Il record di longevità del governo Meloni, De Romanis: conti in ordine ma crescita ferma
Il record di longevità del governo Meloni, De Romanis: conti in ordine ma crescita ferma
Secondo l’economista e professoressa della Luiss, l’Italia ha ancora bisogno di una revisione della spesa pubblica e più fondi per l’istruzione

di di Silvia Valente 03/09/2026 22:00

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Conti in ordine, ma economia ancora ferma. La disciplina di bilancio è stata la stella polare dell’azione del governo Meloni dal suo insediamento nell’ottobre 2022 fino al raggiungimento del traguardo di esecutivo più longevo. Ma «la stabilità dei conti non dovrebbe essere considerata un trofeo: è ciò che ci si dovrebbe aspettare da qualsiasi esecutivo. Siamo stati abituati male. Per questo oggi è certamente positivo che l'Italia abbia recuperato credibilità, ma la prudenza finanziaria dovrebbe essere una condizione di base, non il punto di arrivo». Lo ha spiegato a MF-Milano Finanza, Veronica De Romanis, economista e professoressa di Politica economica europea alla Luiss Guido Carli di Roma, in occasione appunto del record (1.413 giorni oggi) dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni che è ufficialmente il più duraturo della storia della Repubblica Italiana, dopo che dal 1948 ad oggi si sono succeduti a palazzo Chigi ben 67 governi.

La stabilità, da sola, non assicura crescita. L’Italia continua a registrare un pil fiacco e resta indietro sul fronte della produttività, sottolinea De Romanis. I numeri mostrano che il disavanzo è sceso dall’8,1% al 3,1%, «ma la spesa corrente è passata da circa 953 a oltre 1.121 miliardi, quella per interessi da 77 a 87 miliardi, mentre i contributi agli investimenti sono crollati da 119 a 37 miliardi anche per la fine e il ridimensionamento del Superbonus». Una scelta «del tutto condivisibile mettere fine alla dinamica insostenibile del 110%» per De Romanis. Parallelamente, le entrate sono salite da circa 996 a 1.086 miliardi, sostenute anche dal fiscal drag prodotto dall’inflazione. «Dinamiche di bilancio che quasi si sono autodeterminate».

Il nodo, secondo l’economista, è la mancanza di una politica economica capace di fare scelte. «Servirebbe una ricomposizione della spesa pubblica, a partire dalle circa 625 spese fiscali che comportano minori entrate per oltre 108 miliardi». Il governo ha introdotto alcuni limiti a deduzioni e detrazioni, ma sarebbe necessaria una riforma più organica, facendosi guidare dalla consapevolezza che «le risorse sono limitate e non è possibile distribuire benefici a tutti senza stabilire priorità». La stessa necessità di selezionare le priorità riguarda il sostegno ai redditi. Tagli generalizzati, come quelli sulle accise, rischiano di essere distorsivi e regressivi, distribuendo risorse anche a chi non ne ha bisogno. Proprio l’assenza di riforme divisive, però, osserva De Romanis, ha contribuito alla stabilità e alla longevità dell’esecutivo, ma in economia l’immobilismo rischia di tradursi in ritardo.

Anche sul debito non ci sono scorciatoie. «La sua discesa sarà lenta e l’uscita dalla procedura Ue per deficit eccessivo non significherà automaticamente maggiori margini di manovra: il nuovo Patto di stabilità impone infatti un percorso di riduzione del debito dell’1% l’anno e l’Italia dovrà evitare di rientrare subito sotto procedura».

Luci e ombre anche nel mondo del lavoro. Una parte rilevante della crescita degli occupati, da record, riguarda gli over 50, mentre gli inattivi restano intorno al 33% e i Neet sono ancora circa 1,3 milioni.

Con il Pnrr ormai vicino al capolinea, il tema degli investimenti torna centrale. L’Italia, secondo De Romanis, «deve concentrare le risorse sul capitale umano e sull’istruzione», a cui è destinato il 4% del pil e circa il 7% della spesa pubblica complessiva. «Non si può lamentare una produttività bassa continuando a considerare la formazione una voce su cui risparmiare: la crescita di lungo periodo dipende dalla capacità di formare competenze e utilizzare il capitale umano disponibile». (riproduzione riservata)