leader a salvarsi la pelle.

Il problema è che la Repubblica Islamica è uno dei regimi più isolati al mondo ed è circondata da nemici; le sue relazioni con alcuni Paesi vicini sono al più di tipo transattivo e spesso sono Paesi come la Turchia che, seppur non vogliano la caduta del regime islamista, lo preferirebbero debole e instabile. Non esiste pertanto alcuna prospettiva di fuga che dia garanzia di sicurezza e di sopravvivenza per quei funzionari che volessero lasciare il Paese. Ci sono pochissimi posti al mondo dove possono andare in esilio. Molti di loro sanno che non hanno altra scelta perché uscire fuori dal sistema della Repubblica Islamica è come abbandonare un’organizzazione mafiosa, comporta cioè la morte. Per questo sarebbe necessario garantire protezione e un esilio sicuro a chi intenda mettersi in salvo abbandonando la Repubblica Islamica.

La posizione della Casa Bianca

Trump ha chiesto alla popolazione iraniana di rimanere in casa finché i bombardamenti non saranno cessati per poi riprendersi il Paese. Ha affermato che questa potrebbe essere la loro «unica possibilità in una generazione». Nei prossimi giorni sapremo di più se gli iraniani vedano questa come un’opportunità per ribellarsi al regime e formino un’organizzazione politica con un obiettivo ben preciso: rovesciare la Repubblica Islamica per creare istituzioni democratiche basate sulle regole dello Stato di diritto. Al momento la società iraniana appare divisa e non organizzata e all’interno del Paese nessun leader si affaccia all’orizzonte dimostrando di essere in grado di assumere il comando di una coalizione di forze politiche democratiche che intendano superare 47 anni di dittatura islamista.

Intanto Trump ha fatto del cambio di regime un obiettivo chiaro di questa campagna militare. La Repubblica Islamica da oltre sette mesi, dopo la guerra dello scorso giugno, non controlla più il proprio spazio aereo, le sue ramificazioni regionali sono state decimate e sta vivendo un’angoscia esistenziale a causa della rivolta popolare che è in corso dal 16 settembre 2022, giorno della barbara uccisione di Mahsa Amini.

Trump aveva tracciato rigide linee rosse, insistendo sul fatto che se l’Iran avesse ucciso i manifestanti gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in loro aiuto e ha incitato la popolazione a scendere in piazza durante quelle proteste dicendo a essa di andare a occupare le istituzioni statali e che gli aiuti sarebbero arrivati.

Ora il regime si trova davanti a un bivio: scatenare tutte le sue forze contro gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali - scelta che potrebbe portare a una risposta massiccia che determinerebbe l'implosione del regime - oppure reagire in modo misurato mostrandosi disponibile ad aprire un nuovo dialogo nella speranza che questa operazione cessi presto e che possano riemergere dalle macerie.

Storicamente i mullah hanno scelto la via della moderazione, perché vogliono rimanere al potere. È troppo presto per dire se il regime di Teheran deciderà di reagire in modo sconsiderato o se sarà disposto a fare profonde concessioni (sul programma nucleare, sui missili e sui proxy) per garantire la fine delle operazioni militari statunitensi e israeliane. È bene tener presente che questo regime riconosce di non essere all'altezza degli Stati Uniti militarmente; ma non ha bisogno di vincere, vuole solo sopravvivere. (riproduzione riservata)