Una Ferrari, due o tre. Una collezione di orologi complicati e introvabili. Cinque, sei, dieci case in giro per il mondo. Un’avventura estrema tra i ghiacciai della Patagonia. La realizzazione personale è molto, ma non è tutto. Al di sopra c’è una parola, una sensazione magica: condividere, creare esperienze di cui possano godere la famiglia, gli amici, le persone che si amano. Lo yachting, andar per mare su una splendida barca, è esattamente questo: va oltre la realizzazione personale, si colloca ancora più in alto nella gerarchia dei bisogni. «La vera ricchezza non è ostentare ciò che possiedi, ma condividere ciò che hai costruito».
Da questa prospettiva parte Stassi Anastassov, da maggio global ceo di Ferretti Group, polo della nautica che include sette brand per un fatturato complessivo superiore a 1,2 miliardi di euro. Nato in Bulgaria, cresciuto in Svezia in una famiglia di musicisti e apolide per vocazione (ha il doppio passaporto svizzero e svedese), dice: «Il miglior posto è quello dove abito oggi». Anastassov ha girato il mondo grazie a una carriera in continua ascesa in Procter & Gamble, tra Parigi, New York, Mosca, Ginevra e Tel Aviv. E ora la svolta: Milano, capitale del lusso e del design, dove Ferretti Group ha una delle sue sedi.
Gentleman. Da Procter & Gamble agli yacht. Dal mass market al vertice della piramide del lusso. Una sfida vendere barche?
Stassi Anastassov. Noi non vendiamo semplicemente barche, ma esperienze. Non facciamo transazioni con i nostri armatori, costruiamo relazioni. Il nostro obiettivo è creare con loro una famiglia, restare legati per tutta la vita e alimentare costantemente il desiderio di qualcosa di più alto.
G. Equilibrio difficile. Come ci riuscite?
S.A. Abbiamo sette brand (Riva, Wally, Ferretti Yachts, Pershing, Itama, Custom Line e CRN, ndr), sette identità distinte ciascuna con una propria storia, un proprio patrimonio e un proprio carattere. Questo ci permette di rispettare l’eredità di ogni marchio e di soddisfare in modo molto più preciso le aspettative di uno specifico tipo di cliente.
G. Come pensate di crescere? Attraverso nuove acquisizioni, lanciando nuovi modelli o aprendovi a nuovi segmenti di clientela?
S.A. L’ambizione di crescita è forte: essendo una società quotata, abbiamo obiettivi importanti e responsabilità nei confronti degli azionisti. La priorità è rendere ciascun marchio ancora più desiderabile, il che significa sviluppare nuovi modelli, migliorare ulteriormente il design ed elevare ancora la qualità. Ma c’è un altro obiettivo per me fondamentale: fare in modo che chi entra nella famiglia Ferretti vi rimanga per tutta la vita.
G. Rinnovando la propria esperienza con yacht sempre nuovi, diversi, più grandi...?
S.A. Non importa che un cliente scelga Riva, Wally, Pershing o un altro marchio del gruppo. Vorrei che funzionasse un po’ come per Apple: una volta entrato nell’ecosistema, non ne esci più. Puoi cambiare prodotto, stile di vita o esigenze, ma resti comunque all’interno della famiglia Ferretti. Il nostro rapporto con l’armatore inizia quando nasce il desiderio, poi c’è la fase dell’acquisto, ma il vero viaggio insieme comincia dopo la consegna: formazione dell’equipaggio, assistenza e una relazione costante, per dare sempre più valore e ricchezza a questo legame. Poi c’è un altro aspetto...
G. Immagino i nuovi armatori da conquistare…
S.A. Non basta essere presenti a Cannes, a Monaco, a Palm Beach o Miami. Bisogna raggiungere persone che non hanno tradizione nautica alle spalle, andiamo a portare le nostre experience nella Silicon Valley e in tutti quei luoghi dove si sta creando la nuova ricchezza mondiale. Non possiamo limitarci a parlare ai grandi patrimoni tradizionali.
G. E come fate?
S.A. Vorrei dire loro: invece di comprare l’ennesima casa, scegliete una bellissima barca, invitate la vostra famiglia e i vostri amici e vivete esperienze straordinarie insieme. E quando non la usate, potete anche metterla a reddito attraverso il charter. Chi è diventato miliardario sa fare bene i conti: un bene così prezioso deve continuare a generare valore.
G. Questi nuovi imprenditori sono ipertecnologici e molto preparati… sanno bene che innovazione e ricerca fanno parte del valore di un prodotto, ragionano diversamente rispetto alle generazioni precedenti.
S.A. Proprio per questo la tecnologia per me non è un mero strumento operativo: è parte integrante del business model, della proposta di valore. Abbiamo parlato di Brigitte Bardot, di Sophia Loren, della Dolce Vita. Giusto farlo, ma all’origine di ogni nostro marchio c’è la tecnologia, ed è da qui che nasce la reputazione nella nautica. Carlo Riva vendeva le sue barche perché erano le più avanzate. Lo stesso vale per Wally, Pershing o Itama e tutte le altre.
G. A volte si teme che la tecnologia impoverisca il racconto di un marchio…
S.A. Al contrario, è la tecnologia che costruisce un marchio.
G. Sempre a proposito di nuove generazioni, che valore ha per loro la sostenibilità?
S.A. Fondamentale. Per me è anche un tema di responsabilità personale. Mia moglie e le mie figlie mi hanno chiesto: «Come pensi di poter migliorare questo settore, che non gode della migliore reputazione dal punto di vista ambientale?». La mia risposta è semplice: questa industria esiste e dall’interno possiamo migliorarla. Le direttrici sono tre: la propulsione (e sono interessato allo sviluppo dell’ibrido e dell’elettrico), l’efficienza energetica e la tutela dell’ambiente marino, fauna e flora. Sono appassionato di immersioni e ho visto quali danni può causare un’ancora gettata male sul fondale. Immaginate un sistema di posizionamento che, grazie alla tecnologia, mantiene l’imbarcazione ferma. Analizzeremo e investiremo in qualsiasi tecnologia disponibile, se utile.
G. Considerando la sua esperienza internazionale e la vostra posizione sui mercati mondiali, che visione ha del futuro?
S.A. Sono un ottimista. Abbiamo attraversato un periodo complesso, ma penso che il mondo diventerà migliore.
G. Optimist è anche il nome di un barchino che ha portato moltissimi bambini ad amare la vela e il mare…
S.A. Anche le mie figlie, hanno iniziato proprio sull’Optimist. Io a pesca con mio padre in Norvegia, su una barca a remi. Il giocattolo è sempre lo stesso. Sono le dimensioni che cambiano. (Riproduzione riservata)