Il metodo Malagò per la Figc: costruire sistemi prima ancora che risultati
Il metodo Malagò per la Figc: costruire sistemi prima ancora che risultati
La corsa alla presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio è entrata ufficialmente nel vivo. Talento, infrastrutture e sostenibilità: ecco il programma dell’ex presidente del Coni

di di Giusy Iorlano 15/05/2026 11:30

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Manca poco più di un mese e la Federcalcio cambierà guida. La sfida, ormai, è definita: da una parte Giovanni Malagò, dall’altra Giancarlo Abete. Dopo la terza esclusione dell’Italia dai Mondiali, il calcio italiano si presenta, dunque, al voto del 22 giugno come un sistema che non può più limitarsi a discutere: deve ricostruirsi.

E in questa partita, per la prima volta, Malagò ha scelto di scoprirsi del tutto. Ha messo sul tavolo un programma organico, una visione complessiva, quasi una dichiarazione d’intenti che prova a tenere insieme ciò che il calcio italiano ha sempre faticato a unire: club, leghe, tecnici, calciatori, dilettanti.

La vigilia racconta anche un equilibrio politico già in movimento. Le grandi componenti del sistema si sono schierate: Serie A, Serie B, sindacato calciatori e associazione allenatori convergono sul suo nome. La Lega Pro si presenta divisa, mentre il fronte dilettantistico resta più vicino ad Abete.

Il metodo Malagò: costruire sistemi prima ancora che risultati

Per capire, però, perché il suo nome sia diventato centrale anche nel calcio, bisogna guardare al percorso che lo ha preceduto. La sua cifra non è mai stata la rottura, ma la costruzione di equilibri.

Se si dovesse riassumere Giovanni Malagò in una parola, quella sarebbe ‘dinamismo’. Romano, classe ’59, “Aniene” nel Dna e tifosissimo della Roma nel cuore, imprenditore e atleta, dirigente naturale prima ancora di diventarlo davvero. Non arriva dal classico percorso del burocrate federale. Il suo primo “laboratorio” è proprio il Circolo Canottieri Aniene, storico club romano che sotto la sua guida si trasforma in un centro sportivo e relazionale di primo livello, frequentato da campioni olimpici e figure istituzionali.

È lì che nasce il suo metodo: meno formalismi, più contatto diretto; meno distanza, più gestione delle relazioni. Un approccio che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Al Coni la sua stagione è coincisa con uno dei cicli più vincenti dello sport italiano. L’era Malagò - dal 2013 al 2025, con continuità verso Milano-Cortina 2026 attraverso la Fondazione - ha prodotto numeri che hanno cambiato la percezione stessa dello sport azzurro.

Alle Olimpiadi estive, tra Tokyo 2020 e Parigi 2024, l’Italia ha raggiunto il suo record storico: 40 medaglie complessive dal 1896 a oggi. Nei Giochi invernali, il salto è stato ancora più evidente: 30 medaglie, mai toccate prima, contro un massimo storico fermo a 20 (Lillehammer 1994). Oltre al capolavoro di riportare, dopo un lungo lavoro diplomatico, le Olimpiadi in Italia.

Il programma per la Figc: tra ricostruzione e ambizione

Nel calcio, il progetto presentato da Malagò, “Uniti per il futuro del calcio italiano”, si muove su una linea chiara: ricomporre un sistema frammentato senza forzature, ma con una struttura più efficiente. Ventitré pagine di analisi e proposte concrete. L’obiettivo dichiarato non è una rivoluzione violenta, ma una riforma capace di ricomporre le attuali frammentazioni tra le diverse leghe e componenti.

Il punto di partenza è quasi una fotografia impietosa: nella stagione 2023-24 gli Under 21 italiani hanno giocato appena il 2,3% dei minuti in Serie A. Un dato che racconta meglio di qualsiasi analisi la distanza tra talento e opportunità.

La risposta non è una rivoluzione imposta dall’alto per Malagò, ma un sistema di incentivi che riporti centralità alla formazione: collegare davvero settore giovanile, Primavera, Serie B e Lega Pro, trasformando la crescita dei giovani in un vantaggio competitivo, non in un obbligo burocratico.

Accanto al tema tecnico, c’è quello economico. Il calcio italiano viene descritto come un sistema che ha aumentato i ricavi senza risolvere le fragilità strutturali. Da qui l’idea di licenze nazionali più rigorose, sul modello Uefa, e di un controllo più preventivo sulla sostenibilità dei club.

Poi c’è il nodo che da anni blocca ogni riforma: le infrastrutture. Stadi, centri sportivi, investimenti fermi tra burocrazia e incertezze. Il programma immagina un’accelerazione netta attraverso semplificazioni, partenariati pubblico-privati e una regia più forte. In questo schema, Coverciano diventa non solo un centro tecnico, ma un laboratorio permanente del calcio italiano.

E ancora: una Figc più digitale, più trasparente, più misurabile. Una federazione che renda conto dei propri obiettivi e riduca la distanza tra amministrazione e campo.

Sul piano sportivo, l’ambizione più evidente è una: riportare la Nazionale italiana stabilmente ai vertici internazionali dopo anni di risultati mancati.

Dentro questo scenario, pesa anche un altro elemento: la riforma dei campionati, da anni evocata e mai realizzata. Un dossier che il nuovo presidente dovrà affrontare subito, senza ulteriori rinvii.

Ecco perché alla fine la candidatura di Malagò non si legge solo come una sfida elettorale. Si legge come il tentativo di trasferire nel calcio un modello già sperimentato altrove con successo: quello del dirigente che costruisce consenso, connessioni e risultati. E nel momento più fragile del calcio italiano, il suo nome è tornato al centro della scena. E non come comparsa.(riproduzione riservata)