Il Pnrr sta per scadere: ecco cosa ha funzionato e cosa no
Il Pnrr sta per scadere: ecco cosa ha funzionato e cosa no
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha favorito grandi opere infrastrutturali e riforme legislative, ma restano criticità nei micro-progetti e nelle riforme pro-concorrenziali. Il futuro del rilancio economico italiano è ancora incerto

di Marcello Clarich* 11/10/2026 10:00

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Tempo di bilanci per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in scadenza a fine anno. E i dati si possono leggere in chiaroscuro. Iniziamo dagli elementi positivi. Secondo i dati del Servizio Studi di Camera e Senato aggiornati al 1° luglio, l’Italia ha raggiunto il 72,3% dei traguardi (416 su 575) a fronte di una media Ue del 57,9%. Secondo l’ottava relazione sullo stato di attuazione del Pnrr pubblicata dal ministero per gli Affari Europei a fine settembre, dal 14 agosto sono stati raggiunti ulteriori 73 traguardi.

Lo Stato italiano ha incassato, tra prestiti e contributi a fondo perduto,165,99 miliardi (85,4% delle risorse assegnate), cioè un flusso cospicuo da destinare a investimenti per promuovere la crescita economica. Oltre 500.000 interventi risultano già completati (il 26,2% di quelli approvati), mentre quelli in corso sono 168.879, ma rappresentano il 76,3% delle risorse finanziarie totali impegnate. I cantieri aperti riguardano soprattutto grandi opere infrastrutturali (come reti ferroviarie e idriche).

Si registrano però forti divari territoriali. Le regioni più virtuose sono Trentino-Alto Adige (46,6% di progetti realizzati), Lombardia (40,4%), Emilia-Romagna (36%). In coda alla classifica ci sono Liguria e Sicilia (meno del 20%).

La ripartizione della spesa

Quanto alla ripartizione della spesa, i settori privilegiati sono la transizione ecologica, le infrastrutture, la mobilità sostenibile, che assorbe le maggiori quote di risorse nel Nord (intermodalità, alta velocità) e la digitalizzazione, nei settori sia pubblico che privato.

Peraltro molti micro-progetti, approvati spesso in gran fretta soprattutto dalle amministrazioni locali, hanno un impatto limitato sulla crescita economica (piste ciclabili, manutenzione straordinaria di parchi e giardini eccetera). Altri progetti realizzati, come per esempio asili e strutture sanitarie, non possono operare perché manca il personale, spesa corrente che il Pnrr non può finanziare.

L’impatto sul pil

Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica stima che gli investimenti avranno un impatto positivo sul pil pari al 9,2% entro il 2031. Però senza i fondi europei nei prossimi anni ai Comuni mancheranno 8,2 miliardi di euro per completare gli interventi sul territorio. Inoltre dal 2028 lo Stato dovrà rimborsare 122,6 miliardi di prestiti ricevuti, sia pur a tassi agevolati. Una critica mossa al Pnrr italiano è stata quella di attingere troppo ai prestiti, che aggravano il debito pubblico, anziché limitarsi, come hanno fatto altri Paesi, ai contributi a fondo perduto (71,8 miliardi).

Il Pnrr prevede non solo investimenti ma anche riforme legislative volte a rimuovere i vincoli che frenano la crescita economica e a superare alcune tare storiche del Paese, come l’inefficienza della pubblica amministrazione e i tempi biblici della giustizia. Su questo versante si registra qualche dato positivo, come gli interventi di semplificazione di molte procedure (per esempio per gli impianti di produzione di energie rinnovabili), il nuovo Codice dei contratti pubblici, la riforma dei servizi pubblici locali, un qualche miglioramento della capacità amministrativa a livello centrale e locale, la riduzione dei tempi dei processi eccetera. Si poteva però fare di più, per esempio, per le riforme pro-concorrenziali, che incontrano sempre forti resistenze. Si pensi agli affidamenti dei servizi pubblici locali senza gara a società pubbliche spesso inefficienti.

Un rilancio per il Paese?

Un dubbio espresso da molti è se il Pnrr segnerà un rilancio duraturo del Paese. Infatti dopo il rimbalzo del pil nel 2021 e 2022, dovuto soprattutto ai flussi di spesa pubblica erogati durante la pandemia, i tassi di crescita tra il 2023 e il 2026 sono stati inferiori all’1%. Si è però obiettato, anche se manca la controprova, che senza il Pnrr l’Italia sarebbe caduta in recessione. Inoltre, secondo l’Osservatorio delle Imprese dell’Università di Roma La Sapienza, l’Italia si pone nel 2026 al 45° posto su 70 Paesi nella graduatoria della competitività.

Il post Pnrr presenta dunque ancora molte sfide per il Paese. Sarebbe necessario un forte impegno da parte delle forze politiche, che però in questa lunga fase preelettorale sembrano avere altre priorità. (riproduzione riservata)


*ordinario di Diritto Amministrativo, Sapienza Università di Roma