L’industria europea del risparmio gestito vive una fase complessa. Gli asset in gestione a fine 2025 hanno raggiunto il massimo storico di oltre 34 mila miliardi di euro, ma la redditività resta sotto pressione. McKinsey calcola che i profitti nel 2024 sono ancora inferiori del 20% rispetto ai livelli record del 2021, penalizzati sia dall’aumento dei costi operativi, cresciuti del 10% in tre anni per via di inflazione e spese in tecnologia, sia dal calo delle commissioni. Questo perché i flussi netti sono positivi ma si concentrano su prodotti a basso margine: gestioni passive, fondi monetari e obbligazionario (grafico in pagina).
E sono soprattutto le gestioni passive, ovvero gli Etf, che continuano a guadagnare terreno perché offrono un accesso diversificato ai mercati con commissioni di gran lunga inferiori a quelle dei fondi, tuttavia i margini ridotti implicano che il contributo al fatturato delle sgr sia limitato. Nonostante le masse degli Etf siano arrivate a rappresentare il 18% del totale del risparmio gestito in Europa nel 2024, la loro quota del totale dei ricavi è solo del 7%, con una commissione media di gestione di 13 punti base (rispetto ai 42 punti base dei fondi attivi). E nel 2025 la situazione non è cambiata.
Nel mercato sta crescendo rapidamente la versione attiva degli Etf, che le sgr tradizionali lanciano per cavalcare il boom dei passivi senza però rinunciare alle competenze dei propri gestori. Difatti gli Etf attivi seguono un indice, come i passivi, ma il money manager può modificare i pesi dei titoli dell’indice in base alle proprie convinzioni. Ma così facendo questi prodotti low cost rischiano di cannibalizzare i fondi comuni tradizionali. I gestori devono decidere se difendere la base di asset esistente o puntare sui flussi futuri con margini più bassi, avverte McKinsey. In sostanza, si chiede la società di consulenza, gli Etf attivi rappresentano il Santo Graal per generare ricavi aggiuntivi o sostituiscono i fondi comuni attivi a margine più elevato? In effetti c’è almeno una parziale sostituzione dei flussi dei fondi comuni, man mano che un numero maggiore di Etf attivi entra nel mercato, osserva McKinsey. Nel 2024, il 13% della raccolta totale degli Etf attivi negli Usa è stato investito in veicoli che hanno duplicato un fondo comune (cioè un fondo con lo stesso nome o strategia gestito dallo stesso money manager), quasi il doppio rispetto al 2021.
Inoltre il McKinsey 2025 Survey of Financial Advisors segnala che il 63% dei flussi in Etf attivi proviene da masse in uscita dai fondi comuni attivi (grafico in pagina). Per ora è certo che gli Etf attivi stanno guadagnando sempre più terreno: le loro masse hanno superato i 60 miliardi in Europa, con un aumento medio composto annuo del 37% dal 2019 al 2024, secondo Morningstar. In Europa, si prevede che le masse degli Etf attivi continueranno a crescere con un ritmo medio annuo del 25%, raggiungendo 165 miliardi entro il 2029. Nel frattempo anche un’altra asset class importante per i bilanci delle società di gestione, ovvero l’investimento in attivi alternativi, resta un pilastro della redditività (genera circa 40% dei ricavi), ma qui la concorrenza sul mercato è sempre più intensa e favorisce i player specializzati.
Insomma uno scenario complicato per la redditività delle sgr. In tutto questo c’è un’altra tendenza da considerare: i gestori europei continuano a perdere quota di mercato a favore dei colossi statunitensi. Oggi solo quattro operatori europei figurano nella top 20 mondiale, contro i sette del 2007. Il settore dell’asset management è stato a lungo tra i più frammentati nei servizi finanziari. Nonostante le economie di scala, non c’è stata per anni una spinta reale al consolidamento: piccoli team con pochi clienti potevano raggiungere la redditività, e la crescita organica era sufficiente. Anche i clienti stessi (fondi pensione, assicurazioni, wealth manager indipendenti) erano frammentati e collaboravano con molti fornitori di fondi.
Negli ultimi tempi però il quadro sta cambiando perché come si diceva la redditività è sotto pressione, con gli operatori di medie dimensioni che mostrano i margini operativi più bassi (e in diminuzione). Mentre tecnologia e intelligenza artificiale richiedono investimenti crescenti. I leader del settore a livello mondiale stanno catturando una quota elevata dei nuovi flussi netti, sfruttando le dimensioni per reinvestire in capacità e relazioni. Con il consolidamento dei clienti e la maggiore concentrazione delle opportunità di crescita, i player di medie dimensioni diventano target appetibili per operazioni di M&A.
Un’analisi di Oliver Wyman rileva che dal 2022 il numero globale di transazioni è entrato in una nuova fase, con oltre 200 operazioni rilevanti all’anno (il doppio rispetto al decennio precedente). Ma questa dinamica vede protagonisti gli Usa dove è boom di M&A: in base alle analisi del Lseg nel 2025 sono state realizzate operazioni per 38 miliardi di dollari, più del doppio del 2024, 378 in totale: un record dal 1980, quando sono iniziate le rilevazioni di questi dati.
Invece il mercato europeo resta frammentato e dominato da società con difficoltà a raggiungere la dimensione necessaria per competere sui flussi globali. Per affrontare la nuova fase fatta di margini più bassi e maggiore volatilità, anche i gestori europei, avverte McKinsey, devono fare come quelli statunitensi: accelerare nell’ingrandirsi, rafforzare la presenza internazionale, ripensare il modello operativo e investire in tecnologia e intelligenza artificiale. La strada non è solo quella di giocare in difesa, come mostrano i tagli del personale in alcuni gruppi: chi saprà adattarsi potrà trasformare l’attuale fase di stress in un’opportunità di crescita.
È sempre più importante raggiungere una dimensione sufficiente e una presenza geografica significativa per diversi motivi, tra cui l’efficienza dei costi, la capacità di generare profitti adeguati da reinvestire nello sviluppo e l’accesso ai migliori talenti. E gli asset manager, prosegue McKinsey, devono diventare veri player paneuropei in modo da avere una taglia adeguata per accedere ai flussi al di fuori dell’Europa e ritagliarsi una presenza globale diversificata. Sempre più spesso, la risposta potrebbe non essere gli Stati Uniti, dove la maggior parte dei flussi è catturata dai player domestici.
Di conseguenza, i gestori europei devono esplorare mercati in crescita in Asia e altre regioni, adattando prodotti e approccio commerciale alle caratteristiche locali. Al contrario gli operatori Usa hanno da tempo creato un forte presidio in Europa. Nel complesso, i primi dieci gestori europei catturano il 22% delle masse in fondi aperti e Etf in Europa, rispetto al 74% dei primi dieci concorrenti statunitensi. Per aumentare la propria presenza in tutta Europa le sgr locali possono passare attraverso la crescita organica, ma l’M&A permette di svilupparsi più rapidamente.
Una dinamica iniziata negli Usa ma ora ci si aspetta che entri in gioco anche l’Europa. Qui le transazioni di M&A sono aumentate in modo significativo (grafico in pagina) nel 2024 raggiungendo un picco di 53 (più del doppio della media del 2010-2020). Entro il 2029, Oliver Wyman si aspetta tra 100 e 200 operazioni di M&A all’anno per le sgr europee, con una conseguente riduzione fino al 20% del numero di asset manager nei prossimi cinque anni. In totale si tratta di oltre 1.000 società di gestione in meno dato che oggi in Europa se ne contano 5.476 di cui 3.759 nei Paesi Ue. «Il successo in questa nuova fase richiederà ai gestori di considerare le operazioni di M&A come leva strategica di crescita», conclude Oliver Wyman. (riproduzione riservata)