Il calcio in Europa vale 38 miliardi, ma solo metà dei club è in utile: ecco a chi va la fetta più grande dei ricavi
Il calcio in Europa vale 38 miliardi, ma solo metà dei club è in utile: ecco a chi va la fetta più grande dei ricavi
Secondo la ricerca di Boston Consulting Group i costi elevati e la dipendenza dai risultati sportivi mettono a rischio la stabilità finanziaria delle società

di Davide Volpi (MF-Newswires) 11/08/2026 11:26

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??????L'industria calcistica europea vale oggi oltre 38 miliardi di euro solo in Europa. È ciò che emerge dall'analisi The Three Forces Reshaping the Beautiful Game di Boston Consulting Group, che analizza le dinamiche destinate a definire il futuro del settore.

Aumentano i ricavi, ma solo per pochi

L'economia calcistica vede una progressiva concentrazione dei ricavi in poche squadre del continente, tanto che le 20 squadre europee con il fatturato più alto generano insieme più della metà dei ricavi complessivi delle cinque maggiori leghe del continente, per un totale di oltre 11 miliardi di euro. Tale livello di concentrazione è dovuto in particolare alla crescita dei diritti televisivi internazionali: quelli della Premier League sono passati da 500 milioni di sterline del 2010 a oltre 2,2 miliardi odierni, superando sia i ricavi da diritti domestici della lega, sia quelli internazionali di tutte le altre competizioni europee.

Questo aumento alimenta poi un circolo vizioso che consente ai club più forti di investire su giocatori di maggior richiamo, che a loro volta rafforzano l'attrattiva internazionale della lega. Nello stesso periodo, la Champions League ha aumentato la propria quota di diritti internazionali rispetto ai cinque grandi campionati domestici, passando da circa il 15% nel 2016-17 a circa il 20% nel 2025-26. La concentrazione però riguarda anche il fronte proprietario: i gruppi multi-club controllano oggi circa 400 società nel mondo, mentre alcuni campionati hanno adottato sistemi chiusi, senza promozioni e retrocessioni, sul modello nordamericano.

Nuovi protagonisti

Se l'Europa resta il mercato più importante, esistono anche poli differenti: i club sauditi, ad esempio, hanno speso quasi un miliardo di dollari in una sola finestra di mercato, la Major League Soccer statunitense supera i 21 mila spettatori a partita e il calcio femminile genera oggi 800 milioni di ricavi annui, in Africa la Fifa sta investendo più di un miliardo nello sviluppo e il Marocco sta spendendo cinque miliardi in vista dei prossimi Mondiali del 2030.

Anche il calcio femminile cresce, con le 14 squadre della National Women's Soccer League che sono oggi valutate collettivamente 2,6 miliardi di dollari, un dato in aumento di circa il 180% rispetto al 2023, e La Coppa del Mondo femminile del 2023 che ha attirato circa 2 milirdi di spettatori a livello globale.

Solo metà club europei in utile

La concentrazione di risorse nel calcio non implica però una stabilità finanziaria diffusa: solo circa metà dei club di prima divisione europea è in utile, con bilanci che possono oscillare in modo drastico da una stagione all'altra, anche in base ai risultati sportivi. La retrocessione dalla Premier League alla Championship (il secondo campionato inglese) può infatti portare a una perdita di più di due terzi del proprio fatturato annuo.

Fra i principali costi emergono stipendi e cartellini, tanto che tra 2020 e 2022 il rapporto tra salari e ricavi ha viaggiato intorno al 64% nelle cinque grandi leghe europee, contro circa il 50% delle leghe nordamericane. In Premier, includendo anche i trasferimenti, le società hanno speso circa 5,7 miliardi di sterline sui giocatori nella stagione 2022-23, vale a dire quasi il 90% dei ricavi complessivi della lega, e per 8 squadre su 20 la spesa per la selezione ha superato il valore stesso dei ricavi.

L’obiettivo è aumentare sostenibilità finanziaria

Per aumentare la sostenibilità finanziaria dei club, gli organi di governo del calcio stanno imponendo sempre più regole per limitare le azioni delle società. La Uefa, ad esempio, ha imposto un tetto che limita al 70% dei ricavi la spesa dei club. La regola si applica formalmente solo alle squadre impegnate nelle competizioni europee, ma molti club si autogestiscono secondo tali standard nell'ottica di una futura qualificazione e anche molti campionati nazionali stanno adottando versioni simili di questi controlli.

Un'altra opzione è quella che trae ispirazione dagli sport nordamericani, con l'adozione di sistemi chiusi. La Major League Soccer e la A-League australiana-neozelandese sono nate senza promozioni e retrocessioni, mentre la Liga Mx ha sospeso il sistema durante la pandemia (anche se potrebbe essere ripristinato). La logica alla base di questa scelta è che proteggere i club dalla retrocessione rende i ricavi più prevedibili e incoraggia gli investimenti a lungo termine.

Il tentativo più noto in tal senso è quello della Superlega europea, che mirava a fornire ai club d'élite una maggiore stabilità finanziaria attraverso una struttura semi-chiusa. L'iniziativa ha però incontrato una forte resistenza, in quanto considerata una minaccia alla tradizione calcistica basata sul merito.

Troppe partite

La spinta commerciale che ha aumentato e concentrato i ricavi dell'industria calcistica europea è anche frutto dell'aumento degli impegni sul campo, che accrescono il pubblico e il valore commerciale delle competizioni, pesando però sui calciatori e gli stessi club. Esempio di questa tendenza sono l'allargamento della Champions League, la recente nascita della Conference League e l'aumento del numero delle nazionali che prendono parte ai Mondiali, giunto a 48 nel 2026.

Non sempre l'effetto però può essere positivo, esiste infatti un limite al numero di incontri che i giocatori possono realisticamente disputare, oltre al quale si rischia di aumentare gli infortuni, la stanchezza e il burnout, compromettendo il benessere dei giocatori, la qualità della competizione e rischiando di confondere e stancare i tifosi. (riproduzione riservata)