I cinque falsi miti delle borse europee. Ecco quali sono
I cinque falsi miti delle borse europee. Ecco quali sono
Dagli utili delle società europee che non crescono abbastanza a Wall Street che sale più dei listini del Vecchio Continente fino al freno della concorrenza cinese: Goldman Sachs smentisce i falsi miti

di di Ester Corvi 13/08/2026 20:40

Ftse Mib
53.693,27 23.50.48

-0,01%

Dax 30
26.299,74 23.50.48

-0,12%

Dow Jones
53.839,99 2.52.32

+0,13%

Nasdaq
26.803,03 23.50.48

+0,81%

Euro/Dollaro
1,1538 2.31.00

+0,06%

Spread
77,53 17.28.23

+0,13

I miti sono fatti per essere confutati. In questo caso, non sulla base di astrazioni, ma di numeri e confronti. È quello che hanno fatto gli strategist di Goldmans Sachs, che hanno analizzato performance delle borse europee, tassi di crescita del pil e apertura ai mercati esteri, per sfatare alcune tesi della narrazione prevalente. In particolare i miti sui quali gli esperti della banca d’affari americana si sono concentrati possono essere sintetizzati in cinque punti. Eccoli in dettaglio.

L’Europa non cresce

L’assunto secondo cui l'Europa sta faticando a generare crescita degli utili è, a parere degli analisi di Goldman Sachs, sempre più in contrasto con i dati. Nel primo semestre gli utili per azione (eps, earning per share) delle aziende del Vecchio continente sono aumentati del 14% su base annua. Si tratta del ritmo più sostenuto dell’ultimo triennio, nonostante un quadro macroeconomico decisamente complicato, a causa della guerra in Medio Oriente, della chiusura dello Stretto di Hormuz e del conseguente shock dell'offerta energetica, che storicamente è considerato un ostacolo per gli utili europei. Ma così non è stato, tanto che gli specialisti dell’investment bank Usa hanno rivisto al rialzo le loro previsioni 2026 sugli eps per i titoli che compongono l’indice Stoxx Europe dal 10% al 15%, grazie alla capacità di resilienza dimostrata dalle aziende.

I titoli legati alle materie, con in testa i petroliferi, hanno contribuito in modo significativo all’andamento positivo, ma anche escludendoli l’incremento medio dell’utile per azione si attesta intorno a un soddisfacente +7%. Si tratta di un dato superiore alla performance dell'Europa nel ciclo pre-pandemico, quando gli utili erano deboli o stagnanti, la regolamentazione ostacolava la performance di diversi settori (banche, tlc, utility) e i bassi tassi di interesse rallentavano i profitti del settore finanziario. Questo nuovo ciclo, che Goldman Sachs definisce «postmoderno», con tassi di interesse e inflazione più elevati e una maggiore enfasi su infrastrutture, sicurezza energetica e investimenti in intelligenza artificiale, tende invece a favorire l'Europa.

Le borse europee fanno sempre peggio di Wall Street.

Se è vero che la performance a lungo termine delle borse europee e degli utili per azione (eps), soprattutto nel decennio successivo alla crisi finanziaria globale, è stata considerevolmente inferiore a quella degli Stati Uniti, negli ultimi anni, e in particolare dopo la pandemia, l’andamento è stato molto più altalenante di quanto la narrazione del mercato o la maggior parte degli investitori si rendano conto. Dal 2022 le banche europee hanno infatti realizzato una performance decisamente superiore ai Magnifici 7 (si veda il grafico in questa pagina). Un aspetto che trova conferma anche prendendo a riferimento il Nasdaq che negli ultimi cinque anni è cresciuto dell’80%, meno l’indice Stoxx Europe 600 che ha realizzato un rally superiore al 200%. Guardando ai singoli mercati, nello stesso lasso di tempo, il Ftse Mib è più che raddoppiato e il Dax di Francoforte è salito del 65% contro il 51% del Dow Jones. Inoltre, dall'inizio del 2025, nonostante la crisi energetica, l'indice Stoxx Europe ha sovraperformato l'S&P 500.

Le ragioni? L'elevata valutazione del mercato statunitense, i tassi di interesse più alti (che hanno colpito i titoli tech Usa, ma hanno aiutato le banche europee), il forte aumento degli investimenti da parte degli hyperscaler e lo spostamento dell'attenzione verso i titoli delle old economy, ben presenti in Europa. Inoltre, i titoli azionari europei sono stati sostenuti dal forte aumento della spesa pubblica in Germania e l'assenza di grandi shock politici in Europa ha contribuito a garantire una diminuzione del premio per il rischio.

La concorrenza cinese è un ostacolo insormontabile

Le esportazioni cinesi verso l'Europa stanno crescendo a doppia cifra. Non c'è dubbio che questa situazione stia colpendo duramente il settore manifatturiero tedesco e comparti come l’automobilistico e il chimico. In molti casi, le aziende cinesi beneficiano di sussidi statali e, mentre Donald Trump ha imposto dazi su una quota consistente delle importazioni cinesi, finora l'Europa è stata meno aggressiva. Ma, nonostante tutto ciò, le azioni europee hanno registrato una buona performance (Stoxx Europe 600 in rialzo del 20,4% a 12 mesi e del 38,6% in cinque anni) e gli investitori stanno sottovalutando quanto è cambiata la composizione degli indici borsistici, rendendo meno vulnerabile una quota della capitalizzazione di mercato.

La maggior parte dei settori non è infatti molto esposta alla spinta al ribasso dei prezzi da parte della produzione cinese: tra cui finanza, energia, servizi alle imprese, media, viaggi e tempo libero, prodotti farmaceutici e settori nazionali come immobiliare, tlc e utility. I titoli automobilistici rappresentano attualmente soltanto l'1% della capitalizzazione di mercato europea. Per fare un confronto, il solo settore dell'hardware tecnologico è tre volte più grande. In particolare, se in Germania l'industria dell’auto è fondamentale per l'economia del Paese (contribuisce direttamente per il 4% al valore aggiunto totale), nell’indice Dax della borsa di Francoforte, il settore automobilistico è sceso al 6% della market cap, mentre quello assicurativo vale il doppio.

Nessuno sta comprando in Europa

Le azioni europee stanno registrando i migliori afflussi degli ultimi dieci anni, escluso il 2021, trainati quasi interamente dagli investitori stranieri. Per quale motivo? Secondo gli strategist di Goldman Sachs, questo fatto è legato in gran parte al desiderio di diversificazione, data l'alta esposizione agli Stati Uniti e al dollaro, le valutazioni elevate di Wall Street e la concentrazione della capitalizzazione delle borse Usa su un numero limitato di titoli.

Questo non significa che gli investitori a livello globale stiano vendendo gli Stati Uniti; i flussi verso gli Stati Uniti e l'Asia sono stati robusti, più forti di quelli verso l'Europa, sostenuti da un enorme interesse da parte degli investitori retail, cosa che l'Europa non ha. Piuttosto, anche l'Europa sta beneficiando di questi afflussi. Oltre a ciò, il settore corporate è diventato un importante acquirente in Europa in due modi: tramite i riacquisti di azioni proprie (soprattutto nel settore bancario ed energetico) e attività di fusione e acquisizione (m&a) che hanno registrato una forte crescita sia da parte di acquirenti nazionali che globali, supportando anche le società a piccola e media capitalizzazione europee.

L'aumento dei prezzi dell'energia è negativo per i profitti delle aziende europee

 Bisogna partire da un presupposto: c’è differenza tra l'economia e il mercato azionario europeo, che è esposto a livello internazionale per oltre il 50%. Per la maggior parte dei Paesi del Vecchio continente, l'aumento dei prezzi dell'energia frena fortemente la crescita, data l'elevata dipendenza da fonti energetiche esterne. Per quanto riguarda invece le azioni, fanno notare gli analisti di Goldman Sachs, esiste una correlazione positiva tra utili per azione (eps) e prezzi dell'energia. Ciò è dovuto alla forte presenza di titoli energetici e legati alle materie prime, ma anche al fatto che altri settori come le utility e la chimica possono beneficiare della combinazione di inflazione e tassi di interesse più elevati. Per molti altri comparti, l'impatto dell'aumento dei prezzi dell'energia è marginale o prossimo allo zero, come ad esempio le telecomunicazioni, i media e la sanità.

Gli unici settori chiaramente penalizzati sono quelli dei beni di consumo discrezionali, a causa del calo del potere d’acquisto. Non bisogna però dimenticare che, se l'aumento dei prezzi dell'energia dovesse persistere e iniziare a frenare la domanda, l'impatto sulle aziende si estenderebbe a tutti gli altri settori. La capacità di trasferire i costi più elevati nella seconda metà del 2026 sarà cruciale, soprattutto nei comparti dei beni di consumo, come dimostra l’esperienza del passato. In seguito all'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia e alla riduzione dei flussi di gas verso l'Europa, l'utile per azione delle azioni europee è stato rivisto al rialzo nel 2022, ma successivamente è diminuito nel 2023 a causa del rallentamento della crescita e della maggiore difficoltà per le aziende di trasferire sui prezzi i costi delle materie prime più elevati, con conseguente riduzione dei margini reddituali. (riproduzione riservata)