Dopo una pre-istruttoria durata quasi tre mesi, l’istruttoria dell’Antitrust sui potenziali effetti sul mercato finanziario dell’opas di Intesa Sanpaolo su Mps è partita il 14 settembre.
L’esame potrà durare fino a 90 giorni, anche se fonti qualificate si aspettano un ok entro novembre. Sarà probabilmente l’ultimo step prima del deposito del prospetto in Consob che potrebbe avvenire a inizio dicembre, con partenza dell’offerta a stretto giro (autorizzazione entro cinque giorni lavorativi).
Nelle 40 pagine della delibera dell’authority presieduta da Saverio Valentino i tecnici mettono a fuoco i potenziali fattori di rischio per i livelli di concorrenza in Italia, anche al netto della cessione a Unipol di una parte delle filiali Mps. La disamina si concentrerà sui mercati in cui la quota del nuovo gruppo supererà il 25%.
Un valore che di per sè non rappresenta un divieto. Anzi, la superbanca potrebbe anche avere più di questa soglia senza che le nozze vengano vietate o facciano scattare dei remedies. Il mercato però deve rimanere sufficientemente competitivo. Ed è qui che, con l’aiuto dell’indice Herfindahl-Hirschman (Hhi), l’Antitrust ha affinato le analisi andando a misurare se la concentrazione ridurrà anche la concorrenza. Ma già a leggere il dossier si trova la strada per superare gli ostacoli.
Le lenti dell’Antitrust si focalizzeranno in primis sui due tradizionali mercati bancari: la raccolta e gli impieghi. Dal punto di vista della raccolta analizzata su base provinciale, l’Antitrust ha individuato 20 province da approfondire: Ascoli Piceno, Brindisi, Grosseto, Mantova, Massa Carrara, Reggio Calabria, Rieti, Rovigo, Siena, Terni e Viterbo dove la quota congiunta si attesterà tra il 30% e il 40%, a cui si aggiungono Ancona, Catanzaro, Chieti, Livorno, Lucca, Perugia, Pescara, Taranto e Teramo dove invece la combined entity avrà tra il 25% e il 30% del mercato.
Gli impieghi invece sono stati sezionati in credito alle famiglie, piccole imprese, aziende medio-grandi ed enti pubblici. Lo screening, sempre su base provinciale delle prime due forme di impieghi, ha sotto osservazione 72 province per i prestiti alle famiglie e 17 invece per quelli alle piccole imprese. Per queste ultime, «la quota dell’entità post-merger è compresa tra il 30% e il 40% ad Ascoli Piceno, Brindisi, Cagliari, Catanzaro, Perugia, Reggio Calabria, Rieti, Siena, Taranto e Trapani e tra il 25% e il 30% nelle province di Grosseto, Lucca, Mantova, Massa Carrara, Messina, Siracusa e Terni».
Se sui crediti agli enti pubblici non sono stati rilevati profili di attenzione, dal punto di vista invece dei prestiti alle imprese medio-grandi, l’authority ha deciso di andare a vedere da vicino la situazione in 9 regioni, con quote post-merger generalmente comprese tra il 25% e il 35%: Abruzzo, Calabria, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta.
Il passaggio della partecipazione in Generali detenuta da Mediobanca a Intesa Sanpaolo è un altro dei nodi dell’istruttoria, anche qui superabile.
Portando Ca’ de Sass al 13,2% del Leone il deal, spiega l’Antitrust, collegherebbe due concorrenti che, nella produzione dei servizi di gestione patrimoniale individuale, raggiungono insieme una quota stimata del 50–55% del mercato, occupando anche posizioni rilevanti nelle fabbriche prodotto.
L’Antitrust esclude che Intesa acquisirebbe il controllo di fatto della compagnia, perché «non avrebbe il potere di nominare, in autonomia (ossia, senza il concorso del voto di altri azionisti), la maggioranza dei componenti del board di Generali attraverso il meccanismo del voto di lista». A sostegno viene richiamato anche il provvedimento chiave del 2018 della stessa authority sul caso Unipol-FonSai, e viene riportata la posizione espressa recentemente proprio da Mps, secondo cui «Mediobanca non detiene alcun controllo di fatto su Generali».
Questo però, sempre secondo l’Antitrust, non risolverebbe del tutto la questione dell’influenza sulle decisioni e sui comportamenti competitivi. Nelle osservazioni inviate il 7 luglio, si legge sempre nel documento Agcm, Generali sostiene che «a oggi» la partecipazione di Mediobanca «non si configurerebbe come un mero investimento finanziario», richiamando «il ruolo rilevante ricoperto dalla merchant nell’ultimo rinnovo del cda» e il fatto che «un amministratore non indipendente nominato da Mediobanca siede nel board di Generali».
Nella sua risposta all’authority «analoghe preoccupazioni sono state riportate anche da Mps, secondo cui Intesa sarebbe in grado, pur in assenza di controllo formale, di esercitare un’influenza significativa su Generali».
È su queste basi che l’Antitrust considera possibile che «l’incentivo di Intesa a competere aggressivamente nei confronti di Generali risulti significativamente attenuato. Inoltre, la presenza del legame strutturale e di governance potrebbe rendere più semplice un coordinamento tra i due istituti, nonché aumentare l’incentivo a una condotta coordinata.
Sotto un diverso profilo, tenuto conto della rilevante presenza di Intesa nella governance del Leone, saranno oggetto di valutazione anche le possibili preoccupazioni concorrenziali derivanti dal rischio di circolazione di informazioni sensibili tra i due concorrenti». Si tratta di dubbi che in gergo Antitrust possono essere sanati con rimedi opportuni presentati dalle parti, in questo caso Intesa.
Nel risparmio gestito, il limitato apporto produttivo di Mps non appare problematico: in base alle stime contenute nel documento, nei fondi comuni la quota post-operazione sarà del 20-25%, mentre Ca’ de Sass e il Leone raggiungeranno insieme il 25-30%. Nelle gestioni patrimoniali invece all’incremento «alquanto contenuto» derivante da Mps, si contrappone la quota Intesa-Generali del 50-55%, che nella previdenza complementare si attesta al 30-35%.
Nella distribuzione del gestito e nell’amministrato poi emergono 27 province da approfondire, con quote post-operazione fra il 25 e il 40%, che salgono al 35-40% a Brindisi, Reggio Calabria, Rieti, Rovigo, Siena e Viterbo. Considerati invece il contenuto incremento attribuibile a Mps e la presenza di concorrenti come Fineco e Mediolanum, nella consulenza l’authority guidata da Saverio Valentino non ravvisa ostacoli significativi.
Anche nelle assicurazioni l’incremento diretto è contenuto, ma insieme Intesa e Generali raggiungono il 45-50% nel ramo sesto del Vita (gestione dei fondi pensione), il 35-40% nella malattia e il 25-30% negli infortuni. Sotto la lente anche la distribuzione delle polizze: a livello nazionale le quote dei due operatori raggiungono insieme il 30-35% nel Vita e il 25-30% nel Danni e «superano il 30% in 62 province nel Vita e in 8 mercati provinciali invece nel Danni».
Da ultimo l’Antitrust vuole chiarire se i legami Intesa-Generali rischino di escludere i concorrenti dai canali distributivi o di limitarne l’accesso. Ma anche in questo caso potrebbe giocare un ruolo chiave la citata decisione del Garante del 2018 sul legame Mediobanca-Generali, che rappresenta un precedente cruciale sulla strada di un possibile ok condizionato all’operazione. (riproduzione riservata)