Intelligenza Artificiale, la ministra Calderone a Milano Finanza: ecco i rischi e le opportunità dell’AI nel mondo del lavoro
Intelligenza Artificiale, la ministra Calderone a Milano Finanza: ecco i rischi e le opportunità dell’AI nel mondo del lavoro
L’innovazione tecnologica può rispondere al calo della manodopera in alcuni settori e spingere la produttività in Italia. Molta attenzione va riconosciuta alla formazione

di di Silvia Valente 27/02/2026 22:30

Ftse Mib
47.209,89 6.58.10

-0,46%

Dax 30
25.284,26 23.30.20

-0,02%

Dow Jones
48.977,92 5.07.46

-1,05%

Nasdaq
22.667,98 23.49.41

-0,92%

Euro/Dollaro
1,1784 5.44.28

-0,20%

Spread
62,68 17.30.22

+1,78

Dall’insediamento del governo Meloni nell’ottobre del 2022 «sono stati creati oltre un milione di posti di lavoro, di cui il 90% a tempo indeterminato». E solo negli ultimi due anni «i salari sono cresciuti più dell’inflazione, grazie ai rinnovi di importanti contratti collettivi e agli interventi fiscali del governo». Lo dice a MF-Milano Finanza la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone. E se si volge lo sguardo al futuro «sarà essenziale rafforzare la dinamica occupazionale e superare i conflitti tra le generazioni, promuovendo l'alleanza intergenerazionale attraverso la valorizzazione delle competenze». Poi c’è il nodo cruciale della gestione dell’impatto dell’intelligenza artificiale, tema su cui il dicastero di Via Vittorio Veneto ha organizzato un evento internazionale a Roma alla presenza, tra gli altri, anche della vicepresidente esecutiva della Commissione Ue, Roxana Minzatu.

Domanda. Ministra, l’AI già è utilizzata nel mondo del lavoro italiano? E il governo ha messo in moto la sua strategia per governarla?

Risposta. Sì, l’Italia è uno dei primi Paesi che si è dotato di una legge sull'AI nella cui cornice il ministero del Lavoro ha il compito di creare l'Osservatorio per l'impatto dell'AI nel mercato del lavoro, con i massimi esperti in materia. Anche perché l’AI è già una realtà: secondo il nono Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, il 36,7% degli occupati italiani utilizza l'AI nel proprio lavoro, il 59,7% no. La percentuale sarà invertita entro fine anno. Ovviamente mi preoccupa la prospettiva: chi lavora dovrà saper distinguere tra AI generativa, algoritmi predittivi e semplice automazione per poi affermare l'importanza della supervisione umana. Il tema dell’automazione esiste, ma potrebbe essere anche un’opportunità in alcuni settori dove non si riesce a trovare manodopera.

D. Crede che l’AI possa rappresentare un volano per la produttività italiana, storicamente stagnante?

R. La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha detto chiaramente che gli investimenti in AI determinano un aumento della produttività ma non c’è ancora un riscontro sul mercato del lavoro. Quel che è certo è che risulta fondamentale utilizzare la tecnologia come un validissimo supporto per le scelte e le responsabilità che si dovranno assumere, con la consapevolezza che le condizioni di lavoro miglioreranno per effetto di un sapiente utilizzo dell’AI. Produttività ma non solo: è prioritario migliorare le condizioni di lavoro attraverso l'utilizzo dell'AI anche per accrescere la sicurezza sui luoghi di lavoro.

D. Tornando però alle note dolenti, avete stimato quanti lavoratori rischiano il posto entro il 2030 a causa dell'AI? Anche alla luce della sentenza del Tribunale di Roma che, come raccontato da MF-Milano Finanza, ha decretato legittimo un licenziamento per una riorganizzazione aziendale, che implicava l’introduzione di strumenti di AI…

R. Bisogna vedere il «peso» che ha avuto l’AI in quella sentenza. Magari era solo un fattore, forse marginale, alla base della decisione. Sarà importante leggere bene il testo. Ad ogni modo credo che al momento le istituzioni debbano concentrarsi sulle modalità di lettura dei mutamenti sociali e organizzativi che può comportare l’utilizzo massivo dell’AI. Per questo l’Osservatorio sull'AI del ministero si è dotato di strumenti innovativi, come il SIISL, AppLI ed Edo che utilizzano l’intelligenza artificiale per avvicinare lavoratori e imprese, partendo dalla redazione di un curriculum per finire all’individuazione dei corsi di formazione più appropriati in base al profilo individuale del lavoratore.

D. Ritiene inoltre che lo sviluppo dell’AI rischi di svantaggiare le piccole e medie imprese italiane?

R. Sicuramente le pmi hanno più difficoltà a integrare l’AI nei processi decisionali perché c’è un anche un tema legato alle strategie imprenditoriali. Si parla spesso della formazione dei dipendenti ma sono convinta che ci sia bisogno di investire anche nella cultura imprenditoriale, in una rinnovata visione alla luce della trasformazione tecnologica. Stiamo già sostenendo questi percorsi di formazione all’interno delle aziende, per esempio con il Fondo nuove competenze.

D. Ma il sistema formativo italiano è pronto a creare quei profili che le imprese cercheranno sempre di più?

R. Sarà sempre più necessario passare da un modello di «istruzione una-tantum» alla formazione continua. L'intelligenza artificiale non renderà obsoleta la scuola «analogica» ma ne impone una rivisitazione. Sarà cruciale, per esempio, saper filtrare le fonti e soprattutto stimolare il pensiero critico, che resta il vero baluardo «umanocentrico» dinanzi all’AI. Il mondo sta entrando in una nuova dimensione della formazione. E poi ci sono le soft skills, come resilienza, empatia, capacità di lavorare in team e adattabilità. Queste sono le uniche abilità che l'AI non può (ancora) simulare in modo autentico.

D. Chiudendo sul sistema pensionistico italiano: è ancora sostenibile? E quali sfide deve affrontare?

R. Al momento è sostenibile, grazie anche ai nuovi posti di lavoro creati in questi ultimi anni: il record di occupazione aiuta il sistema previdenziale. Ovviamente la crisi demografica e l’innalzamento dell’aspettativa di vita imporranno riflessioni e decisioni inedite. In alcuni paesi europei, governati sia dalla destra che dalla sinistra, sono state prese decisioni drastiche, che in Italia non sono ancora necessarie.

D. Su cosa invece secondo lei si dovrebbe puntare?

R. Ho sempre ritenuto la previdenza complementare un pilastro strutturale necessario per garantire la sostenibilità del sistema e la dignità degli assegni futuri, specialmente per chi, con il sistema puramente contributivo, rischia di trovarsi con un tasso di sostituzione troppo basso. (riproduzione riservata)