Vendite senza sosta sui titoli di Stato Usa, che vanno a colpire soprattutto le scadenze più lunghe: quelle cioè che sarebbero più sotto pressione nel momento in cui inflazione persistente e prezzi del petrolio strutturalmente elevati dovessero portare la Fed a nuove strette monetarie. Senza contare le pressioni su un debito pubblico statunitense alle stelle (arrivato quasi al 125%).
Oggi martedì 18 agosto il rendimento dei Treasury Usa a 30 anni è balzato ai massimi dal 2007, cioè il 5,311%. E alcuni strategist ritengono che il sell-off dei titoli di Stato a lunga scadenza possa proseguire.
A giugno sono inoltre diminuite le partecipazioni estere in Treasury, ha riferito a inizio settimana il Dipartimento del Tesoro Usa: tutti e tre i principali detentori esteri, Regno Unito, Cina e Giappone, hanno ridotto le proprie posizioni.
«I rendimenti a lunga scadenza sembrano destinati a salire verso il 5,6%-5,7% e probabilmente lo faranno a un ritmo più rapido del normale, vista la recente rottura al rialzo di questo pattern triangolare durato tre anni», ha detto ai microfoni di Cnbc Mark Newton, strategist tecnico di Fundstrat.
E questo avviene nonostante i recenti dati sull'economia statunitense, che normalmente potrebbero far pensare a un calo dei rendimenti.
Secondo gli stretegist, tre elementi potrebbero far salire ancora il rendimento dei T-bond. Il primo è la partecipazione globale. «L'ultimo balzo dei rendimenti dei Treasury non è stato determinato interamente dagli Stati Uniti», spiega Newton. L'attenzione dell’esperto è in particolare «sul Giappone, dove una crescita economica più debole del previsto è stata accompagnata da un deflatore del pil più elevato delle attese».
I rendimenti dei titolo di Stato nipponico a 10 e 20 anni sono saliti e questo movimento si è riversato direttamente sui mercati statunitensi, «spingendo il Treasury a lunga scadenza sui massimi pluriennali», segnala Newton.
Gli strategist di Bmo hanno inoltre indicato le preoccupazioni di natura fiscale negli Stati Uniti, in Giappone, nel Regno Unito e in Europa come uno dei possibili fattori alla base della recente debolezza dei titoli a lunga scadenza. «Anche se i dati economici Usa dovessero indebolirsi, una revisione globale del costo dei finanziamenti a lungo termine potrebbe continuare a esercitare pressioni al rialzo sui rendimenti dei Treasury», segnala gli analisti.
Il secondo rischio è che l'economia statunitense rimanga paradossalmente troppo forte perché i tassi di interesse possano scendere in misura significativa.
I mercati stanno attualmente scontando una combinazione insolitamente favorevole: «crescita resiliente e azioni sui massimi storici», ha scritto Deutsche Bank in una nota, con il quadro indebolito «soltanto da ulteriori strette delle banche centrali e da shock contenuti sul fronte dell'offerta di materie prime». Secondo la banca, tuttavia, questa combinazione potrebbe essere difficile da mantenere.
«Per definizione, una crescita forte e asset rischiosi in rialzo significano che le condizioni finanziarie rimarranno accomodanti, aumentando la domanda e spingendo le banche centrali ad aumentare i tassi più rapidamente», ha scritto Henry Allen, strategist macro del colosso bancario tedesco.
Se la crescita resterà robusta e le condizioni finanziarie rimarranno espansive, la domanda potrebbe rimanere sufficientemente forte da mantenere elevata l'inflazione e costringere la Federal Reserve ad aumentare i tassi più di quanto gli investitori prevedano attualmente. Deutsche Bank ha sottolineato che l'inflazione rimane al di sopra dell'obiettivo e che, storicamente, gli attuali livelli di inflazione sono stati associati a diversi rialzi dei tassi. Secondo la sua analisi, un'inflazione misurata dal Cpi superiore al 3% è stata storicamente associata a oltre 100 punti base di stretta monetaria nel primo anno dei cicli di rialzo dei tassi della Fed.
Il terzo e ultimo rischio individuato dagli esperti riguarda in particolare i titoli a più lunga scadenza: gli investitori potrebbero chiedere una remunerazione maggiore per prestare denaro al governo statunitense per periodi di diversi decenni.
L'elevata emissione di Treasury rappresenta uno dei fattori di pressione. Bmo ha sottolineato che l'ultima asta di Treasury a 30 anni si è conclusa con un rendimento ai massimi dal 2001, mentre cinque delle precedenti sette aste di titoli a 20 anni hanno registrato un cosiddetto tail, cioè una differenza negativa tra il rendimento massimo accettato all'asta e il rendimento indicativo sul mercato secondario. Un segnale che la domanda per il debito a lunga duration è stata tutt'altro che robusta.
Anche l'inflazione potrebbe aggiungere un ulteriore elemento di pressione. Bmo ha indicato l'energia come un potenziale fattore ribassista per i Treasury, soprattutto perché i rendimenti hanno mostrato poca disponibilità a scendere nonostante il rallentamento dei dati economici.
Un nuovo shock sulle materie prime renderebbe il quadro ancora più difficile. Deutsche Bank ha avvertito che «la combinazione di uno shock negativo sia sulla crescita sia sull'inflazione potrebbe colpire contemporaneamente azioni e obbligazioni». (riproduzione riservata)