La domanda posta dal direttore di Milano Finanza,Roberto Sommella, alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni fotografa con precisione chirurgica uno dei grandi paradossi dell’economia italiana contemporanea. I dati richiamati sono corretti: la finanza privata gode di ottima salute, Piazza Affari è tra le Borse più performanti a livello globale negli ultimi anni, lo spread si riduce e le agenzie di rating promuovono l’Italia. Eppure, l’economia reale – quella fatta di salari, consumi, investimenti produttivi, piccole e medie imprese – non mostra lo stesso dinamismo.
Questo scollamento non è casuale né temporaneo. È strutturale. Ed è qui che la riflessione va spinta oltre la superficie dei numeri, per interrogarsi sulle cause profonde che impediscono ai buoni risultati finanziari di tradursi in crescita diffusa.
Il primo punto riguarda il contesto europeo. L’Italia oggi “fa i compiti a casa” secondo i parametri richiesti da Bruxelles, in particolare alla luce del nuovo Patto di stabilità e crescita. Il rispetto delle regole fiscali, la riduzione graduale del deficit, la stabilizzazione del debito sono elementi che i mercati apprezzano, perché segnalano affidabilità e disciplina. Ma questa affidabilità è, per così dire, finanziaria, non economica nel senso pieno del termine.
Il nuovo Patto di stabilità, infatti, corregge alcuni eccessi del passato ma continua a soffrire di un limite di fondo: non integra la crescita come obiettivo centrale, bensì come variabile subordinata. Gli investimenti produttivi, il rafforzamento della domanda interna, il sostegno strutturale all’industria e al lavoro restano compressi entro vincoli che privilegiano il consolidamento dei conti rispetto allo sviluppo del potenziale economico.
Il risultato è un equilibrio fragile: i mercati premiano la stabilità dei conti pubblici, ma l’economia reale resta in affanno. Le imprese più grandi e internazionalizzate beneficiano dell’accesso ai mercati finanziari, mentre il tessuto produttivo diffuso fatica ad assorbire il costo del credito, l’incertezza normativa e una domanda interna debole. Le famiglie, dal canto loro, vedono salari reali erosi e consumi compressi, nonostante indicatori macro apparentemente rassicuranti.
Il PNRR, pur nella sua dimensione imponente, non riesce a colmare questo divario. La sua attuazione è frammentata, rallentata da procedure complesse e spesso orientata più alla rendicontazione che all’impatto economico. Si spende, ma non sempre si investe. E soprattutto, non si crea quell’effetto moltiplicatore capace di generare crescita autonoma nel medio periodo.
Qui emerge il nodo politico ed economico centrale: fare i compiti a casa non basta. La disciplina fiscale è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Senza un quadro europeo che consenta politiche anticicliche e investimenti strategici, il rischio è quello di una stabilità sterile, buona per i mercati ma neutra – se non penalizzante – per l’economia reale.
L’Italia non è un Paese in crisi sistemica, ma è un Paese bloccato in una crescita potenziale troppo bassa. La distanza tra finanza ed economia reale non si colma con i bonus né con la celebrazione dello spread, ma con una revisione profonda delle regole del gioco europee e con una politica economica che rimetta al centro produttività, lavoro e investimenti.
Finché la virtù contabile resterà disgiunta dalla capacità di generare sviluppo, il paradosso resterà intatto: conti in ordine, mercati soddisfatti, cittadini in attesa. E questa, più che una contraddizione statistica, è una questione politica di primo ordine. (riproduzione riservata)
* ex membro della Commisssione ECON del Parlamento europeo