Il risiko bancario è davvero finito? È la domanda che il mercato si pone osservando i robusti risultati messi a segno dal settore nel 2025. Il calo dei tassi e la compressione del margine di interesse non hanno invertito la rotta dei profitti come dimostrano i 9,3 miliardi incassati da Intesa Sanpaolo. Lunedì 9 toccherà a Unicredit alzare il velo sul bilancio e le attese degli analisti sono positive.
Il consensus prevede ricavi in crescita da 24,2 a 24,8 miliardi (di cui 8,7 miliardi da commissioni) e utili per quasi 10,5 miliardi, 1,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Anche la posizione patrimoniale dovrebbe restare forte, nonostante gli investimenti fatti in azioni Commerzbank e Alpha Bank nel corso del 2025: considerando un target di Cet1 al 13%, l’eccesso di capitale potrebbe attestarsi attorno a 5 miliardi di euro.
E poi c’è il titolo: nelle ultime settimane le azioni Unicredit hanno toccato nuovi massimi sfiorando quota 77 euro per una capitalizzazione complessiva di oltre 115 miliardi. Con questi numeri la banca guidata da Andrea Orcel può permettersi di riaprire il consolidamento e, nonostante le ripetute smentite, è questa la scommessa del mercato.
Oggi Piazza Gae Aulenti genera un ritorno sul capitale superiore al 17,5% ed è valutata in borsa 1,79 volte il patrimonio. Questo significa due cose: ogni euro di capitale produce quasi 18 centesimi di utile all’anno e, allo stesso tempo, quello stesso euro è prezzato dal mercato a quasi il doppio del suo valore contabile.
Se il target trattasse a multipli inferiori, il differenziale di valutazione sarebbe immediatamente accrescitivo sul patrimonio per azione e costituirebbe una leva di creazione di valore.
Un blitz su Banco Bpm è lo scenario più lineare, visto che Piazza Meda era già finita nel mirino di Orcel a fine 2024. Con un multiplo prezzo/patrimonio intorno a 1,25 volte, il gruppo guidato da Giuseppe Castagna quota oggi a livelli inferiori rispetto a Unicredit e un’eventuale offerta sarebbe finanziariamente sensata. Ma lo sconto è moderato e quindi la creazione di valore dipenderebbe largamente dalle sinergie.
Senza contare che in Bpm è cresciuto il peso del Crédit Agricole che, con oltre il 20% in mano, non sembra disposto a mollare la presa. Ancora meno probabile è un blitz su Bper. A circa 1,68 volte il patrimonio, i multipli di Modena (peraltro blindata da Unipol e Fondazione Banco di Sardegna) sono molto vicini a quelli di Unicredit e l’arbitraggio si assottiglia fino quasi a sparire. In questo scenario c’è insomma il rischio che l’operazione risulti neutra o persino senza sinergie molto robuste.
Non resterebbe che Montepaschi ed è su Siena che il mercato ha riacceso i riflettori. Il motivo, ma solo sulla carta e a livello di suggestione, è questo: oggi la banca guidata da Luigi Lovaglio tratta sostanzialmente a valore di patrimonio ma genera un roe del 15,4%, vicino a quello di Unicredit. Per Orcel significherebbe acquistare capitale che rende quanto il proprio, pagandolo però sensibilmente meno.
Ipotizzando un’ops a premio del 10% con un concambio cioè di circa 0,13 azioni Unicredit per ogni titolo Mps, l’operazione implicherebbe una valorizzazione complessiva di quasi 30 miliardi di euro e un goodwill intorno ai 3 miliardi. Secondo gli analisti un deal del genere sarebbe assolutamente sostenibile per Orcel che in questo modo si aggiudicherebbe anche l’86,3% di Mediobanca e, a cascata, il 13,2% delle Generali. Quote che Siena non deteneva ancora quando nel 2022 il banchiere discusse con il Tesoro l’acquisto della banca con una dote di sette miliardi.
Ma l’ops non è l’unica strada percorribile per posizionarsi sulla partecipata del Tesoro. In alternativa, sempre a livello di suggestione, a un’operazione che Palazzo Chigi considererebbe ostile, Orcel può valutare una soluzione più graduale, come l’acquisto di un pacchetto azionario rilevante, ad esempio il 17,5% che, a determinate condizioni, Delfin sembra disposta a cedere. Strategie diverse e solo ipotesi insomma, che avrebbero però il medesimo effetto: riaprire il risiko bancario e rimescolare definitivamente le geografie della finanza italiana. (riproduzione riservata)