Gli italiani hanno accumulato una montagna di ricchezza finanziaria, stimata in circa 5.400 miliardi di euro, ma una parte ancora troppo consistente di questo patrimonio resta parcheggiata in forma liquida. È questa una delle contraddizioni più evidenti che emergono dall’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, ricerca, condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente. Da una parte un Paese che continua a risparmiare, dall’altra famiglie che, quando si tratta di investire, mostrano ancora una forte prudenza e una propensione elevata a conservare il denaro invece di metterlo al lavoro.
Il quadro è quello di un risparmio ancora fortemente difensivo. Nel 2026 il 56% degli intervistati dichiara di essere riuscito a risparmiare, solo leggermente inferire a quella record del 2025 (58%), accantonando in media l’11,9% del reddito disponibile, percentuale stabile dalla pandemia e sui massimi.
Risparmiare è considerato indispensabile dal 28% del campione, uno dei valori più elevati della serie storica. La motivazione principale resta la precauzione: il 40% mette da parte denaro soprattutto per affrontare imprevisti. Pensione e casa seguono con il 19%, mentre l’11% indica i figli. Cresce però, seppure partendo da una quota ancora contenuta, la componente destinata esplicitamente all’investimento, salita al 6%. «Inizia a esserci una consapevolezza del fatto che il denaro nom deve restare fermo, questo anche grazie ai buoni rendimenti dei mercati negli ultimi tre anni e alla diffusione di strumenti come i piani di accumulo», ha spiegato Giuseppe Russo, curatore dell’indagine.
Leggi anche: Ecco quanto perde ogni anno una famiglia se tiene i soldi fermi sul conto corrente
Il problema è che la grande capacità di accumulo delle famiglie italiane non si traduce ancora pienamente in una partecipazione ai mercati finanziari. La liquidità continua a rappresentare un rifugio privilegiato, soprattutto quando aumentano l’incertezza e la percezione del rischio. Nel 2023, secondo l’Indagine, il 68% della ricchezza finanziaria era detenuto in conto corrente; nel 2026 questa quota scende verso il 50%, grazie a una maggiore presenza di obbligazioni e strumenti remunerati.
È un passo nella direzione giusta, ma significa anche che una quota enorme del patrimonio continua a non essere investita in modo efficiente nel lungo periodo.
La prudenza, del resto, è diventata una vera e propria cifra culturale. Il ratio di avversione al rischio raggiunge nel 2026 quota 33,6, contro 20,5 nel 2025 e appena 8,1 nel 2017. Inflazione, guerre, tensioni geopolitiche e volatilità dei mercati hanno lasciato una cicatrice profonda. Il dato più sorprendente riguarda i giovani: tra i 18 e i 24 anni il rapporto tra chi non vuole correre rischi e chi invece è disposto a farlo arriva a 84 a 1. È quasi l’opposto di quanto suggerirebbe la teoria del ciclo di vita, secondo cui un investitore giovane, avendo davanti un orizzonte temporale più lungo, dovrebbe poter assumere una maggiore esposizione al rischio.
Leggi anche: Fondo pensione per i bebè: ecco quanto vale un investimento iniziato alla nascita. Numeri e simulazioni
«Qui emerge il paradosso italiano: si ha paura di perdere, ma la diversificazione è bassa», ha spiegato Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. Quasi il 72% degli investitori possiede infatti portafogli scarsamente o per nulla diversificati e quindi una elevata concentrazione del rischio. E la conoscenza degli strumenti resta fragile: soltanto il 36% degli intervistati sa, per esempio, che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione.
Eppure, quando gli italiani investono, l'esperienza non è necessariamente negativa. Nel 2026 gli acquirenti di obbligazioni, azioni e fondi superano i venditori. Le obbligazioni sono possedute dal 23,5% del campione e registrano un rapporto acquirenti/venditori pari a 2. Il risparmio gestito mostra risultati ancora più interessanti: coinvolge ormai tra il 25 e il 30% degli intervistati, con un rapporto tra acquirenti e venditori di 4,77 e un indice di soddisfazione pari a 12,5, il più alto tra gli strumenti considerati.
Le azioni restano invece il terreno su cui la distanza tra conoscenza e investimento è più evidente. Il 45% degli intervistati dichiara di conoscerle, ma soltanto il 7,8% le ha possedute negli ultimi cinque anni. E proprio chi le ha acquistate mostra un'elevata soddisfazione, con un rapporto di 8,5. Il principale ostacolo è la paura di perdere il capitale, indicata dal 78,5% del campione, seguita dalla mancanza di esperienza.
La conseguenza è che l'Italia continua a presentare un patrimonio familiare fortemente sbilanciato verso il mattone. La casa pesa circa due terzi del patrimonio medio, stimato in 320 mila euro, e il 79% degli intervistati vive in un'abitazione di proprietà. Il 66% considera ancora l'immobile un investimento sicuro, anche se la percentuale è in calo rispetto agli anni precedenti. Il mattone resta dunque il grande salvadanaio nazionale, ma non può essere facilmente trasformato in liquidità e, soprattutto, non garantisce da solo la diversificazione necessaria per affrontare l'allungamento della vita e l'incertezza previdenziale.
Anche sul fronte della pensione il comportamento delle famiglie resta prudente. Soltanto il 22% degli intervistati aderisce alla previdenza complementare. Oltre due terzi degli aderenti versano il tfr, mentre quasi il 69% non conosce i vantaggi fiscali della contribuzione volontaria. Ancora una volta, il problema non sembra essere soltanto la disponibilità economica, ma la conoscenza degli strumenti e la capacità di trasformare il risparmio in una strategia finanziaria.
È qui che torna centrale il rapporto con la banca. Il consulente resta il principale punto di riferimento per le decisioni di investimento, indicato dal 47% degli intervistati. Anche la rivoluzione digitale, per ora, non sembra destinata a cancellare questo rapporto. Il 28,2% del campione non utilizza internet, mentre il 27,9% lo usa in modo pienamente integrato. Ma quando si tratta di gestire concretamente il denaro, il 58,1% opera ancora prevalentemente allo sportello e solo il 12,8% utilizza soprattutto l'app mobile.
La tecnologia viene accettata quando aumenta il controllo, non quando lo sostituisce. Le notifiche sulle spese sono apprezzate da circa il 52% degli intervistati e l'analisi predittiva basata sull'intelligenza artificiale dal 36%. Al contrario, quasi l'87% guarda con diffidenza ai sistemi completamente automatizzati che affidano all'AI le decisioni finanziarie. Il principale ostacolo resta la sicurezza: truffe e protezione dei dati preoccupano il 76,5% del campione.
Il quadro che emerge è quindi quello di un Paese tutt'altro che privo di risparmio. I 5.400 miliardi di ricchezza finanziaria raccontano una capacità di accumulo straordinaria. La vera sfida è trasformare questa ricchezza da patrimonio statico a capitale produttivo, senza cancellare la naturale esigenza di sicurezza delle famiglie.
«Da una risposta all’incertezza il risparmio deve diventare una strategia per costruire il futuro», ha sottolineato Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo.
Per farlo non basterà chiedere agli italiani di assumere più rischio. Servirà piuttosto aumentare la diversificazione, migliorare l'educazione finanziaria, rendere più comprensibili gli strumenti e costruire fiducia. Perché la contraddizione del risparmio italiano è proprio questo: non mancano i soldi da investire. Manca ancora, in molti casi, la convinzione che investirli sia più sicuro e sensato che lasciarli fermi. (riproduzione riservata)