Exxon accelera i progetti in Guyana, Eni e SheIl spingono sulla Basilicata, Bp aumenta gli investimenti in Namibia. Se la guerra in Medio Oriente paralizza lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman da cui fino a un paio di mesi fa transitava circa un quinto del greggio a livello globale, le compagnie petrolifere guardano altrove. Così riprende la ricerca di giacimenti, nella speranza di trovare risorse che possano ridurre la dipendenza del mondo dal petrolio mediorientale. E i produttori di tubi, come la Tenaris della famiglia Rocca, restano alla finestra. Incassando nel frattempo la fiducia del mercato e degli analisti, che vedono nella ripresa delle esplorazioni una buona opportunità per il settore.
Nel caso del gruppo di Dalmine (Bergamo) le turbolenze degli ultimi mesi hanno spinto il titolo da circa 23 euro - a tanto passava di mano un’azione il 27 febbraio, il giorno prima dell’inizio del conflitto tra Usa e Iran - a quasi 27 euro. Solo negli ultimi 30 giorni il rialzo è stato del 10%, mentre su base semestrale il rally si estende al 70%. Numeri che valgono una capitalizzazione di oltre 28 miliardi. «Per Tenaris lo scenario è costruttivo nel medio termine grazie alla potenziale accelerazione dell’exploration upstream globale, qualora tensioni prolungate spingessero nuovi investimenti fuori dal Medio Oriente, che rappresenta il 15% dei ricavi», osservano gli analisti di Equita.
In generale l’ottimismo per le possibili opportunità prevale sul timore che il blocco di Hormuz danneggi il business. Anche se la situazione attuale non è priva di effetti collaterali. Secondo Jp Morgan, ad esempio, «le consegne ad Abu Dhabi e in Arabia Saudita procedono secondo i piani, ma il Kuwait e il Qatar devono affrontare difficoltà logistiche legate al transito di tubi e materiali attraverso lo Stretto».
In questo contesto Barclays ha appena alzato il prezzo obiettivo su Tenaris da 24 a 31 euro (con rating overweight), in vista dei conti del primo trimestre in arrivo il 6 maggio. Banca Akros, invece, per ora mantiene il target price a 24 euro con valutazione «accumulate».
Nel complesso, prima del conflitto il gruppo dei Rocca si confrontava con una certa debolezza del settore, più marcata in Europa dove le vendite hanno registrato una contrazione del 30% nel 2025, chiuso con un fatturato di 12 miliardi di dollari (-4%) e un utile di 1,9 miliardi (-5%). «L’attività di perforazione negli Stati Uniti e in Canada dovrebbe rimanere vicina ai livelli attuali dopo il modesto calo registrato nella seconda metà del 2025. Nel resto del mondo non prevediamo cambiamenti significativi nel breve termine», scrivevano gli analisti di Jefferies dopo il bilancio annuale, circa dieci giorni prima dello scoppio della guerra.
Ora l’attenzione è rivolta ai risultati del periodo gennaio-marzo, i primi che rifletteranno - almeno in parte - la nuova situazione. Secondo il consenso del mercato Tenaris dovrebbe registrare un fatturato di quasi 3 miliardi di dollari, con un lieve aumento rispetto al primo trimestre 2025, e un ebitda di 711 milioni. Inoltre, Barclays stima spedizioni di tubi per circa 970 mila tonnellate con un prezzo medio di 2,9 dollari a tonnellata (+4% su base annuale).
Pochi giorni dopo la trimestrale è in calendario l’assemblea, chiamata a dare il via libera a un dividendo di 0,89 dollari che implica un esborso di 900 milioni. Gli analisti di Jp Morgan si aspettano che il gruppo vari anche un nuovo programma di riacquisto azioni, dopo aver completato a febbraio un piano da 1,2 miliardi di dollari in due tranche. «Nel 2026 ipotizziamo 1,91 miliardi di dollari di rendimenti agli azionisti (1,1 miliardi in dividendi e 850 milioni in riacquisti di azioni) poiché prevediamo che il consiglio di amministrazione porti un riacquisto di azioni del 10% nella prossima assemblea di maggio», si legge in una nota su Tenaris. (riproduzione riservata)