La guerra in Medio Oriente, salvo ribaltoni ormai sempre più improbabili, costringe i risparmiatori a fare i conti con il più temuto degli spauracchi, in grado di erodere al tempo stesso risparmi e potere d’acquisto: il ritorno dell’inflazione.
I dati preliminari Eurostat di maggio parlano chiaro: il carovita dell’Eurozona è salito del 3,2% su base annua, con la componente energetica lievitata del 10,9%. Una dinamica che non terrorizza ancora, ma che sicuramente fa scattare più di un campanello d’allarme: tanto che un rialzo dei tassi di 25 punti base da parte della Bce nella riunione del prossimo giovedì 11 giugno, nel tentativo di soffocare sul nascere il surriscaldamento dei prezzi, sembra ormai scontato.
Nello scenario avverso, se il conflitto in Medio Oriente non dovesse finire a breve (e se lo stretto di Hormuz non venisse riaperto) l’inflazione, come segnalato dal governatore di Bankitalia Fabio Panetta che in occasione delle considerazioni finali alla relazione annuale ha ricordato le proiezioni Bce di marzo, «potrebbe raggiungere un picco sopra il 6% e, se non contrastata, rimanere a lungo al di sopra dell’obiettivo, via via che lo shock energetico si propaga a un numero crescente di settori».
Vero è che nello scenario di base della Bce, in cui lo shock energetico venisse pienamente riassorbito in caso di pace o quanto meno di tregua, «l’inflazione aumenterebbe al 2,6% nel 2026 e tornerebbe poi all’obiettivo», ha ricordato Panetta.
Così come è indubbio che Bce stavolta stia giocando d’anticipo e non voglia farsi cogliere impreparata. Ma nella mente dei risparmiatori il precedente del 2022 è ancora troppo vivo per non porsi almeno qualche interrogativo. In quell’occasione l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia con conseguente interruzione delle forniture del gas di Mosca verso l’Europa provocò un picco di inflazione energetica (trasmessa poi agli altri settori) per contrastare la quale la Bce iniziò una stagione di strette monetarie senza pari, portando i tassi dallo 0% al 4,5%.
Con una reazione a catena drammatica: nel 2022 le azioni globali in euro lasciarono per strada il 13%, i bond governativi in euro addirittura il 18,5%. Si salvarono solo le materie prime, in crescita del 22% proprio grazie alla componente energetica (petrolio e gas).
Uno scenario come quello di quattro anni fa dovrebbe essere scongiurato: da inizio guerra le azioni globali (trainate dalla corsa inarrestabile di chip e AI) crescono del 9%, le materie prime diversificate - grazie al petrolio che sta più che controbilanciando un periodo negativo per l’oro - quasi del 10%, mentre i titoli di Stato in euro stanno limitando le perdite all’1,2%.
Ma per molti investitori non è il momento di abbassare la guardia, e anzi è tempo di rimodellare i portafogli per contrastare gli effetti del carovita, magari con mosse che potranno essere mantenute anche nel caso in cui l’inflazione dovesse tornare sotto controllo. Uno strumento in arrivo, per la parte obbligazionaria, è Btp Italia Sì, il nuovo titolo di Stato del Mef indicizzato all’inflazione nazionale pensato solo per i piccoli risparmiatori e in collocamento dal 15 al 19 giugno. Per il tasso fisso (a cui andrà poi sommata la componente variabile dell’inflazione Foi) bisognerà aspettare venerdì 12. Per ora si sa che questo Btp avrà durata cinquennale e un premio fedeltà dello 0,6% per chi lo comprerà in fase d’emissione e lo terrà fino a scadenza.
Attenzione però, avvisano i consulenti, a non cadere nella tentazione di fare all-in sui titoli di Stato retail, bond con una tassazione amica (al 12,5% e non al 26%) e un profilo di rischio basso, ma non funzionali a tutte le necessità del portafoglio. In altre parole: si può costruire e strutturare un portafoglio multi-asset che comprenda azioni (singole o tramite Etf), bond (indicizzati e non) e materie prime diversificate senza però venir meno all’obiettivo prioritario. Difendere il più possibile il proprio denaro dei rischi di un’inflazione crescente.
Per tracciare queste strategie la società di consulenza finanziaria indipendente Colazione a Wall Street scf e la piattaforma digitale di investimento Moneyfarm hanno costruito per MF-Milano Finanza due portafogli modello, ipotizzando un investitore retail evoluto con profilo di rischio intermedio.
Il portafoglio di Colazione a Wall Street scf è stato simulato a partire da gennaio 2021. Un lasso di tempo che permette di includere anche la crisi inflazionistica del 2022. «Il portafoglio ha limitato la perdita nel 2022 (-4,27% il rendimento, ndr), anno in cui il rialzo dei tassi ha penalizzato sia azioni sia obbligazioni», spiega Francesco Casarella, co-fondatore e amministratore della società.
L’allocazione multi-asset si compone di una componente maggioritario di azioni globali (indice Msci World), con una seconda gamba corposa di Etf sui bond indicizzati. Non mancano però posizionamenti specifici: mercati emergenti, oro fisico, fattore di investimento quality (azioni con fondamentali solidi in grado di resistere ai cicli di rallentamento economico) e alcuni titoli mirati come Coca-Cola (anche in ottica di dividendi) e Occidental Petroleum per esporsi al rialzo dei prezzi del greggio. Nel 2022, ricorda Casarella, «la presenza di oro, inflation-linked, energia e azionario quality ha contribuito a compensare l’impatto negativo dei bond».
Ma lo scopo di un portafoglio di questo tipo, secondo il consulente indipendente, è duplice: resistere al meglio alla dinamica inflazionistica e macinare buone performance anche con il rallentamento della dinamica dei prezzi. «Nella successiva fase di disinflazione, il portafoglio ha confermato una buona capacità di adattamento al ciclo. In logica prospettica, è costruito per affrontare sia un’inflazione persistente sia una successiva fase di disinflazione, evitando la concentrazione sulla scommessa macro e privilegiando asset che hanno capacità di adattamento ai diversi regimi di mercato».
È diversa la logica di Alessandro Capuano, head of trading di Moneyfarm, che nel suo portafoglio modello ha una stella polare: «La protezione del potere d’acquisto diventa centrale». Il portafoglio-tipo è strutturato per mitigare il rischio inflazione attraverso «una diversificazione strategica e l’uso di asset reali». La quota principale (40%) è allocata - tramite Etc - sull’oro fisico, «tradizionale bene rifugio e copertura storica contro la svalutazione monetaria», ricorda Capuano.
Un ulteriore 40% è allocato su un Etf focalizzato su bond governativi indicizzati all’inflazione dell’Eurozona, «che adeguano capitale e cedole al costo della vita». Non manca una componente azionaria (10%), «concentrata sul settore infrastrutturale energetico midstream, noto per flussi di cassa stabili e dividendi spesso indicizzati». Infine, il 10% della proposta di Capuano è allocato «in titoli governativi a breve termine, che garantiscono liquidità e stabilità, riducendo la volatilità complessiva».
L’inflazione alta, pertanto, è un’insidia per i portafogli di investimento, ma può rappresentare anche un’opportunità per chi sa scegliere gli strumenti che si sono fin qui dimostrati più efficaci in contesti di carovita in aumento.
Sia per chi volesse adottare un approccio prudente, sia per chi volesse alzare il profilo di rischio. Ma quali sono, e come si usano in concreto, gli strumenti più gettonati da gestori e consulenti? Ecco i sei più diffusi. E come usarli in portafoglio.
I bond indicizzati all’inflazione «sono il primo scudo contro uno shock energetico», spiega Marco Olivi, portfolio analyst di Intermonte. Il loro ruolo in un portafoglio retail è abbastanza intuitivo: questi bond (tra cui rientrerà anche il Btp Italia Sì di prossima emissione) «offrono il vantaggio di eliminare il rischio di credito mantenendo la liquidità del mercato regolamentato», sottolinea Giorgio Vintani, analista e consulente finanziario indipendente, che aggiunge: «In una fase di fiammate improvvise dei prezzi, permettono di immunizzare la posizione centrale del portafoglio senza subire la volatilità tipica dei mercati azionari».
Quali elementi vanno valutati al momento della scelta? Per Olivi è importante la duration, sulla quale risulta «preferibile orientarsi su scadenze contenute, tra uno e tre anni, privilegiando emittenti di Paesi meno dipendenti da importazioni energetiche e con debiti pubblici sotto controllo».
Il lingotto è storicamente considerato uno scudo naturale contro l’inflazione, vista la sua natura di bene reale scarso in natura. Dall’inizio della guerra in Medio Oriente un Etc sul lingotto fisico (in euro) ha perso circa il 13% del suo valore, ma da inizio anno rimane comunque in attivo del 5% circa grazie ai picchi (molto volatili) di inizio anno.
«Non distribuendo cedole, l’oro trae massimo beneficio quando l’inflazione corre più veloce dei tassi di interesse nominali (tassi reali negativi, ndr), agendo da stabilizzatore e decorrelatore strategico all’interno di un portafoglio bilanciato», evidenzia Vintani. Attenzione però alle dinamiche in atto nelle ultime settimane, mette in guardia Olivi. «Si registra in questa fase un netto rafforzamento della correlazione negativa con il petrolio e con i tassi reali, entrambi in forte rialzo negli ultimi mesi, che ha esercitato pressione sul metallo», spiega. Nel breve termine, quindi, «pesa la dinamica inflattiva legata al conflitto, che ha fatto sì che l’oro mancasse del suo ruolo di bene rifugio, mentre nel medio-lungo periodo resta sostenuto da acquisti solidi da parte delle banche centrali e investitori nel primo trimestre del 2026».
Un’alternativa al lingotto (oppure uno strumento complementare) è quella delle materie prime diversificate. Il più grande Etf di categoria presente sul mercato europeo, l’Invesco Bloomberg Commodity da inizio anno guadagna il 26,5%. Il paniere è investito al 39% in materie prime energetiche, al 20% in cereali, al 15,5% in metalli preziosi e al 13,5% in metalli industriali. «Investire in un paniere diversificato di commodity tramite Etf significa posizionarsi direttamente sulle cause dell’inflazione, anziché subirne gli effetti», ricorda Vintani.
Attenzione al momento della scelta: «La diversificazione del paniere è cruciale per mitigare i rischi specifici di singoli settori, offrendo una reattività immediata alle tensioni lungo le catene di fornitura». Un ulteriore elemento da considerare riguarda le altre materie prime diverse da petrolio e oro. «Lo stretto di Hormuz è un passaggio critico anche per i fertilizzanti, con ricadute sulle materie prime agricole, e metalli industriali come l’alluminio», evidenzia Olivi.
Le azioni ad alto dividendo hanno una caratteristica utile in caso di inflazione alta e incertezza di mercato: «Offrono un rendimento periodico che mitiga l’effetto erosivo dell’inflazione sul capitale e che, in fasi di mercato incerte, rappresenta una componente certa del rendimento totale», specifica Vintani.
La tabella in basso riporta i titoli di Piazza Affari con un dividend yield atteso almeno del 6%, la proiezione di inflazione nello scenario avverso della Bce. Secondo Olivi «le aziende ad alto dividendo con bilanci solidi, margini elevati e flussi di cassa stabili sono quelle che il mercato tenderà a premiare, soprattutto in caso di prolungamento dello shock energetico». Occhi puntati quindi sui «titoli finanziari, visto che le banche europee e statunitensi mostrano utili e coefficienti patrimoniali robusti da diversi trimestri, favorite anche da tassi strutturalmente più elevati».
Come per le materie prime, i vincitori indiscussi dall’inizio della guerra sono i settori energetici. L’indice Msci World Energy in euro, non a caso, da gennaio guadagna quasi il 33%. Sottolinea Vintani: «I settori energia e utility, e in particolare i produttori regolati, possiedono un’elevata capacità di trasferire i rincari dei prezzi alla produzione al cliente finale, rimanendo immuni da un aumento dell'inflazione». Al contempo, «queste azioni uniscono la solidità patrimoniale di business anticiclici a flussi di cassa visibili, convertendosi in ottimi surrogati del reddito fisso».
Occhi puntati anche sui settori energetici slegati dai prezzi del greggio. Olivi invita ad esempio a guardare con attenzione «ai materials, metalli industriali e materie prime strategiche, e alle energie alternative come il nucleare, che beneficiano anche di temi strutturali come la spesa per la difesa e la crescita dell’AI». Da gennaio gli Etf Ucits sui produttori di uranio sono in positivo fino al 19%.
Poche asset class hanno premiato gli investitori negli ultimi mesi come il fattore value: quello cioè che cerca di individuare titoli sottovalutati rispetto al loro valore intrinseco. Da inizio anno l’indice Msci World Value in euro è in attivo di oltre il 36%, circa 24 punti in più rispetto all’Msci World classico. «Quando l’inflazione accelera il fattore value sovraperforma: premia aziende scambiate a multipli compressi, con attivi tangibili e utili generati nel presente», ricorda Vintani. «Orientare una parte del portafoglio azionario su Etf sistematici focalizzati sul value consente di cavalcare la rotazione settoriale tipica dei regimi di alta inflazione».
D’altro canto, è anche vero che se i mercati stanno correndo così tanto è anche grazie ai semiconduttori e all’AI, che ricadono sotto il cappello dello stile growth. «I chip in particolare hanno registrato utili in forte crescita e il growth ha sovraperformato soprattutto negli Usa e in Asia, dove il trend strutturale dell’AI ha soverchiato le ricadute del conflitto», ricorda Olivi, che conclude: «Ne emerge un’indicazione trasversale: quality e growth per le aziende capaci di cavalcare trend strutturali con margini solidi e spese in conto capitale (capex, ndr) mirate, value per i settori energia, finanza e materials». (riproduzione riservata)