Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato nel 2025 sui livelli di fine 2021, quelli cioè precedenti allo shock inflazionistico del 2022-2023 dovuto soprattutto all’incremento dei costi dell’energia per la guerra in Ucraina. Lo ha rilevato un’analisi della Banca d’Italia, da cui è emerso anche che il ceto medio ha recuperato meglio, mentre lo scenario economico è stato pagato soprattutto da pensionati e lavoratori autonomi.
«In media la crescita del reddito disponibile delle famiglie tra il 2022 e il 2025 ha eguagliato l’inflazione cumulata», hanno rilevato gli autori della ricerca Nicola Curci e Antonella Tomasi. «I redditi lordi individuali non si sono adeguati completamente ai prezzi e il drenaggio fiscale e l’erosione dei benefici hanno compensato parte dell’adeguamento. Tuttavia la crescita del reddito reale, trainata dalla forte occupazione, e le misure di policy hanno sostenuto il reddito disponibile delle famiglie».
I prezzi sono aumentati del 18,5% tra il 2021 e il 2025. Nello stesso periodo, secondo i dati della ricerca, l’incremento nominale dei redditi è stato dell’11,8%, su cui però ha pesato per il 2,5% il drenaggio fiscale (cioè l’aumento delle aliquote fiscali) e la perdita dei benefici dovuti all’aumento nominale dei salari.
Sempre negli stessi anni, tuttavia, c’è stato un rialzo reale dei redditi lordi del 5,1%, dovuto in gran parte all’incremento dell’occupazione in Italia. Inoltre si è aggiunto un beneficio del 3,9% legato alle misure attuate dai governi (come quelle per contrastare l’inflazione, le modifiche all’Irpef, l’introduzione dell’assegno unico universale e gli interventi anti-povertà).
Le misure governative hanno generato per le famiglie un beneficio cumulato (per 31 miliardi) che così ha superato l’effetto negativo (per 20 miliardi) del drenaggio fiscale e dell’erosione dei benefit. Nel complesso l’andamento dei vari fattori ha di fatto pareggiato quello dell’inflazione.
L’analisi pubblicata da Bankitalia ha anche differenziato i risultati in base ai redditi. La classe media ha recuperato meglio delle altre fasce: la crescita del reddito disponibile è stata superiore a quella dell’inflazione.
I redditi più bassi hanno pareggiato i conti, mentre quelli più alti sono ancora in lieve perdita. Inoltre gli autori hanno rilevato che i pensionati hanno sofferto una perdita del potere d’acquisto, così come i lavoratori autonomi. Al contrario i dipendenti hanno visto aumentare il reddito disponibile reale.
I risultati principali della ricerca sono stati anticipati nei giorni scorsi dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta all’Università di Messina: «Il reddito reale disponibile è tornato sui livelli precedenti lo shock inflazionistico, compensando l’erosione del potere d’acquisto e il drenaggio fiscale».
Panetta però ha sottolineato che «guardando avanti, la crescita dei redditi non potrà poggiare in modo permanente sulla politica fiscale. I margini di bilancio sono limitati e gli interventi pubblici possono fornire solo un sostegno temporaneo in situazioni eccezionali. Aumenti duraturi dei salari richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro. Occorre uno sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività, in grado di sostenere salari più elevati e migliori prospettive di lavoro. Lo impongono le trasformazioni dell'economia mondiale. Lo rende necessario il vincolo demografico di un Paese che invecchia rapidamente e in cui i giovani che entrano nel mercato del lavoro saranno sempre meno numerosi». (riproduzione riservata)