Il private equity italiano compie 40 anni: una storia di investimenti da 168 miliardi di euro
Il private equity italiano compie 40 anni: una storia di investimenti da 168 miliardi di euro
Gli operatori aderenti ad Aifi sono passati dai sette iniziali ai quasi 200 attuali. E anche il private debt ha superato i 25 miliardi in poco più di dieci anni di attività

di di Marco Capponi 07/07/2026 06:00

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Quaranta anni di vita, quasi 200 operatori associati e 400 soci complessivi. E soprattutto, più di 81 miliardi di euro di raccolta e 168 miliardi di investimenti per il solo private equity. Senza contare il private debt, che aggiunge al computo complessivo quasi 9 miliardi di raccolta e più di 25 miliardi di investimenti a partire dal 2013.

Questi i numeri di Aifi, l’associazione di categoria del private equity, venture capital e private debt italiani presieduta da Innocenzo Cipolletta che proprio oggi festeggia il suo quarantesimo anniversario dalla fondazione, avvenuta nel 1986 da parte di sette soci fondatori.

Gli albori del private equity

«La nostra prima battaglia come Aifi è stata per il riconoscimento legale di questo mondo, che all’epoca non esisteva nemmeno», racconta a MF-Milano Finanza Anna Gervasoni, direttore generale dell’associazione e rettore di Liuc-Università Cattaneo.

Le prime attività nel mondo dei capitali privati italiano erano quelle di capitale per lo sviluppo e aumenti di capitali, che hanno fatto da preludio al primo ciclo di acquisizioni (oggi indicate come buyout). La successiva svolta «è stata quella del 1996, con la nascita dei fondi chiusi e i primi operatori italiani interamente dedicati a questa attività. Mentre a partire dagli anni Duemila il settore si è diversificato e ampliato con l’ingresso dei grandi operatori internazionali».

Il momento critico del 2010

Un momento molto critico per il mercato è stato il 2010, all’indomani della Grande Crisi Finanziaria. «I fondi di private equity venivano chiamati locuste per la natura della loro attività», rievoca il direttore generale, che ricorda anche come «la ripartenza sia stata possibile grazie al ruolo di Cdp e Mef, anche tramite la creazione del Fondo Italiano di Investimento».

Negli ultimi anni «osserviamo in particolare tre tendenze», elenca Gervasoni. In primo luogo «che l’Italia è ormai una grande sede per i fondi paneuropei, mentre al contempo alcuni fondi italiani hanno cominciato ad andare all’estero e diventare essi stessi piattaforme per investimenti internazionali». C’è poi un tema di specializzazione. «Si è ampliata la gamma di operazioni che vengono svolte da fondi: dal private equity al private debt, passando per infrastrutture e venture capital».

Un mercato sempre più accessibile

Terzo punto, ma non per importanza, è il crescente coinvolgimento nel mondo dei capitali privati degli investitori individuali. «Sia mo diventati un sistema di private asset anche per investitori privati, che stanno diventando un tassello di raccolta centrale», sottolinea Gervasoni.

Ora il sistema del private capital si trova di fronte a sfide importanti, che però potrà affrontare da un punto di forza. «Il nuovo Testo Unico della Finanza (Tuf, ndr) finalmente cita private equity, private debt e venture capital: siamo riusciti a istituzionalizzare il nostro ruolo, a sostegno dell’economia reale e con un continua cooperazione con il mercato pubblico, che è complementare al nostro».

Per Gervasoni, i prossimi passaggi sono essenzialmente tre. «Avere un prodotto sempre più noto e riconosciuto, assumere una dimensione globale come Italia e come Europa e attrarre giovani talenti, sfida quest’ultima che stiamo vincendo anche grazie a percorsi accademici dedicati come quelli della Liuc». (riproduzione riservata)