Si dice «bear market» una condizione prolungata del mercato finanziario in cui i prezzi delle azioni scendo più del 20% rispetto ai massimi recenti. Ecco, questa è una condizione nella quale rischiano di entrare i maggiori mercati globali. Anzi, qualcuno è già finito nella «zona orso».
Il crollo dei titoli tech, causato dalla vittoria dei democratici alle elezioni di midterm americane, ha sconvolto le borse mondiali: il Nasdaq ha perso oltre il 5,5%, entrando in territorio di correzione, e l’S&P 500 è sceso del 4,4%.
Ma a subire maggiori ripercussioni sono stati i mercati asiatici, già in difficoltà negli ultimi mesi: il Kospi coreano scende del 45% rispetto ai massimi, il cinese Csi 300 del 30%, l’indice di Taiwan Taiex del 24% e il Nikkei, proprio a causa di quest’ultimo crollo tech, è entrato in bear market con un -21%. La grande problematica per questi mercati è la forte esposizione ai chip e all’AI, strettamente legati alle politiche americane. Basta pensare che Samsung e SK Hynix rappresentano oltre il 50% del Kospi, mentre Tsmc da sola è oltre il 40% del Taiex.
Dopo il crollo del 5 novembre, il Nasdaq cede il 14,7% rispetto al massimo. Vuol dire che un ulteriore calo del 5/6% farebbe entrare il listino tech in bear market. Meno complicata la situazione degli altri due listini Usa: il Dow Jones cede il 5% rispetto ai massimi storici e l’S&P 500 cede perde circa il 4%.
Molto più lontane le borse europee, con il Dax di Francoforte in calo solo dello 0,9%, il Ftse Mib del 7,5%, mentre il listino europeo Stoxx 600 scende del 3,1%.
Secondo la regola generale, un mercato ribassista termina quando il prezzo del mercato supera del 20% il suo minimo. Questo giorno viene quindi considerato retroattivamente e il problema è che si può prevedere solo a posteriori. Quindi, nelle fasi di elevata volatilità, la regola spesso si attiva troppo presto ed è un problema per gli investitori.
Il sito CoinStats porta l’esempio del Nasdaq 100 dopo lo scoppio della bolla delle dot-com: Tra marzo 2000 e ottobre 2002, la regola conta sei distinti mercati ribassisti, interrotti da rialzi di oltre il 20% ciascuno. Chiunque ha previsto la fine di ognuno di questi rialzi ha comprato troppo presto per ben cinque volte. Complessivamente l'indice ha perso l'82,9%. (riproduzione riservata)