Vero o falso? Di certo la voce corre sui social, al punto da essere riportata anche da Cnbc: il Venezuela potrebbe detenere una riserva segreta di Bitcoin del valore di circa 60 miliardi di dollari, una delle più grandi del mondo, poco meno di quanto detenuto da Stratego, la società di Michael Saylor. Si vocifera che fin dal 2018 il Venezuela converta i proventi derivanti dalla vendita di oro e petrolio in Bitcoin.
Da notare che il presidente Donald Trump ora potrebbe potenzialmente sequestrare l’effettivo patrimonio venezuelano in criptovaluta per la riserva strategica degli Stati Uniti. Questo ridurrebbe il numero di Bitcoin in circolazione, spingendo i prezzi al rialzo.
Secondo Bradley Hope e Clara Preve, del sito Whale Hunting, per anni Maduro e la sua cerchia avrebbero sistematicamente saccheggiato il Venezuela, appropriandosi di miliardi di dollari in proventi petroliferi, riserve auree e beni statali e convertendoli in gran parte in criptovalute.
L'uomo che presumibilmente ha orchestrato questa operazione, che ha mantenuto in vita il regime nonostante le pesanti sanzioni a cui è sottoposto il Venezuela, sarebbe Alex Saab, attuale ministro del Potere Popolare per le Industrie e la Produzione Nazionale. E potrebbe essere l'unica persona al mondo a sapere come accedere a questo tesoro in criptovalute.
Saab è un imprenditore nato in Colombia da una famiglia di origini libanesi. Naturalizzato venezuelano, nel 2020 è stato arrestato a Capo Verde ed estradato negli Stati Uniti nel 2021 per rispondere di accuse di riciclaggio di denaro. I procuratori statunitensi lo hanno accusato di aver trasferito 350 milioni di dollari dal Venezuela a conti esteri. Nel dicembre 2023, Saab è stato liberato in uno scambio di prigionieri tra Stati Uniti e Venezuela, dopo che i colloqui tra le due amministrazioni erano stati facilitati dal Qatar.
Di Saab si è parlato anche in Italia quando sua moglie, Camilla Fabri, cittadina italiana, è stata indagata e colpita da un ordine di custodia cautelare per reati di riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di beni. Il caso principale che la vede protagonista riguarda l'acquisto di un appartamento da circa 5 milioni di euro in via Condotti a Roma nel 2019. Gli inquirenti hanno ritenuto sospetto che Fabri, formalmente una commessa part-time con un reddito dichiarato di circa 1.800 euro al mese, potesse permettersi un immobile di tale valore e un canone di locazione di quasi 6.000 euro mensili.
Secondo l'accusa, le somme utilizzate per gli acquisti in Italia provenivano dalle attività illecite del marito Alex Saab, legate alla corruzione e alle malversazioni nel programma venezuelano di aiuti alimentari (Clap). Camilla Fabri è considerata latitante dalle autorità italiane e si trova attualmente in Venezuela, dove ha ottenuto la protezione diplomatica del governo e partecipa ufficialmente a delegazioni governative, rendendo di fatto impossibile la sua estradizione.
Secondo il sito Whale Hunting, nel solo 2018 il Venezuela ha esportato 73,2 tonnellate d'oro, per un valore di circa 2,7 miliardi di dollari dell'epoca. Se anche solo una frazione di questa cifra fosse stata convertita in Bitcoin quando i prezzi oscillavano tra i 3.000 e i 10.000 dollari, i profitti sarebbero sbalorditivi.
Fonti vicine all'operazione descrivono uno sforzo sistematico del Venezuela per convertire i proventi dell'oro in criptovaluta tramite intermediari turchi ed emiratini, per poi spostare i beni tramite mixer e cold wallet al di fuori della portata delle forze dell'ordine occidentali. Le chiavi di questi wallet, affermano le fonti, sono detenute da una ristretta cerchia di agenti fidati, con Saab al centro di tutto. (riproduzione riservata)