È la peggiore operazione che si poteva concepire e realizzare per la Borsa di Milano e quindi per l’Italia, gli italiani, le imprese e le banche italiane. A cinque anni dall’ingresso della Borsa di Milano in Euronext, ideato e gestito da Parigi, i conti non tornano e ha perfettamente ragione Cdp, che è azionista in Euronext in rappresentanza dell’Italia, ad assumere una posizione ipercritica su Parigi, che pur avendo la stessa quota dell’Italia in Cdp e cioè l’8%, è chiave e dominus della gestione del sistema Euro (termine per certi versi abusato, visto che, per esempio, della borsa europea non fanno parte molti membri della Ue e in particolare due Paesi chiave come la Spagna e soprattutto la Germania).
Le cronache finanziarie in questi giorni segnalano lo scontro, finito in tribunale, fra Cdp, la Cassa depositi e prestiti, guidata con professionalità ed efficacia dall’ad Dario Scannapieco, e la struttura di comando del sistema che risiede a Parigi, pur avendo Euronext la sede legale ad Amsterdam. Stephane Boujnah, francese, ad di Euronext, ha deciso di riconfermare ad di Euronext Milano il pur bravo Fabrizio Testa, ma strettamente a lui legato.
Legittimamente, Cdp avrebbe voluto avere voce ascoltata per il capo operativo della parte italiana di Euronext. Invece niente. Come dire che, pur essendo Cdp il maggior azionista di Euronext holding, sia pure allo stesso livello della Francia, non conta di fatto niente neppure in riferimento alla Borsa italiana, pur avendo diritto alla nomina del presidente del consiglio di sorveglianza di Euronext, il riconfermato Piero Novelli, banchiere in Ubs e docente alla Luiss. Anche se la presidenza di un italiano (già riconfermato) avrebbe comunque dovuto bloccare quanto è avvenuto.
È comunque più che comprensibile la reazione Cdp, in piena sintonia con le autorità italiane. Ma la cocciutaggine per avere potere assoluto da parte del ceo centrale Boujnah ha impedito qualsiasi partecipazione dell’azionista Italia per la scelta del nuovo capo operativo della filiale italiana. Una posizione incredibile e provocatoria quella del ceo centrale, che ha una sola spiegazione: qui comando io. Ma la richiesta di poter quantomeno concorrere alla scelta del capo della Borsa italiana, al momento del rinnovo delle cariche, era più che legittima, valutando lo sbilancio fra investimento e potere dell’Italia nella holding centrale.
Del resto, questa arroganza francese non è altro che parte delle scelte fatte al momento di tentare di creare una Borsa europea, tenendo conto che la Borsa stessa non è (e non dovrebbe essere) tanto e soltanto una macchina da soldi per i suoi azionisti, ma uno strumento fondamentale per gli investimenti e quindi la crescita dei Paesi aderenti.
In qualsiasi Paese del mondo le borse valori o merci sono appunto uno strumento essenziale per consentire di realizzare obiettivi strategici importanti, sia nella raccolta di risparmio sia per far crescere le aziende e quindi i Paesi.
Al contrario, il management tende a ignorare completamente le proposte di soci, anche di chi, come l’Italia, è paritetico con l’altro primo azionista. Nel caso specifico dell’Italia si è quasi all’elemosina in termini di ruolo e di potere poiché la presidenza, indipendentemente dalla personalità di Novelli, e la presenza del Cfo italiano, Giorgio Modica, contano niente con un ceo della prepotenza di Boujnah.
E tutto ciò per una ragione molto semplice e cioè perché a Parigi si considerano, più che gestori, veri padroni di Euronext e quindi anche della, per così dire, filiale italiana. Se questo è spirito di un’Europa unita... E infatti proprio attraverso il mercato borsistico si capisce che la Ue traballa o comunque non funziona come avrebbero sperato i padri fondatori.
A Parigi e Amsterdam, dove c’è la sede legale di Euronext, pensano loro sì di essere i padroni assoluti, sì da inalberarsi perché l’azionista Cdp, che rappresenta l’Italia, vuole discutere su chi debba essere l’amministratore delegato di Borsa italiana. Ed è proprio questa alleanza franco-olandese che rappresenta il maggior handicap non solo per la gestione dei mercati ma per la struttura stessa della Ue.
Nella, finora legittima, autonomia fiscale che ciascun Paese della Ue ha, un Paese piccolo come l’Olanda ha da sempre perseguito l’obiettivo di offrire tassazioni molto più basse di quelle di altri Paesi membri. E questo spiega come mai la sede di Euronext, per pagare meno tasse, è stata collocata proprio ad Amsterdam. Già questo sarebbe grave ma in realtà la scelta di collocare proprio in Olanda la sede legale di Euronext ha generato e genera un effetto negativo per tutte le altre borse nazionali aderenti alla teorica borsa europea. Basta guardare Milano: un buon numero di maggiori società italiane hanno trasferito immediatamente la sede legale o la quotazione ad Amsterdam perché diversamente da cosa sarebbe accaduto prima della creazione di Euronext, ora c’è la giustificazione che appunto i trattamenti fiscali dell’Olanda, nonostante siano profondamente più favorevoli di quelli di larghissima parte dell’Europa, sono giustificati dalla sede legale della borsa (pseudo) europea in Olanda.
Insomma, direbbero a Firenze, che è la mia città: becchi (cioè cornuti) e bastonati.
Ma si può realizzare una vera Unione Europea con queste scelte?
Bene quindi ha fatto Cdp a prendere una dura posizione nonostante il rischio (verificatosi) di poter essere sconfitti in tribunale dal comandante francese che non ammette interferenze nazionali nella nomina dell’ad in Italia e cioè la riconferma o meno del pur bravo Testa.
Povera Ue se neppure si riesce a concepire una struttura partecipata in quella Borsa che ormai porta impropriamente il prefisso Euro...
Infatti, la Borsa di Milano, che pure, giova ripeterlo, nel conferimento alla holding europea dei vari mercati nazionali ha ottenuto una quota azionaria analoga a quella della Francia, in realtà si è svuotata dei volumi delle negoziazioni delle (poche) grandi società italiane quotate.
Oggi Milano, infatti, viene considerato il mercato di pochi titoli, grandi banche e assicurazioni e società in cui lo Stato è azionista importante. Poi ci sono small e al massimo mid-cap che ormai negoziano pochissimo, comprese le azioni quotate allo Star, che doveva essere un po’ il fiore all’occhiello.
E se il rappresentante dell’Italia nel capitale di Euronext, cioè Dario Scannapieco, il serio e determinato ad di Cdp, osa chiedere che almeno l’ad della Borsa di Milano sia indicato e condiviso dall’Italia, viene immediatamente tacciato di nazionalismo dal prode capo di Euronext.
Una situazione intollerabile, alla quale, al momento, con la scusa che Euronext è una istituzione privata, nessun papavero governativo ha osato dire una parola ai colleghi francesi e olandesi. Perché la scusa è che la Borsa è oggi una istituzione privata e che quindi l’ad può agire come vuole e può. Ma anche se il capitale non è posseduto dagli stati, come dimostra la partecipazione di Cdp e di quasi tutti gli azionisti degli altri Paesi, gli azionisti di Euronext sono precisa espressione degli Stati. Se si vuole davvero fare l’Europa, come è assolutamente necessario per le tempeste in atto nel mondo, occorre considerare Euronext un pilastro dove si realizza la volontà e il potere di tutti gli stati della Ue.
L’obiezione è che la Ue è una unione di vari stati e non un solo stato. Vero, ma la teoria non era, forse, che prima di affrontare il tema istituzionale della Ue occorreva creare una vera unione economica degli stati aderenti? Invece, ecco a voi il caso di un’area fondamentale per lo sviluppo economico attraverso la raccolta di capitali quali sono le Borse valori, che non centra assolutamente l’obiettivo.
Il segnale degli ignobili interventi di Parigi per proibire all’azionista pubblico italiano (Cdp è una società controllata dallo stato italiano) di indicare l’ad della borsa italiana è la chiara dimostrazione della volontà di Parigi di prevaricare. Un segnale terribile in un momento nel quale non solo esplodono guerre quasi atomiche, ma appunto non si riesce a salvare lo spirito europeo nemmeno per quanto riguarda i mercati finanziari e chi sta al centro rifiuta qualsiasi ruolo di chi è espressione dello stato dove risiede la Borsa di cui è in atto la contesa.
Un segnale bruttissimo per l’Europa; un segnale che fatte le debite proporzioni è comunque gravissimo per il futuro della stessa Europa non solo sul piano dei mercati finanziari.
Come potrebbe l’Italia cambiare la rotta di Euronext nell’interesse anche degli altri cinque Paesi, che insieme a Italia e Francia fanno parte di Euronext?
Attivando un movimento che porti al cambiamento dello statuto di Euronext, aumentando i poteri del presidente, come bilanciamento di quelli dell’ad Boujnah, o riducendo quelli del ceo, il quale ritiene di essere lui stesso l’istituzione.
In altre parole, si tratta di rinegoziare le condizioni poste dai francesi e dagli olandesi. Due Paesi con una visione assolutista, al punto che Paesi importantissimi della Ue come Germania e Spagna non sono entrati in Euronext, dimezzandone quasi, di fatto, il potere. Potere immediatamente assunto dai francesi in termini di governo del settore e di crescita enorme del listino di Amsterdam da parte dell’Olanda.
C’è un’altra ipotesi, soprattutto dal lato italiano, che il presidente del consiglio di sorveglianza Novelli, appena riconfermato, acquisti il coraggio di imporsi nell’interesse delle borse dei Paesi che non sono né Francia, né Olanda. Altrimenti l’Europa continuerà a fare altri passi indietro invece che in avanti. Ma è necessario che Novelli, indicato dall’Italia, riceva dal ministro dell’economia o meglio dall’intero governo italiano, indicazioni precise di riequilibrio dei poteri. Nel precedente mandato non ha fatto niente di ciò. Saprà farlo al secondo mandato? Visto che è troppo comodo per la Francia che tutto sia deciso dal ceo Boujnah. Appunto anche chi deve essere il ceo di Borsa italiana, essendo chiaro che Euronext, per il peso delle borse sulle economie degli stati, non può comportarsi come una vera società privata.
Cosa possono essersi detti e detto il presidente della Repubblica italiana e il più grande architetto italiano e del mondo presente, nonché senatore a vita della Repubblica italiana?
Il rispetto e la riconoscenza di questo giornale verso il presidente Sergio Mattarella sono totali. Altrettanto è il mio rispetto, che promana anche da questo giornale, verso l’architetto Renzo Piano.
La ragione? Basta rileggere cosa hanno detto e si sono detti nell’incontro di lunedì 11 maggio a Milano, nella sede del Politecnico, quella progettata proprio da Renzo (mi permetto di chiamarlo per nome perché il primo articolo su di lui, assolutamente sconosciuto, lo scrissi io giovane cronista del Secolo XIX di Genova e la nostra amicizia non si è mai interrotta).
È stato un duetto bellissimo. «Vieni che ti porto nella mia classroom», dice Renzo al presidente Mattarella, prendendolo sottobraccio. Dentro 24 studenti e varie personalità milanesi. Uno slogan su tutti di Renzo, diretto, forse non solo ai 24 studenti presenti nell’aula: «Andate sui posti», cioè andate a capire prima di decidere.
Ma ovviamente il dialogo è stato ben più ampio con alcuni altri principi sottolineati in sintonia dai due grand’uomini: elogio della passione e valore dell’errore. E Mattarella, più specificamente, confermando l’affetto che ha peri giovani: «Questa generazione, la vostra, la passione ce l’ha e profonda. Più delle generazioni precedenti. E ciò, oltre a piacermi, è fondamentale per il futuro dell’Italia».
Il presidente Mattarella e il maestro Piano sono divisi da quattro anni di età: Renzo ne ha 88 e Mattarella quindi 84. Quindi è logico che si capiscano e siano in piena sintonia. E Renzo ha saputo introdurre un comportamento essenziale che i giovani, anche quando non saranno più giovani, sappiano attuare: individuare l’errore e per valorizzare costantemente questo concetto, il creatore del Beaubourg ha illustrato al Presidente come fa a insegnare la ricerca dell’errore: «li mando a vedere i miei progetti e chiedo loro, che al ritorno, mi espongano gli errori progettuali che hanno individuato». È anche il modo, del maestro, per dare un messaggio fondamentale. Senza errori non si avanza.
E quasi in un duetto il Presidente Mattarella gli ha fatto eco: «Non bisogna aver paura di sbagliare... Molte scoperte sono nate da errori»... e aggiunge: «Ascoltare è la via per la pace». E Renzo tornando nel suo campo: «C’è bisogno di portare bellezza nelle periferie...». E Mattarella, dispiacendosi anch’esso che il tempo dell’incontro sia finito: «...Mi permetto di dire che la bellezza è il vero parametro della vita». E a seguire: «La bellezza riguarda anche la politica. C’è differenza fra un bel progetto e uno brutto».
Questo incontro è stato un bel progetto. Firmato Mattarella & Piano, architetti del bello, in quanto giusto. E infatti quando è entrata l’altra senatrice a vita, Liliana Segre, è partito un sonorissimo applauso di tutti i presenti, con in testa i 24 giovani architettandi. (riproduzione riservata)