Il paradosso dei media: la pubblicità premia le piattaforme, ma il conto lo paga chi produce contenuti
Il paradosso dei media: la pubblicità premia le piattaforme, ma il conto lo paga chi produce contenuti
Da Disney a Netflix, fino a Rai, Sky e Mfe, l’industria dei media è obbligata fare sempre più efficienze per vivere. Intanto Google e Meta intercettano una quota crescente degli investimenti senza sostenere gli stessi costi produttivi

di di Nicola Carosielli 07/11/2026 07:00

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La pubblicità aumenta, ma chi produce informazione, programmi televisivi, film e serie è costretto a ridurre i costi e l'occupazione. È il paradosso dell'industria mondiale dei media: una quota crescente degli investimenti pubblicitari finisce nelle casse delle piattaforme tecnologiche, che monetizzano contenuti realizzati in larga parte da altri, mentre broadcaster ed editori continuano a sostenere costi e rischi della produzione.

L’ultima conferma arriva dagli Stati Uniti, dove Disney prepara una nuova ristrutturazione che potrebbe coinvolgere migliaia di dipendenti: ai manager è stato chiesto di individuare risparmi fino al 20% dei costi annuali, dopo che il gruppo, che conta circa 231 mila addetti, aveva già tagliato 7 mila posizioni nel 2023. Segno che la pressione non risparmia neppure i maggiori produttori mondiali di intrattenimento.

Il trend è ben visibile anche in Italia, dove il sorpasso delle piattaforme sui broadcaster è già avvenuto.

Il sorpasso delle piattaforme in Italia

Secondo Agcom, nel 2024 il Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) ha raggiunto 21,8 miliardi di euro, in crescita del 6,9%. Per la prima volta Google è diventato il primo operatore, con il 12,4% del mercato e circa 2,7 miliardi di risorse, davanti alla Rai al 12% (2,6 miliardi). Seguono Meta al 9,7%, Comcast-Sky al 9,4% e Fininvest al 9,2%. Significativo è il confronto occupazionale. Rai, Mediaset e Sky impiegano complessivamente quasi 18 mila persone in Italia: oltre 11 mila la tv pubblica, circa 3.500 il gruppo di Cologno Monzese e quasi 3.200 la pay tv. Mentre Google Italy contava circa 260 dipendenti e Facebook Italy poco più di 100 nei dati societari 2024. Un confronto non esaustivo, perché non comprende le strutture internazionali e l’occupazione indiretta delle Big Tech, ma indicativo della diversa intensità di lavoro dei due modelli industriali.

Una televisione deve finanziare redazioni, studi, programmi, fiction e diritti sportivi. Google e Meta investono in tecnologia, ma monetizzano contenuti prodotti da editori, utenti e creator, senza sostenerne direttamente la maggior parte dei costi. A questo si aggiungono gli obblighi europei per i broadcaster in materia di investimenti audiovisivi, quote di opere europee e limiti pubblicitari, che non gravano nella stessa misura sulle piattaforme. Si pensi che, seppur in calo del 7,4%, nel 2025 gli investimenti nella produzione audiovisiva italiana (destinati a cinema, tv e streaming) sono stati di 2 miliardi di euro (rapporto Apa). Eppure la competizione si gioca sulle stesse risorse.

Nel 2024 la raccolta pubblicitaria online in Italia è cresciuta del 12,6%, sfiorando gli 8 miliardi di euro e raggiungendo il 36,6% del mercato della comunicazione. Il problema non è dunque la contrazione degli investimenti, ma la loro redistribuzione verso operatori meno esposti ai costi della produzione editoriale.

La situazione dei broadcaster in Italia

La Rai può contare sul canone, che rappresenta oltre il 60% dei ricavi della capogruppo, Sky Italia è invece passata da circa 3.700 dipendenti nel 2022 a 3.200 nel 2024, con un ulteriore accordo per circa 150 uscite volontarie.

Mfe-MediaForEurope ha invece puntato sulla dimensione europea voluta dal ceo Pier Silvio Berlusconi con l’integrazione di ProSiebenSat.1 e un programma di efficienze. Nel primo semestre 2026, nonostante ricavi in calo del 6% rispetto al dato pro forma 2025, il risultato operativo adjusted è passato dal rosso di 7,3 milioni a un utile di 145,7 milioni e l’utile netto adjusted di competenza del gruppo è salito da 6,9 a 50,5 milioni. La scala internazionale e le sinergie possono quindi migliorare la redditività, ma non cancellano la pressione competitiva.

Anche Netflix, pur essendo protagonista dello streaming, ha annunciato in ottobre circa mille tagli (6% dell'organico), nonostante la crescita dei ricavi. Il suo modello richiede investimenti miliardari in film e serie. E il confronto con YouTube evidenzia la differenza: entrambe competono per spettatori e pubblicità, ma Netflix finanzia direttamente una parte rilevante dei contenuti, mentre YouTube basa gran parte dell'offerta sui video caricati da utenti, editori e creator, remunerati attraverso la condivisione dei ricavi.

A complicare ulteriormente il quadro potrebbe essere l'AI, mettendo a rischio traffico e ricavi pubblicitari proprio per chi produce informazione. La questione supera così i confini dell'industria televisiva. Come fa notare a Milano Finanza un esperto del settore,

Il valore industriale della produzione editoriale

«un miliardo di ricavi pubblicitari non genera le stesse ricadute economiche a seconda di chi lo incassa: una redazione, uno studio televisivo o una produzione audiovisiva significano anche occupazione, competenze e investimenti per il Paese».

In pratica, si tratta di riconoscere il valore industriale a chi produce i contenuti ed evitare così un ulteriore paradosso del sistema, perché se i produttori non saranno più in grado di sostenere i costi (e il calo del 2025 - il primo dal 2018 - è un segnale forte), anche le piattaforme che oggi li monetizzano rischieranno di impoverire la propria offerta. (riproduzione riservata)