La nostra Nazione è circondata da un mare di incertezze. In primis, di carattere geopolitico. Mentre alcuni intravedono la fine dell’era dell’unipolarismo americano, non si delinea ancora la nascita di un nuovo ordine mondiale basato su valori e regole chiari.
Se l’invasione russa dell’Ucraina ha rimesso in discussione i capisaldi della sicurezza occidentale, i conflitti esplosi di recente in Medio Oriente hanno aggiunto un ulteriore fattore di instabilità, dall’Iran agli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb, fino all’Arabia Saudita, bersaglio degli attacchi terroristici degli Houthi.
Tutto questo si innesta su un quadro internazionale già segnato, da oltre un decennio, dalla competizione globale tra Stati Uniti e Cina. Le tensioni nell’Indo-Pacifico, dove Giappone e Taiwan guardano con crescente apprensione alle mire espansionistiche del Partito Comunista Cinese, avevano infatti già mostrato all’Italia quali rischi si profilassero all’orizzonte.
Questa transizione, che sta gradualmente, ma sempre più evidentemente, sancendo la fine della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi tre decenni, è quindi foriera anche di incertezze dal punto di vista economico e industriale.
Prima di tutto, a causa degli effetti dei conflitti sulle catene di approvvigionamento e sui mercati energetici, che alimentano l’inflazione e costringono le nazioni europee a ridefinire le politiche energetiche comuni. Un percorso non facile, vista la riluttanza di alcuni a rivedere strumenti come il sistema ETS e il Green Deal.
Nati con l’obiettivo condivisibile della decarbonizzazione, questi strumenti impongono alle nostre imprese costi che i concorrenti extraeuropei non pagano, mettendo a rischio interi comparti industriali senza un beneficio proporzionato per il clima e a scapito della sovranità energetica europea.
Le tensioni geopolitiche ed economiche stanno scuotendo sempre di più i nostri vicini: la Spagna non riesce ad approvare un bilancio dal 2023 e si prepara ora a elezioni anticipate; la Francia, indebolita da una lunga crisi politica e da maggioranze fragili, ha chiuso il 2025 con un deficit al 5,1% del pil e un debito pubblico e privato in continua crescita, tanto che per la prima volta dall’introduzione dell’euro, i titoli decennali d’oltralpe rendono più di quelli italiani; la Germania, segnata dalla crisi dei grandi partiti tradizionali, ha visto la produzione dei settori energivori scendere del 17,8% rispetto al 2021 e l’industria automobilistica perdere quasi 50 mila posti di lavoro in un solo anno; il Regno Unito, infine, ha un deficit pubblico al 4,4% del pil e rendimenti decennali oltre il 5,5%, ai massimi dal 2007 e ben al di sopra di quelli dei Btp, oggi al 4,53%.
In questo contesto l’Italia, che i nostri detrattori si sono a lungo compiaciuti di descrivere come il malato d’Europa, si presenta oggi come una certezza, per sé stessa e per i propri partner. A confermarlo è la stessa Commissione Europea nel Rapporto sul meccanismo di allerta 2026, dal quale emerge che, sui 13 indicatori utilizzati per individuare potenziali squilibri macroeconomici, l’Italia supera una sola soglia di criticità, quella relativa al debito pubblico, contro le tre della Germania e le quattro superate da Francia e Spagna.
Un risultato conseguito anche grazie alla storica solidità del sistema economico italiano, che vanta il più basso indebitamento di famiglie e imprese tra le economie del G7 e una ricchezza finanziaria netta delle famiglie pari a 3,7 volte il reddito disponibile, contro una media europea di 2,7. Ma anche grazie all’operato del governo Meloni, che con il taglio del cuneo fiscale, la rimodulazione delle aliquote Irpef, la detassazione dei premi di produttività e i rinnovi contrattuali ha sostenuto il potere d’acquisto delle famiglie italiane, che è tornato a crescere per tre anni consecutivi nonostante l’inflazione galoppante.
Inflazione che certamente ci continua a preoccupare, come dimostrano le iniziative che abbiamo portato avanti per proteggere gli italiani dal caro energia: dalle accise mobili ai tagli temporanei delle accise sui carburanti, dai crediti d’imposta per l’autotrasporto ai contributi straordinari per le bollette delle famiglie più vulnerabili, fino all’avvio del percorso per il ritorno al nucleare. Inflazione che, lungi dall’essere causata dalle nostre politiche, è dovuta alle turbolenze geopolitiche che il nostro governo sta affrontando tramite un’intensa iniziativa diplomatica del Presidente Meloni, che attraverso il dialogo con i principali partner occidentali e i Paesi del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita, lavora per favorire la de-escalation dei conflitti e difendere la libertà di navigazione negli stretti.
Le incertezze che crescono attorno all’Italia non sembrano quindi contagiare la nostra Nazione. Lo dimostrano anzitutto gli inconfutabili dati del mercato del lavoro: dall’insediamento del Governo Meloni i lavoratori a tempo indeterminato sono cresciuti di 1,4 milioni, il tasso di occupazione femminile ha raggiunto il record storico del 54% e la disoccupazione giovanile è scesa dal 23,9% al 20,3%. Una vitalità confermata dai dati sul commercio estero: nel 2025 l’Italia ha superato il Giappone per due trimestri consecutivi, salendo al quarto posto mondiale tra gli esportatori di merci e, secondo l’Unctad, vanta l’export più diversificato tra i Paesi del G7.
È il segno di una forza che non poggia soltanto sui grandi campioni nazionali, ma su un tessuto diffuso di distretti e PMI capaci di competere in una vastissima gamma di prodotti e mercati. Un risultato straordinario che il presidente di Assolombarda, Alvise Biffi, attribuisce anche alla credibilità internazionale del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, decisiva nel favorire accordi globali e nel facilitare le relazioni commerciali delle nostre imprese all'estero.
A sostenere questa capacità produttiva è anche un sistema bancario sempre più solido, che è tornato a finanziare l’economia reale, come dimostra la crescita dei prestiti alle imprese del 4,2% su base annua registrata ad agosto. A questo si aggiunge la rinnovata fiducia degli investitori internazionali nell’Italia, testimoniata dall’indice Ftse Mib di Piazza Affari, che ha superato quota 50 mila punti, più del doppio dei circa 22 mila dell’insediamento del governo Meloni, e dallo spread BTP-Bund, che quest’anno ha toccato i minimi dal 2008.
E tutto questo è avvenuto accompagnando la crescita dell’economia reale con un progressivo risanamento dei conti dello Stato, che ha permesso di ridurre il deficit dall’8,1% del pil nel 2022 al 3,1% nel 2025. Un risultato ancora più significativo se si considera che l’Italia è stata l’unica economia del G7 a chiudere il 2025 in avanzo primario, pari allo 0,8% del pil, registrando quindi entrate superiori alle spese pubbliche al netto degli interessi sul debito. Un percorso di responsabilità il cui valore è stato ampiamente riconosciuto anche dalle principali agenzie internazionali di rating, che nel 2025 hanno tutte migliorato il giudizio sul debito sovrano italiano.
Sono risultati che ci consentono di guardare alle sfide che ci attendono con la consapevolezza non soltanto di quanto abbiamo fatto, ma soprattutto di come lo abbiamo fatto. Perché abbiamo dimostrato che è possibile risanare i conti pubblici, rafforzare la credibilità internazionale dell’Italia e, contemporaneamente, continuare a sostenere chi più ha sofferto le conseguenze delle crisi che si sono susseguite in questi anni.
Non possiamo garantire agli italiani che le guerre finiranno presto, che i mercati energetici torneranno stabili o che o che l’economia mondiale ritroverà il proprio equilibrio. Possiamo però offrire loro una certezza in più su cui contare: la stabilità, l'affidabilità, la serietà e la caparbietà di Giorgia Meloni e della maggioranza che la sostiene, che hanno dimostrato di saper assumere decisioni coraggiose con concretezza, senza rinunciare alla prudenza e all'attenzione verso chi ha più bisogno.
Perché non sempre è possibile scegliere le condizioni nelle quali una Nazione si trova a navigare, ma è responsabilità di chi la governa garantire che, anche nelle acque più agitate, non perda mai la propria rotta.
*Presidente della 6ª Commissione Finanze della Camera dei deputati