La verità? Dovremmo tutti sperare che l’indagine sui vertici del Garante della Privacy finisca in una bolla di sapone. Che le indiscrezioni trapelate su fatti poco encomiabili, dal conto del macellaio addebitato all’authority alle sanzioni curiosamente evaporate, si rivelino prive di fondamento. E che l’onore del collegio sia ristabilito. Ma dovremmo sperarlo più per noi che per loro. Perché, se le ipotesi al vaglio dei magistrati (scaturite a quanto pare anche da servizi della trasmissione Report) trovassero conferma, il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui anche le autorità indipendenti hanno perduto l’innocenza. Che, a dire il vero, era traballante da un bel po’.
Le autorità indipendenti nascono in un momento di svolta del Paese. È quando comincia a maturare l’idea che pure lo Stato italiano debba imboccare la via della ritirata dall’economia, e le liberalizzazioni esigono degli strumenti capaci di difendere i cittadini consumatori da eventuali soprusi dei nuovi poteri economici. Il modello è quello anglosassone. E all’inizio funziona. I meccanismi di nomina e designazione dei vertici sembrano rispettosi dell’indipendenza di questi organismi dalla politica. Ma presto anche le authority si trasformano in comode prede per la lottizzazione. Con la conseguenza che ne risente la qualità delle funzioni che tali organismi incarnano.
L’attuale collegio del Garante della Privacy è un esempio del corso lottizzatorio che si è andato imponendo nelle authority. C’è un presidente in quota Pd, Giuseppe Stanzione. Una vicepresidente, Ginevra Cerrina Ferroni, che nel 2018 poteva essere candidata sindaca di Firenze con il sostegno di Matteo Salvini. Un terzo componente, Agostino Ghiglia, ex missino poi deputato di An, colto in video all’ingresso della sede di Fratelli d’Italia in giorno prima che il Garante appioppasse una multa a Report. E un quarto componente, Guido Scorza, ex consigliere giuridico di Paola Pisano, ex ministra 5 Stelle.
Il bello è che per assicurare l’indipendenza questa authority è nominata dal Parlamento con maggioranza qualificata. Il che genera l’effetto contrario: favorisce la lottizzazione concordata. Ma questo è solo uno dei modi con cui vengono designati i vertici delle authority. Il capostipite è il sistema introdotto nel 1990 per Antitrust e Garante degli scioperi. Quando si pensava che affidare il potere di nominare i loro collegi ai presidenti di Senato e Camera avrebbe tutelato l’imparzialità delle scelte.
Per ricredersi è sufficiente scorrere le scelte fatte negli anni dai presidenti di turno delle Camere. Compresa l’ultima, nel 2023, quando Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana hanno scelto i componenti del Garante degli scioperi. Lì troviamo Peppino Mariano, ex missino a trazione integrale legatissimo al sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, esponente di spicco del partito. Fondato da Giorgia Meloni e La Russa. E troviamo anche Luca Tozzi, ex consigliere del presidente della Camera quando questi era ministro della Famiglia.
Quanto alla Consob, il fatto che la nomina sia di competenza del governo sarebbe già di per sé la negazione del principio di indipendenza. E se nella sua cinquantennale storia la Consob ha avuto momenti in cui quel principio sembrava rispettato, l’epoca è tramontata da un pezzo. A testimoniarlo c’è il caso di Giuseppe Vegas, che nel 2011 passa sulla poltrona di presidente della Consob direttamente dal Parlamento e dalla poltrona di viceministro dell’Economia.
Nominato dal governo di cui è componente. La stessa circostanza si verifica nel 2019: Paolo Savona, importante economista, viene nominato al vertice Consob dal governo di cui fa parte come ministro degli Affari Europei. E ora si potrebbe assistere a una seconda replica, con il sottosegretario all’Economia con delega ai mercati finanziari Federico Freni, leghista, al posto di Savona.
Come stupirsi che in più di trent’anni nessun governo abbia voluto sporcarsi le mani con una riforma degna di tal nome delle autorità indipendenti? Per completezza d’informazione va aggiunto che nemmeno il Parlamento nelle ultime cinque legislature ha dato prova di coraggio. Senza invece risparmiarsi quando si trattava di occupare le poltrone libere. Adesso se ne libereranno parecchie. Le scadenze dei collegi di alcune authority sono prossime: l’Arera è già scaduta e il termine dei mandati di Antitrust e Consob è imminente. E assisteremo alle scene già viste, in un gioco di potere dove a rimetterci saranno gli italiani. (riproduzione riservata)