Il vicepremier Salvini a Milano Finanza: ecco cosa chiedo alle banche e perché non avrà impatti sui clienti
Il vicepremier Salvini a Milano Finanza: ecco cosa chiedo alle banche e perché non avrà impatti sui clienti
Per la manovra le priorità, evidenziate dal leader leghista, sono Quota 64 e flat tax a 100 mila euro per gli autonomi

di di Silvia Valente 29/08/2026 08:00

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La proposta di «chiedere alle grandi banche un contributo del 5% sugli utili non significa penalizzare il settore né mettere in discussione la sua solidità, ma chiedere a chi ha guadagnato di più di contribuire un po’ di più». Lo sottolinea in un’intervista a MF-Milano Finanza, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nonché leader leghista, Matteo Salvini, in una giornata al ministero scandita da una riunione dopo l’altra sul Piano Casa, sul Ponte sullo Stretto e gli extra costi causati dai conflitti. Il gettito del contributo degli istituti «dipenderà dalla base imponibile e dalla formulazione definitiva della misura, che andrà definita in manovra».

Domanda. Ministro, non c’è il rischio che un nuovo contributo delle banche possa tradursi in maggiori costi per clienti e imprese o in minore attrattività per il sistema Paese italiano?

Risposta. Tutto mi divide da Pedro Sánchez, però la tassa sugli utili bancari ideata dalla Spagna è una prova «sul campo» che dimostra che si può fare. A Madrid non ha portato nessun disastro, ma anzi ha fornito un buon gettito senza deprimere la crescita del settore. Proponiamo semplicemente di replicarla qui, incluso l’articolo che vieta di ribaltare il costo della tassa sui clienti, pena serie sanzioni. È un principio di equità: in anni in cui famiglie e imprese hanno pagato tassi di interesse molto più elevati, il sistema bancario ha realizzato utili record.

D. Seguendo lo stesso principio, lei è d’accordo anche nel chiedere un contributo sugli extraprofitti petroliferi?

R. Anche il settore dell’energia ha approfittato di una congiuntura molto favorevole, tuttavia qualcosa ha già versato. In ogni caso non ci opporremmo a un ulteriore contributo.

D. Soffermandoci sui contenuti della manovra, quali sono le tre priorità della Lega?

R. Per la Lega bisogna mettere la parola fine alla riforma costante delle pensioni e lavorare per avere parametri più semplici ed equi. Stiamo studiando un cambiamento che potrebbe essere definitivo, consentendo la pensione anticipata a 64 anni per tutti, a patto di accedervi con il sistema contributivo. Ovviamente sarebbe una possibilità limitata a quelli che lo desiderassero e che non avrebbero poi difficoltà di sostentamento. Un altro parametro molto richiesto dai nostri elettori è la possibile estensione a 100.000 euro della «flat tax» forfettaria per gli autonomi. Fino ad oggi la Ue si è opposta, ma ci riproveremo. Infine mi piacerebbe vedere alcune misure forti a favore della natalità e delle famiglie. È una delle grandi emergenze italiane e spero che la manovra vada con decisione in quella direzione.

D. Lei ha anche lanciato l’allarme del caro materiali...

R. L’allarme è reale. Basti pensare che per chiudere il caro materiali al settore delle costruzioni per gli anni pregressi occorrono circa 2 miliardi: per il 2024, 100 milioni di competenza e 150 milioni in termini di cassa; per il 2025, 1,7 miliardi. Per il 2026 i fabbisogni per il caro materiali non sono più a carico del fondo Mit, ma dei bilanci delle singole stazioni appaltanti. Secondo stime Ance, sarebbero 13.000 i cantieri in corso nel 2026 interessati dalla misura, per un importo complessivo di 91 miliardi di euro, riferito naturalmente al valore degli appalti e non ai fabbisogni per il caro materiali. Se focalizziamo l’attenzione solo sul settore ferroviario risultano operativi più di 1.300 cantieri, compresi quelli di manutenzione ordinaria, per i quali occorrono altri 7,6 miliardi per integrare i quadri economici. In pratica, fermandoci a questa fotografia parziale del settore, siamo già a oltre 9 miliardi. Non intervenire significherebbe mettere a rischio cantieri, imprese e posti di lavoro, oltre a rallentare opere di cui il Paese ha bisogno.

D. A proposito di grandi opere, il ritorno economico del Ponte sullo Stretto supererà il suo costo? E quali saranno i tempi di realizzazione dell’opera?

R. Assolutamente. Basti pensare che, solo nella fase di cantiere, l’investimento di 13,5 miliardi di euro determinerà un impatto positivo sul pil di oltre 23 miliardi complessivi. La fase di esercizio, oltre ad abbattere i costi dell’insularità per la Sicilia, pari ad oltre 7 miliardi l’anno, attiverà un moltiplicatore di sviluppo destinato a creare straordinarie ricadute sul sistema industriale ed economico del Paese. Del resto, quelli che oggi non vogliono il Ponte sono gli stessi che ieri non volevano il Mose e le Olimpiadi. Il Mose ha già salvato Venezia dall’acqua alta 156 volte, evitando circa 3,4 miliardi di euro di danni: in pochi anni si è già ripagato per più della metà. Per le Olimpiadi Milano Cortina 2026, per cui proprio ieri sono stato premiato dal Comune di Cortina, abbiamo investito oltre 3,5 miliardi in 98 opere infrastrutturali, con un indotto economico stimato in 5,3 miliardi. I fatti dimostrano che le grandi opere, quando sono utili e vengono realizzate, non sono un costo ma un investimento. Quanto ai tempi del Ponte, quelli di costruzione sono stabiliti dal contratto in 7,5 anni.

D. Quali impatti, invece, vi attendete dal Piano Casa?

R. Oggi la difficoltà di accedere alla casa non riguarda più soltanto le fasce più fragili, ma anche una parte crescente del ceto medio. Giovani, famiglie, insegnanti, infermieri, lavoratori fuori sede: persone che lavorano e hanno un reddito ma che, soprattutto nelle grandi città, faticano sempre di più a sostenere un affitto o ad acquistare un’abitazione. È esattamente su questa fascia che il Piano Casa vuole intervenire, aumentando l’offerta e riportando il costo dell’abitare entro livelli compatibili con i redditi delle famiglie. E in questa fascia aggiungo anche i genitori separati, per i quali ho previsto un assegno di supporto di circa 400-500 euro al mese per l’affitto. L’obiettivo complessivo del Piano Casa si spalma su dieci anni e prevede 100.000 alloggi tra interventi pubblici, co-housing e partenariati privati, oltre al recupero e alla riassegnazione dell’edilizia residenziale pubblica: circa 60.000 alloggi attualmente vuoti o inutilizzabili. Per una famiglia di una grande città stimiamo un risparmio medio tra i 300 e i 500 euro al mese sul costo della locazione.

D. Quando si apriranno i primi cantieri e da dove si partirà?

R. Il primo passo sarà proprio il recupero degli alloggi Erp oggi vuoti e non assegnabili, attraverso l’Avviso Invitalia dedicato agli interventi più rapidamente cantierabili. La tabella di marcia prevede la pubblicazione a settembre, la prima erogazione entro dicembre e l’apertura dei cantieri tra gennaio e marzo 2027, con l’obiettivo di arrivare già in primavera alle prime consegne.

D. Resta l’obiettivo di creare una Zes unica a livello nazionale?

R. La Zes ha dato ottimi risultati al Sud in termini di investimenti, occupazione e attrattività e per noi è giusto estendere questo modello anche ad altre aree del Paese che ne hanno bisogno. Proprio per questo la Lega ha presentato una proposta di legge, con Riccardo Molinari primo firmatario, per istituire una Zes nelle aree transfrontaliere del Nord e nelle aree di crisi industriale. Penso ai territori che confinano con Svizzera, Austria, Francia e Slovenia, dove le nostre imprese devono confrontarsi ogni giorno con una concorrenza fiscale, amministrativa ed energetica molto forte. Meno burocrazia, crediti d’imposta, incentivi agli investimenti e strumenti per creare nuovi posti di lavoro servono al Nord quanto al Sud. Non è una battaglia contro qualcuno: rendere più competitivo il Nord produttivo significa rendere più competitivo tutto il sistema Italia.

D. Quali altri passi ritiene fondamentali per sostenere il settore produttivo italiano?

R. Più in generale dobbiamo mettere le nostre imprese nelle condizioni di competere ad armi pari con quelle degli altri Paesi: energia a costi sostenibili, meno tasse e burocrazia, infrastrutture moderne e tempi certi per chi vuole investire. È questa la politica industriale di cui l’Italia ha bisogno.

D. La premier Meloni in un’intervista a Milano Finanza ha auspicato che Mps mantenga la propria identità e non venga smembrata. Come bilanciare la vendita della quota del Mef con la tutela della banca?

R. Iniziamo con il ricordare una cosa importante: il Monte dei Paschi di Siena è la più antica banca del mondo e quindi non può essere trattata come «una banca normale». È parte della storia d’Italia e deve essere tutelata come un’opera d’arte. Mps è però anche un simbolo: un promemoria della malagestione della sinistra, che ha distrutto quello che nemmeno le guerre e la peste erano riuscite ad abbattere, ma anche un simbolo del nostro buon governo: salvare la banca è stato uno dei primi atti della legislatura, nel 2022. Per me Mps avrebbe tranquillamente potuto restare statale, al servizio del territorio, e ci avremmo guadagnato non poco, ma le regole europee ci hanno costretto a vendere. Domandare che siano preservati la storia, l’identità e i dipendenti è il minimo.

D. Alla fine deciderà il mercato però sulle varie offerte, più in generale come valuta la situazione del credito?

R. Più in generale, guardiamo con attenzione ai movimenti del sistema bancario italiano. Non sono convinto che la creazione di mega-gruppi sempre più grandi e sempre più distanti dalle esigenze dei territori abbia portato particolari vantaggi ai correntisti e alle nostre piccole e medie imprese, che hanno sempre avuto rapporti preziosi con le banche di prossimità. Per questo guardiamo con interesse alla possibilità che si creino più poli bancari, tutelando storia, autonomia, occupazione e legame con i territori. (riproduzione riservata)