Nati come uno strumento per esporsi in modo più ampio, diversificato ed economico al mercato, gli Etf vivono oggi un apparente paradosso. Anche il più convinto degli investitori passivi si trova infatti, per la configurazione che ha assunto il mercato, ad avere un’ampia fetta di portafoglio esposta a titoli tecnologici e dell’intelligenza artificiale di tipo growth che trattano a multipli elevati rispetto ai principali parametri di valutazione, a cominciare dal più utilizzato nell’analisi di mercato: il rapporto tra prezzo e utili attesi.
Come uscire dall’impasse e cambiare in parte l’orientamento del proprio portafoglio? Oltre alle soluzioni classiche (dal value agli strumenti equiponderati) l’industria degli Etf, a partire dagli Stati Uniti ma ormai anche in Europa, sta proponendo sempre più soluzioni alternative ispirate alle teorie dei grandi economisti e gestori. Veri e propri Etf d’autore, riassunti nella tabella in basso, che JustEtf ha raccolto per Milano Finanza in tre grandi famiglie, pensate rispettivamente per individuare titoli sottovalutati rispetto al loro valore storico, con un grande vantaggio competitivo che permetta di resistere alle fasi di mercato più avverse o per abbassare il peso delle società troppo care.
Ispirata agli studi dell’economista e premio Nobel Robert Shiller, questa famiglia di Etf si basa sul concetto di Cape Ratio (Cyclically Adjusted Price Earnings), cioè il rapporto prezzo/utili calcolato sulla media degli ultimi dieci anni e corretto per l’inflazione. Questo approccio «serve a smussare le ciclicità e capire se un mercato o un settore è a sconto rispetto alla propria storia», spiega Lorenzo Demaria, country manager per l’Italia di JustEtf.
Gli investitori europei hanno a disposizione sette strategie di questa famiglia, gestite dalla boutique parigina del gruppo Natixis Ossiam. La più grande è focalizzata sul mercato azionario Usa, è denominata in dollari, ha un costo annuo dello 0,65% (sensibilmente più alto rispetto agli Etf sull’S&P 500 classici) e gestisce masse per 1,3 miliardi di euro. Ma ci sono anche Etf sulle azioni europee e globali. Quello con il miglior rendimento da inizio anno è proprio il prodotto sui titoli europei, che sta battendo lo Stoxx 600 di 4,5 punti, peraltro con una volatilità a un anno inferiore di quasi l’1%.
Il meccanismo di investimento è molto rigoroso e definito da passaggi specifici: all’interno dell’universo di riferimento vengono selezionati, elenca Demaria, «i settori con il Cape relativo più basso, cioè i più sottovalutati rispetto alla loro media storica, che vengono equipesati al 25% ciascuno». Per evitare poi le cosiddette value trap, cioè quei titoli che sembrano molto economici ma che in realtà continuano a perdere valore o a restare bassi perché l'azienda ha problemi strutturali, l’Etf esclude poi il settore con il peggior momentum (cioè trend di mercato) a 12 mesi. Viene infine effettuato un ribilanciamento mensile.
L’ispiratore di questa famiglia di Etf non ha certo bisogno di presentazioni: si tratta di Warren Buffett, considerato da molti il più grande gestore attivo di tutti i tempi. Per individuare le aziende in cui investire tramite la holding Berkshire Hathaway Buffett ha reso celebre il concetto di economic moat (fossato economico). Proprio come nei castelli medievali, un’azienda che possiede un ampio fossato davanti ai bastioni (uscendo dalla metafora: vantaggi competitivi ampi e durevoli) avrà più possibilità di sbaragliare la concorrenza e risultare vincente nel lungo periodo.
«Morningstar ha trasformato l’idea in una metodologia quantitativa», spiega Demaria, «e poi VanEck l’ha impacchettata in formato Etf». A ogni azienda la società di analisi finanziaria assegna un rating basato su cinque fonti di vantaggio competitivo: costi di sostituzione per i clienti (i cosiddetti switching costs), asset intangibili (quindi brand e brevetti), capacità di sfruttare un network ampio, vantaggio sui costi e scala efficiente. In questo modo vengono individuati i titoli con vantaggi competitivi che Morningstar stima possano durare almeno 20 anni.
Inoltre, sottolinea il country manager, «tra le wide moat l'indice seleziona quelle scambiate al maggior sconto rispetto al fair value stimato da Morningstar stessa», in modo tale da combinare due fattori di investimento. Value e quality, quindi «aziende di qualità a prezzi ragionevoli». A livello operativo gli investitori europei hanno a disposizione quattro Etf Ucits, di cui il più grande con circa 330 milioni di masse ha come sottostanti titoli americani e un filtro di sostenibilità Esg. A livello di performance il migliore a tre anni è però quello sulle azioni globali, che supera il 40%. Tra i primi titoli in portafoglio compaiono il colosso dei chip taiwanese Tsmc, il broker statunitense Charles Schwab e la big pharma Bristol Myers Squibb.
Proposti da Invesco sulla base di indice Ftse, i quattro Etf di questa famiglia (tutti a distribuzione) fanno capo alle teorie di Rob Arnott, il fondatore della società di gestione Research Affiliates considerato uno dei pionieri dello smart beta, ossia l’investimento basato su precise regole (ad esempio i fattori, o stili). La metodologia di Arnott, il cui nome è appunto Rafi (Research Affiliates Fundamental Index), parte da una critica agli indici classici basati sulla sola capitalizzazione di mercato. Pesando le aziende solo per il loro valore di mercato, questa è la critica di Arnott, si sovrappeseranno automaticamente quelle troppo care e si sottopeseranno invece quelle a sconto.
Arnott vuole uscire dall’impasse trovando un metodo che aumenti il peso delle aziende a sconto e diminuisca quello dei titoli troppo cari.
Per farlo il metodo Rafi consiste nel «pesare le aziende per quattro metriche fondamentali di business: fatturato, dividendi e buyback, book value e asset intangibili, flusso di cassa, tutti su medie pluriennali per smussare il rumore», spiega Demaria. Il risultato è «una regola di ponderazione alternativa che ribilancia meccanicamente verso ciò che è a sconto».
Gli investitori europei possono optare per quattro diverse strategie geografiche: una sugli Usa, una sull’Europa, una sugli emergenti e una sulle azioni globali. Pur essendo la più piccola per masse (39 milioni) quella europea registra un rendimento a tre anni sopra il 72%. Con un forte peso sul Regno Unito (25% del portafoglio), il comparto vede tra i titoli principali Shell, TotalEnergies, Hsbc e Roche. Il rendimento da dividendo attuale è del 2,24%. (riproduzione riservata)