Intesa Sanpaolo, parla il ceo Carlo Messina: ecco perché saliamo sul Monte. E cosa penso di Unicredit
Intesa Sanpaolo, parla il ceo Carlo Messina: ecco perché saliamo sul Monte. E cosa penso di Unicredit
Il consolidamento bancario è l’unico modo per creare un vero mercato unico dei capitali e dare uno sbocco al risparmio. Messina, ceo di Intesa, spiega a Cnbc i motivi dell’opas su Mps, illustra i conti in ottima salute e i buoni rapporti con Orcel

di di Steve Sedgwick (Cnbc) 31/07/2026 20:00

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Intesa Sanpaolo siede su 5,6 miliardi di euro di utile già messi al sicuro nei primi sei mesi dell’anno. Ora Carlo Messina vuole fare cifra tonda, portando a 10 miliardi i profitti dell’intero 2026. E nel frattempo l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo sembra avere le idee chiare su come muoversi nei prossimi mesi: la priorità è conquistare Monte dei Paschi «a ogni costo». Ma senza ritoccare l’offerta recapitata a Siena, ovvero 1,6 azioni e un euro in contanti per ogni titolo Mps. Messina ne ha parlato in un’intervista esclusiva a Cnbc, partner della tv di Class Editori.

Domanda. Quali sono i fattori che sostengono la crescita di Intesa Sanpaolo?

Risposta. Abbiamo chiuso un semestre molto positivo. Manteniamo un forte impegno sulla sostenibilità, ma allo stesso tempo abbiamo accelerato la crescita grazie all’espansione degli impieghi, della raccolta e delle masse in gestione. Oggi siamo un leader nel wealth management e nella protezione assicurativa, con oltre 1.500 miliardi di patrimonio, in gran parte appartenente alle famiglie italiane. Presentiamo un cost-to-income ratio tra i migliori del settore, un costo del rischio di 20 punti base e, soprattutto, un livello di crediti deteriorati praticamente pari a zero.

Questo ci consente di essere considerati una banca nordica, ma con i risultati di un’azienda specializzata nella gestione e nella tutela del patrimonio. Il futuro è molto positivo: il nostro piano industriale è pienamente realizzabile.

D. Credo sia corretto dire che il mercato è rimasto sorpreso dall’offerta per Mps. Quanto siete determinati a portare avanti l’operazione?

R. Posso rispondere con le parole di Mario Draghi: whatever it takes, costi quel che costi. Vogliamo portare a termine l’operazione e faremo tutto il possibile per riuscirci. È molto importante perché consentirebbe di accelerare il nostro piano industriale, anticipandone di circa tre anni gli obiettivi. Con l’acquisizione arriveremo a 2.000 miliardi di patrimoni in gestione. E potremo potenziare le sinergie che già abbiamo nel gruppo, dal momento che grazie agli investimenti in tecnologia siamo in grado di aumentare l’efficienza operativa e ridurre il numero di addetti. Con l’integrazione circa 5.000 persone potrebbero lasciare su base volontaria, favorendo il ricambio generazionale. Riteniamo che l’acquisizione possa creare valore sia per gli azionisti di Intesa Sanpaolo sia per quelli di Mps. L’offerta che abbiamo presentato attribuisce a Mps un multiplo p/e comparabile a quello di JPMorgan, Morgan Stanley e Goldman Sachs. Intesa tratta con un p/e di circa 11 volte, in linea con Unicredit e Santander, mentre la valutazione implicita di Mps nella nostra offerta arriva a 15 volte. Riteniamo quindi di aver formulato una buona proposta. Ma possiamo anche garantire qualcosa che oggi manca in Mps: serenità. In altre parole, un approdo sicuro per gli azionisti Mps.

D. Nel settore bancario europeo è impossibile non parlare di m&a. Quanto la vostra iniziativa è stata influenzata dalle operazioni avviate dai concorrenti, in particolare dagli sforzi di Unicredit su Commerzbank? E quanto ritiene che sia necessario per le banche europee fare m&a?

R. C’è il chiaro bisogno di incrementare dimensione e capitalizzazione delle banche europee che vogliono essere protagoniste nel futuro. Il confronto con Stati Uniti e Cina pone l’Europa in una posizione ridicola. Unicredit ha fatto un’ottima scelta, coerente con il proprio business model orientato al commercial banking. Il nostro modello è diverso. Ciò non toglie che siamo i due maggiori gruppi bancari italiani e due pilastri della borsa in Italia. Vorrei anche sottolineare che i rapporti sono buoni. Siamo concorrenti, ma anche interlocutori che possono collaborare in futuro su diversi fronti. Per quanto riguarda la nostra operazione, c’è un vantaggio fondamentale: il rischio di integrazione è nullo. È un’operazione semplice. Ma anche il progetto di Unicredit, pur formalmente transfrontaliero, è in realtà simile a una fusione domestica perché riguarda l’integrazione di due realtà tedesche. Credo che questo sia il futuro di tutti gli operatori che vogliono avere un ruolo di leadership in Europa.

D. Unicredit in un certo senso sta aprendo una porta per tutti. Se l’operazione andasse in porto si spianerebbe la strada a un vero consolidamento transfrontaliero. Anche Intesa Sanpaolo prima o poi guarderà in quella direzione?

R. Il consolidamento transfrontaliero è l’elemento che ancora manca nel panorama bancario europeo. Ma, come dicevo, l’operazione di Unicredit è transfrontaliera solo dal punto di vista formale. Per arrivare a un vero consolidamento europeo bisogna prima compiere un passo diverso. A mio avviso la priorità è costruire una governance realmente europea. L'Europa dovrebbe dotarsi di un Ministero dell’Economia comune, iniziare con gli eurobond. Solo allora avrebbe senso parlare seriamente di consolidamento transfrontaliero, altrimenti rischiamo che sia solo uno slogan. Oggi è difficile immaginare che una banca italiana possa acquisire con facilità un grande istituto estero, o viceversa. È facile dire che senza fusioni transfrontaliere perdiamo competitività, ma se vogliamo davvero che l'Europa abbia un ruolo nel nuovo equilibrio geopolitico mondiale, dobbiamo prima completarne l’architettura istituzionale.

D. Avete praticamente azzerato i crediti deteriorati nonostante tassi elevati più a lungo del previsto e una forte volatilità. Come è stato possibile?

R. Il fattore principale è il pil: se cresce, è difficile che si assista a un aumento significativo dei crediti deteriorati. Un secondo elemento è la struttura finanziaria delle imprese.

Se osserviamo il rapporto tra prestiti e depositi delle imprese italiane, vediamo che è tra i migliori in Europa. Le società non dipendono più dal credito bancario e hanno molta più liquidità che debiti. Anche la vocazione all’export è un punto di forza. Naturalmente ci sono elementi che richiedono attenzione, in particolare nel comparto del private debt e dei fondi di credito. Ma non credo che possano riportare il sistema bancario alle criticità vissute in passato. Per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, abbiamo fatto un lavoro straordinario. Ricordo le discussioni avute negli anni sulle condizioni dell’Italia e del sistema bancario. Oggi sono orgoglioso del risultato raggiunto: avere azzerato i crediti deteriorati ci colloca tra le migliori banche del Nord Europa.

(ha collaborato Sara Bichicchi) (riproduzione riservata)