Che fine ha fatto l’Esg? Dopo anni di crisi profonda, tra decisori politici ostili (uno su tutti: Donald Trump), performance a tripla cifra dei settori controversi (dalla difesa alle energie tradizionali) e il declassamento di centinaia di fondi che mascheravano dietro le etichette green scelte di investimento molto più opache (il fenomeno del cosiddetto greenwashing), la sostenibilità in portafoglio sta provando in qualche modo a rialzare la testa.
Come certificato da Ark Invest Europe, divisione continentale della società di gestione di Cathie Wood, nel mese di aprile gli Etf tematici sulle energie pulite hanno raccolto 537 milioni di dollari, superando per afflussi perfino i comparti sulla difesa. Sempre ad aprile, ha svelato Amundi, gli afflussi in tutti gli Etf green in Europa sono stati pari a 4,8 miliardi di euro, circa tre volte superiori rispetto a marzo. I fondi-indice sui green bond hanno raccolto 992 milioni.
Per la sostenibilità in portafoglio potrebbe aprirsi una nuova finestra di opportunità. Tanto più adesso che la crisi energetica in Medio Oriente impone per i Paesi importatori di petrolio (come l’Italia) di trovare fonti di energia alternative.
La tabella Fida in basso raccoglie dieci tra fondi ed Etf obbligazionari che hanno come sottostanti bond con caratteristiche Esg o simili (ad esempio, quelli allineati agli obiettivi degli accordi di Parigi sul clima). La loro performance media nel 2026 è pari all’1,8%, che passa al 4,9% a un anno e arriva a sfiorare il 19% su una prospettiva triennale. Il tutto con costi medi dello 0,8%.
Rbc BlueBay apre la graduatoria Fida con il fondo Em Aggregate Short Duration Bond (2,8% da inizio anno ma con costi del 2%). Piuttosto che concentrarsi su rigidi criteri di esclusione Jana Harvey, managing director e senior portfolio manager per i mercati emergenti, crede che «gli investitori dovrebbero considerare di ampliare il proprio universo di investimento e concentrarsi su emittenti con traiettorie Esg in miglioramento».
Inoltre, la money manager ritiene che gli investitori dovrebbero contribuire al miglioramento di questi emittenti «attraverso un dialogo attento, o engagement, per beneficiare delle opportunità individuate lungo il percorso».
Con il comparto Dpam L Bonds Em. Markets Sustainable Dpam (gruppo Indosuez Wealth Management) mette a segno una performance da inizio anno dell’1,8%, con costi dello 0,45%. Come evitare il greenwashing in un universo di investimento frastagliato come può esserlo quello dei mercati emergenti? Filipe Gropelli Carvalho, emerging markets analyst, utilizza vari criteri. In primo luogo «esclusioni a livello Paese per gli Stati considerati sia autoritari sia non liberi secondo l’Eiu Democracy Index e il report Freedom in the World di Freedom House». In seconda istanza, un criterio che il money manager definisce «di trend, tale da premiare i Paesi che dimostrano un miglioramento Esg continuo nel tempo».
Questo approccio, secondo Gropelli Carvalho, ha anche un razionale a livello di fondamentali dei titoli. «I governi autoritari spesso mantengono il potere adottando politiche economiche sfavorevoli al mercato, aumentando così le incertezze e penalizzando i prezzi delle obbligazioni».
Sella Sgr punta su un approccio sostenibile con il fondo Bond Paesi Emergenti, che da gennaio guadagna l’1,4% (e arriva quasi al 25% su un orizzonte triennale) con costi dello 0,63%. Anche per Rossana Brambilla, vicedirettore investimenti e responsabile sostenibilità del gruppo, per evitare il greenwashing bisogna partire da una serie di parametri il più possibile oggettivi.
Nelle strategie Esg la money manager adotta «una combinazione di screening negativi e positivi». A livello di selezione attiva, specifica Brambilla, il portafoglio viene «orientato verso emittenti con fondamentali Esg più solidi. In particolare, la governance rappresenta un prerequisito: si investe solo in società con adeguati standard nel terzo pilastro dell’acronimo». L’obiettivo? «Coniugare sostenibilità e disciplina finanziaria, privilegiando emittenti capaci di gestire rischi Esg nel tempo».
T. Rowe Price si approccia all’asset class con il comparto Diversified Income Bond, che mette a segno da gennaio una performance dell’1,3% con commissioni dello 0,84%. Amanda Stitt, portfolio specialist della società di gestione, ritiene che si stia entrando «in una fase di maturazione dell’Esg, sempre più chiaramente fondata sulla materialità finanziaria. Nel nostro fondo obbligazionario ad esempio i fattori di sostenibilità vengono integrati insieme ad altri driver di rischio e rendimento tra cui valutazioni, fondamentali, resilienza dei flussi di cassa e condizioni macroeconomiche anziché essere trattati a parte, come un obiettivo autonomo».
Sulla base di questo meccanismo, Stitt «privilegia gli emittenti per i quali le considerazioni di sostenibilità sono finanziariamente rilevanti per la qualità creditizia di lungo periodo e nei quali le valutazioni compensano adeguatamente il rischio che può essere assunto».
Ma quali sono oggi i settori in cui i gestori stanno individuando più opportunità nell’universo Esg? Samuel Manser, senior portfolio manager per le strategie Sustainable Global Credit di Swisscanto, cerca «obbligazioni corporate di emittenti investment grade solidi, in particolare nei settori difensivi come healthcare e tecnologia».
Focus poi sui green bond veri e propri. «In settori come utility e automotive, possono sostenere la transizione verso le energie rinnovabili e la mobilità elettrica, contribuendo anche a migliorare la diversificazione complessiva del portafoglio», conclude il money manager di Swisscanto. (riproduzione riservata)