Il petrolio del Venezuela è già di Trump. Eni rischia di rimetterci 3 miliardi
Il petrolio del Venezuela è già di Trump. Eni rischia di rimetterci 3 miliardi
Da marzo 2025 il veto Usa all’export vale solo per le compagnie europee. Ben prima del blitz che ha rovesciato Maduro ha fatto da apripista l’americana Chevron, unica società libera di commercializzare il greggio di Caracas. Mentre il gruppo italiano vede salire i crediti di cui ancora non riesce a rientrare.

di di Angela Zoppo 05/01/2026 20:00

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Sulla corsa statunitense al gas e al petrolio venezuelani, aperta dal blitz del 3 gennaio 2025 che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro, c'è una premessa da fare: già dieci mesi fa l’amministrazione Trump aveva aperto una corsia preferenziale per fare affari con le immense riserve di Caracas, stimate in 303 miliardi di barili, il 17% di quelle globali. Le big oil a stelle e strisce arrivano perciò con la strada spianata. A fare da apripista è stata Chevron, tornata operativa in Venezuela nel pieno dell’embargo imposto da Washington.

Un embargo e due misure

In pratica, il blocco imposto a marzo 2025 alle oil company che operano in Venezuela è rimasto in vigore solo per le compagnie europee, nonostante abbiano presentato richieste formali di autorizzazione, mentre Chevron ha ottenuto il salvacondotto per riprendere la produzione e l’esportazione di greggio. La situazione si riflette a Wall Street, dove nella serata di lunedì 5 gennaio Chevron guadagnava il 5,7%, seguita da ExxonMobil con il 2,3%.

Eni, Repsol, Maurel & Prom e le altre compagnie senza il via libera del Dipartimento del Tesoro e del Dipartimento di Stato americani non possono ricevere i pagamenti in carichi di greggio per il gas che producono nei giacimenti venezuelani e rivendono alla compagnia statale Pdvsa secondo i cosiddetti accordi «oil for debt».

I crediti di Eni salgono 

Eni, la cui maggiore attività nel Paese è la jv Cardón IV per lo sfruttamento del giacimento Perla, fa sapere di «monitorare con attenzione l’evolvere della situazione» e che «al momento non si registrano impatti sulle operazioni, che procedono regolarmente». Il Cane a sei zampe resta concentrato sul recupero dei crediti relativi alle forniture di gas destinate al mercato domestico venezuelano. Questa voce alla fine dello scorso giugno figurava in bilancio per ben 2,3 miliardi di dollari, con un valore di carico di 900 milioni al netto del fondo di svalutazione. Quando nel 2024 la morsa statunitense si era temporaneamente allentata, il gruppo di Descalzi aveva fatto in tempo a compensarne una parte. Ma dopo quella parentesi la stretta si è rafforzata e ora l’ammontare dei crediti starebbe raggiungendo i 3 miliardi di dollari. Eni ha anche all’attivo due jv con Pdvsa per la produzione di petrolio, marginali però rispetto al gas.

Altro segnale di quanto gli Stati Uniti fossero pronti a gettarsi sul petrolio venezuelano arriva da Reuters, secondo cui già da novembre 2025 Casa Bianca e Dipartimento di Stato avrebbero sollecitato le big oil «a tornare rapidamente in Venezuela e investire capitali significativi». Altro riscontro è l’iniziativa lampo di Ali Moshiri, ex manager Chevron, che ha detto al Financial Times di aver iniziato ad aggregare risorse per due miliardi di dollari attraverso il suo fondo Amos Global Energy per investire nel Paese.

Affari in vista anche per le società di ingegneria petrolifera. La produzione è scesa dai 3,5 milioni di barili al giorno degli anni ‘70 a poco più di un milione e la nazionalizzazione ha impoverito molte infrastrutture che ora dovranno essere ammodernate o addirittura ricostruite. La prospettiva ha tirato la volata a un’altra società Usa, Halliburton, che ieri in borsa ha sfiorato il + 12%. (riproduzione riservata)