Presta attenta cura ai dettagli della tua attività.
Sii puntuale in ogni cosa.
Rifletti bene, poi decidi con fermezza.
Abbi il coraggio di fare il bene; abbi paura di fare il male.
Sopporta le prove con pazienza.
Affronta con coraggio e dignità le battaglie della vita.
Non frequentare la compagnia dei viziosi.
Considera sacra l’integrità.
Non danneggiare la reputazione o l’attività di un altro.
Unisci le tue mani solo a quelle dei virtuosi.
Tieni la mente lontana dai pensieri malvagi.
Non mentire per nessuna ragione.
Frequenta poche persone.
Non cercare mai di apparire ciò che non sei.
Osserva le buone maniere.
Paga prontamente i tuoi debiti.
Non mettere in dubbio la sincerità di un amico.
Rispetta i consigli dei tuoi genitori.
Sacrifica il denaro piuttosto che i tuoi principi.
Non toccare, non assaggiare, non maneggiare bevande inebrianti
Usa il tempo libero per migliorarti.
Non varcare la soglia del male.
Vigila attentamente sulle tue passioni.
Rivolgi a tutti un saluto gentile.
Non cedere allo scoraggiamento.
Lavora con zelo per ciò che è giusto.
Chi ha scritto queste massime o comandamenti che nella versione originale, in inglese, iniziano tutti con le lettere dell’alfabeto in progressione dalla A alla Z?
Potrebbe sorprendere che sia stato un banchiere e per di più un banchiere di religione ebraica. Invece è stato proprio il Barone Rothschild, fondatore della grande dinastia di banchieri francesi e inglesi. E i 26 comandamenti sono appesi, incorniciati, all’interno delle banche Rothschild, ma anche su cartoline che possono essere spedite come qualsiasi altra.
Leggendole non ci vuole molto a capire perché i Rothschild sono tuttora la più importante dinastia di banchieri del mondo. Personalmente ho avuto la fortuna di essere stato socio, per questioni di vino, dei due rami francesi, quello oggi guidato da Eric e David, che oltre alla omonima banca d’affari di Parigi gestiscono anche Chateau Lafite, e quello di Edmond, il cui padre Adolphe si era separato dai cugini della banca d’affari di Parigi per trasferirsi a Ginevra e fondare la banca di gestione dei patrimoni, ribattezzata poi Edmond e Benjamin de Rothschild bank.
Ma ci sono (meglio, c’erano) anche i Rothschild inglesi che a Londra hanno fondato la N M Rothschild & Sons, essenzialmente banca d’affari ma nota anche per la fissazione del prezzo dell’oro e, per molti decenni, anche principali azionisti di The Economist, il più autorevole settimanale e sistema di informazione del mondo. Pochi giorni fa la vedova (terza moglie) di Sir Evelyn de Rothschild, l’americana Lynn Forester de Rothschild, ha deciso di vendere la residua partecipazione del 26,7% in The Economist al miliardario canadese Stephen Smith per 400 milioni di sterline (circa 573 milioni di dollari). In questo modo John Elkann, presidente di Exor, e venditore di tutti i media posseduti in Italia si conferma il maggiore azionista di The Economist con il 43,4%.
Leggendo di queste operazioni si dovrebbe concludere che The Economist è controllato da Elkann e dal nuovo azionista canadese. E se questi sono i numeri dei maggiori azionisti di The Economist, come fa il sistema più elitario e accreditato del mondo dell’informazione a essere un sistema di informazione indipendente? Per la semplice ragione che nessuno nel gruppo The Economist può votare con più del 20%, quindi i due maggiori azionisti al massimo arrivano al 40%. Ma questa non è l’unica condizione che garantisce l’indipendenza delle informazioni di The Economist. A essa contribuiscono i voti plurimi del personale dipendente più altre clausole dello statuto elaborato nel tempo, che dovrebbero rappresentare un esempio, un faro assoluto, per larghissima parte dei media nazionali italiani e internazionali, sempre più spesso strumentalizzati da chi ha potere economico o politico.
The Economist è nato nel 1843. Fondatore James Wilson, che gli ha attribuito immediatamente l’obiettivo di sostenere le idee liberiste per partecipare alla lotta contro l’ignoranza. Un progetto che perdura, garantendo contemporaneamente utili significativi a imprenditori e finanzieri che ne possiedono azioni; i quali, però, non possono condizionarne i contenuti. Ecco perché i comandamenti scritti dal fondatore della dinastia Rothschild hanno favorito comportamenti di correttezza verso The Economist che hanno fatto della famiglia franco inglese Rothschild (salvo alcune pecore nere che non mancano mai in nessuna comunità) una sorta di nobile esempio di poter perseguire ricchezza ma nel rispetto della democrazia.
Per oltre due secoli l’obiettivo di James Wilson è stato rispettato. Teoricamente gli assetti e statuti non possono essere mutati, ma resisterà Elkann a non compiere atti impuri, ora che si è liberato del peso economico de La Stampa, come se il quotidiano torinese non fosse stata parte fondamentale della storia della sua famiglia e dell’Italia che produce, o meglio produceva? Ma La Stampa oggi perde soldi, tanti soldi, e di fronte a essi per il nipote dell’Avvocato non è servito neppure l’esempio che ha davanti con The Economist, e cioè che si può guadagnare anche con i media, anche rispettando l’oggettività e combattendo la faziosità dell’informazione come appunto The Economist, ma non il solo. E tra poco a essere venduta da Elkann toccherà a La Repubblica e gli altri media creati dallo zio Carlo Caracciolo e da Eugenio Scalfari. Molto più semplice vendere in Italia e investire furori dall’Italia.
Per fortuna che ci sono media in Europa come The Economist, che fruttano soldi e non ne succhiano e soprattutto che ci sono banchieri che si impegnano a rispettare i 26 comandamenti del fondatore della famiglia da più anni ai vertici dell’economia e la finanza internazionale. Non è altro che la conferma che solo con trasparenza si può esistere come famiglia Rothschild per due secoli e, c’è da augurarsi, per molto di più.
Quando Angelo Rizzoli mi chiamò a trasformare il settimanale il Mondo, nato come media dell’intelligenza progressista italiana (da Mario Pannunzio a Eugenio Scalfari) e che egli aveva tentato, senza successo, di trasformarsi in newsmagazine per fare concorrenza a Panorama, gli chiesi, come condizione, che si potessero acquisire i diritti per l’Italia di The Economist. Stavo bene a Panorama e pensavo che Rizzoli non ci riuscisse. Invece, la famiglia Rizzoli aveva conti alla Banca Rothschild di Zurigo, già allora azionisti significativi del media di Londra, e mi combinò subito una visita alla sede inglese. Anche solo entrando in quella sede si respirava l’aria di una realtà profondamente liberale, mirante con determinazione al profitto, ma anche, al rispetto della libertà e della correttezza dell’informazione.
A il Mondo applicammo i principi di The Economist e parte dei suoi contenuti migliori ma soprattutto introducemmo lo spirito liberale del miglior settimanale (oggi un sistema globale) della terra. E quando in Rizzoli-Corriere della sera arrivò la P2 ci affrettammo tutti noi della redazione de il Mondo a partire per la nostra avventura autonoma di giornalisti, diventando editori di noi stessi con i media che state leggendo. Una straordinaria avventura con l’esempio di The Economist, e contemporaneamente, come sapete già ma come non mi stancherò mai di scrivere, trovando nella Bocconi, diretta dal Professor Luigi Guatri, lo straordinario appoggio economico e operativo: tanto che il Professor Guatri divenne il primo presidente della casa editrice, inaugurando una storia di presidenze bocconiane che dura tuttora.
Grazie The Economist, grazie Professor Guatri e grazie a tutti coloro che lo hanno seguito da via Sarfatti, a 500 metri dalla nostra sede di via Burigozzo 5.
Solo con una informazione libera e seguendo principi come quelli, almeno auspicati dal fondatore della dinastia Rothschild ci potrà essere una nuova stagione della democrazia. Anche perché è arrivata l’Intelligenza artificiale o AI a proposito della quale il massimo studioso ed esperto non solo italiano, il Professor Mario Rasetti, mi ha scritto la lettera che segue:
«Carissimo Paolo,
con qualche amarezza ho letto proprio su La Stampa di martedì scorso un pezzo intitolato, a caratteri cubitali e a colori “Intelligenza Assassina”. Il mio dispiacere nasce da tre considerazioni. La prima è che è doloroso e preoccupante vedere un quotidiano di quel prestigio (anche se ora venduto dalla famiglia che lo possedeva) allinearsi alla deteriore usanza di ricorrere a un linguaggio che induce paura per attirare l’attenzione del lettore; di qualsiasi cosa si parli.
La seconda è far leva sull’ambiguità, che ormai associa automaticamente la parola ‘intelligenza’ alla parola – non scritta perché non ce n’è più bisogno – meglio, all’aggettivo ‘artificiale’. Evidentemente di intelligenza umana ne circola davvero meno di quanto immaginiamo, se riusciamo a confondere così facilmente cause ed effetti, la finanza con la vita (del Pianeta oltre che dell’homo, l’essere umano). Q
ui il tentativo sembra essere quello di trasferire la responsabilità etica di eventi orrendi alla macchina che li esegue e non alla politica che li decide. Già - e qui vengo alla mia ultima considerazione - una posizione che così denuncia una incomprensione profonda di che cosa l’intelligenza artificiale sia.
Mi hai sentito dire mille volte (è la mia battuta preferita) che l’IA ha il nome sbagliato. Lo ha perché si riferisce a una cosa, l’intelligenza, di cui sappiamo così poco da non avere neppure un modo serio di misurarla. E mi hai anche sentito affermare che quella che noi definiamo una macchina intelligente, perché svolge funzioni simili a quelli che noi svolgiamo con la testa, viene addestrata a fare quelle cose e non altre; insomma, non decide da sola.
E chi l’addestra sono uomini: crudeli e irresponsabili che per denaro e potere mettono in gioco le vite di migliaia e migliaia di altri esseri umani. Sono loro gli assassini, non una macchina a cui hai chiesto di andare a distruggere un edificio rettangolare in cui un’altra macchina ti ha detto che dentro ci sono i capi politici, tutti, di un Paese; e la macchina lo ha fatto con grande precisione e potenza. E se nella necessaria fase di addestramento, fra gli edifici rettangolari ha avuto la sfortuna di trovarne uno che era una scuola per bambine, non può comportare la condanna.
In un Paese in fermento di crescita morale, politica, forse anche democratica, quelle oltre 160 scolare forse avrebbero avuto più importanza della morte di politici vetusti che per decenni quella crescita l’ha frenata; chissà.
Ma questi sono effetti collaterali per gli assassini (sai sicuramente che l’origine etimologica di questa parola, Hashishiyyin, significa “uomini dediti al hashish”, nel nostro linguaggio moderno drogati?), nella loro caccia frenetica a più potere (con magari addirittura un Premio Nobel che la ripulisca e la nobiliti) e a tanto tanto tanto più denaro. Quanto alla macchina, ha avuto una ‘allucinazione’, ma lei è perdonata. Passiamo al prossimo scoop.
Scusami per questo sfogo; l’amicizia è anche solo sapere di aver qualcuno che ascolti e condivida.
Un abbraccio, Mario».
Non è la prima volta che il Professor Rasetti avvisa sui pericoli di manipolazione che sul tema AI vengono regolarmente messi in atto. E fa bene perché il reale pericolo è che la AI possa e venga appunto usata per sostituire gli esseri umani, il che è impossibile in assoluto se ne comprendono realmente e se ne diffondono le caratteristiche.
Anche il puntamento per le bombe su Gaza viene imputato all’Intelligenza artificiale, Mentre è l’uomo che compie le azioni. Anche se grazie all’Intelligenza artificiale generativa e non solo, oggi è possibile fare, molto e in fretta, e se ciò avviene per azioni criminose non può esserne responsabile la macchina.
E i nostri lettori lo sanno bene se sono anche utilizzatori di MFGpt, la intelligenza artificiale generativa di Class Editori, la prima e per ora l’unica in Italia, che è stata costruita per mettere a disposizione di chi la vuole usare le informazioni e le relative connessioni sui collegamenti fra gli uomini e le aziende dei settori in cui Class Editori opera da 40 anni: fra i poteri forti e deboli; fra i mondi che appaiono in preda al delirio di politici folli e che stanno dimenticando i principi fondamentali della convivenza pacifica, in nome di guerre che non possono che generare altre guerre.
Per questo, provate a chiedere, se volete, a MFGpt quanta responsabilità hanno Donald Trump e Benjamin Netanyahu della guerra contro l’Iran e quanta se ne può attribuire all’AI il cui uso è pur rilevante in questa guerra e ormai in tutte quelle in atto e quelle future. (riproduzione riservata)