Il Patto di Stabilità si può sospendere anche prima che arrivi la recessione
Il Patto di Stabilità si può sospendere anche prima che arrivi la recessione
Le perplessità dei Paesi europei a continuare con il rigore sui conti di fronte a una situazione eccezionale e la resistenza legittima di Bruxelles: non siamo come con il Covid. Per il momento. Ma a pressare per la sospensione potrebbe essere il Paese più virtuoso: la Germania

di di Roberto Sommella 13/04/2026 19:48

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Il Patto di Stabilità si può e si deve sospendere prima della recessione. La crisi di Hormuz rappresenta una minaccia globale come il Covid e questo lo sanno bene tutti i vertici finanziari. Stefano Scarpetta, capo economista dell’Ocse, in un’intervista a ClassCNBC è stato chiaro: «Credo che la sospensione del Patto di Stabilità debba essere discussa a livello europeo. Le condizioni sono eccezionali e richiedono una riflessione a livello europeo».

Ed è stato esplicito anche un portavoce della Commissione Ue venerdì 10 aprile. Per attivare la clausola generale di salvaguardia deve esserci una «grave recessione» dell’economia europea, condizione che «in questo momento non è soddisfatta», vista anche l’incertezza su come si evolverà la situazione nello Stretto di Hormuz dopo la fragile tregua di due settimane accettata dagli Usa e dall’Iran che spaventa i mercati.

La valutazione della commissione Ue, il precedente del Covid

L’iniziativa di attivare la clausola, ha ricordato il portavoce, «spetta alla Commissione, che continua a monitorare la situazione. Se pensiamo che sia la misura giusta da adottare, allora la adottiamo. Ma in questo momento la posizione è questa. All’epoca del Covid la situazione era probabilmente ancora più grave di quella attuale».

Questa posizione ricorda molto da vicino quanto dichiarato dalla premier Giorgia Meloni alla Camera: se la guerra in Medio Oriente dovesse avere una «recrudescenza», allora non dovrebbe essere «un tabù» la sospensione del Patto di Stabilità, esattamente come accadde all’epoca del Covid. È quanto chiesto in precedenza dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dal leader della Lega Matteo Salvini.

Le due clausole di salvaguardia del Patto di Stabilità

Nel Patto di Stabilità e Crescita riformato esistono due clausole di salvaguardia: quella generale, che sospende la regola del rapporto deficit-pil al 3% per tutti, e quella nazionale, introdotta nella riforma concordata nel dicembre 2023.

Questa consente una spesa aggiuntiva in deroga ai limiti ed è stata attivata da 17 Paesi membri, ma non dall’Italia, per consentire loro di investire di più nella difesa. La principale beneficiaria è stata, guarda un po’, la Germania, che si sta riarmando grazie proprio a quella clausola con una spesa da 100 miliardi di euro.

Nessun Paese per ora ha invece finora chiesto di attivare la clausola nazionale di salvaguardia per poter spendere di più per arginare le conseguenze della guerra voluta da Israele e Usa contro l’Iran, che ha innalzato i prezzi dell’energia come ai tempi dell’invasione dell’Ucraina. E neppure l’Italia l’ha chiesta, per due motivi: innanzitutto perché non vuole farlo da sola facendo innalzare il costo del suo debito di 3.000 miliardi e in secondo luogo perché di fatto non può ancora, in quanto non è uscita dalla procedura di infrazione Ue proprio per deficit eccessivo.

Il fronte del «no» alla sospensione del Patto si incrina

Che si stia comunque incrinando il fronte del no alla sospensione del Patto per fronteggiare la crisi energetica è però ormai un dato assodato. Alcune autorevoli fonti consultate da MF-Milano Finanza nei giorni subito dopo Pasqua hanno cominciato a sottolineare come il muro opposto alle richieste, soprattutto dell’Italia, di fermare per qualche tempo la regola del rapporto del 3% si stia facendo meno invalicabile.

E questo per due motivi fondamentali: la perplessità della Bce ad aspettare una recessione conclamata prima di chiedere la sospensione del Patto e le difficoltà della Germania che per la prima volta ha scritto alla Commissione assieme ad altri Paesi, tra cui l’Italia col ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, affinché sia Bruxelles a varare con urgenza una tassa sugli extraprofitti energetici.


Sul primo punto è stato un banchiere centrale di lungo corso ad aver sollevato parlando con questo giornale qualche perplessità sulla rigidità di Bruxelles a sospendere le regole contabili di bilancio. «Le regole dicono che per attivare la general escape clause (la clausola per sospendere il Patto, ndr) ci vuole una grave recessione, ma bisogna capire cosa accade nei Paesi. Forse sarebbe il caso di anticipare queste misure prima che si sia palesata la recessione, anche perché con essa i tassi di mercato comincerebbero a scendere», ha ragionato il banchiere, che lascia quindi una porta aperta alla possibilità di ripetere in Europa oggi, con la crisi di Hormuz (che ha carattere eccezionale, ha ammonito l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi), quanto avvenuto ieri ai tempi della pandemia di Covid.


Anche le istituzioni internazionali sono alla finestra, come la Bri. Il suo direttore generale Pablo Hernández de Cos è stato chiaro, parlando con chi scrive durante una sua visita a Roma. L'atteggiamento della Banca dei Regolamenti Internazionali riguardo una sospensione del Patto di Stabilità in questo momento è di «wait and see» perché il quadro dell'economia globale non è chiaro e le incognite sono ancora troppe; ma di certo questo «aspettare e vedere», secondo il giovane banchiere spagnolo, con una solida esperienza di cinque anni come governatore della Banca di Spagna, è denso di incognite, perché egli sa bene che il sistema bancario e «molto più solido degli anni passati» ma non può permettersi una crisi dell’economia reale legata allo shock energetico. Alle imprese che chiudono corrispondono infatti crediti deteriorati per gli istituti di credito, che rischiano di essere coinvolti nella turbolenza con effetti imprevedibili.

In questo senso sono importanti anche i dati economici tedeschi. La Germania sembrava indirizzata a una ripresa solida grazie all’aiuto del piano per difesa e infrastrutture che avrebbe dovuto spingere la crescita in tutta l’Eurozona. Ma giovedì 9 aprile c’è stata la doccia fredda: la produzione industriale è scesa dello 0,3% a febbraio, dato peggiore rispetto al +0,7% atteso dagli analisti.

Il segnale è negativo anche perché riguarda l’ultimo mese prima del conflitto Usa-Iran, che avrà impatto al rialzo sull’inflazione e al ribasso sulla crescita. Sarà Berlino a dare il via libera allo stop delle regole contabili? (riproduzione riservata)