Se alla fine del 2025 si fosse chiesto a qualsiasi gestore o consulente finanziario quale asset class sarebbe stata centrale nei portafogli nei dodici mesi successivi, in ben pochi avrebbero indicato come prima scelta l’obbligazionario governativo. Con l’inflazione sotto controllo, la traiettoria della Bce ormai da tempo avviata verso una postura espansiva, e gli spread dei Paesi periferici (Italia in primis) in contrazione, i titoli di Stato sembravano destinati a tornare al loro storico ruolo: stabilizzatori della volatilità, con rendimenti bassi e, sulle scadenze più corte, una forma di deposito della liquidità.
Lo scoppio del conflitto in Medio Oriente a la minaccia di una nuova fiammata inflazionistica provocata dai prezzi del petrolio hanno tuttavia sparigliato le carte in tavola. Provocando una serie di vendite nel mondo obbligazionario che hanno evocato i fantasmi del crollo a doppia cifra del 2022, successivo alla crisi energetica innescata dall’invasione dell’Ucraina e dalla maxi-stretta monetaria della Bce.
Due indicatori sono sotto costante osservazione da parte dei desk operativi. Il primo è chiaramente lo spread: il differenziale tra Btp decennale e l’omologo tedesco, dopo la discesa sotto i 60 punti base di fine gennaio, si è impennato dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente fin sopra i 100 punti, poi è sceso di nuovo sotto 90, per poi risalire ancora una volta verso quota 100 in chiusura di settimana. Il che denota un nervosismo marcato, espresso dalla forte volatilità dell’indicatore.
Il secondo elemento sotto osservazione è la curva dei titoli di Stato. Anch’essa molto irrequieta, alla lettura di venerdì 27 marzo vedeva il decennale sopra il 4% dal 3,3% dello scorso mese, il cinque anni sopra il 3,4% (era al 2,6% un mese fa), il ventennale vicino al 4,6% (dal 3,9% di fine febbraio). Un deprezzamento importante - quando il prezzo dei bond scende, il rendimento sale e viceversa - che non farà certo piacere a chi aveva già in portafoglio i titoli. Ma che può rappresentare, al contrario, un buon punto d’ingresso sul mercato secondario.
Ne sono convinti anche Tiffany Wilding, economista, e Andrew Balls, global cio fixed income di Pimco, che hanno revisionato il Cyclical Outlook dal colosso dell’asset management - specializzato proprio in investimenti obbligazionari - invitando gli investitori a focalizzarsi sul «reddito fisso pubblico di alta qualità, che offre rendimenti simili (al private credit, ndr) ed è più liquido e trasparente».
I due esperti fanno anche un interessante parallelismo con il 2022: in quell’occasione i tassi dei bond erano praticamente a zero, e chi li avesse comprati all’inizio del conflitto in Ucraina (prima cioè degli interventi delle banche centrali) si sarebbe trovato con rendimenti reali nulli. Oggi invece, sottolineano Wilding e Balls, «i rendimenti iniziali sono molto più elevati rispetto al 2022, offrendo un margine di protezione anche contro scenari inflazionistici estremi».
Il Btp, in particolare, ha subìto una correzione molto marcata nelle ultime settimane. Figlia, secondo il cio di Vontobel Wm Sim, Gianni Piazzoli, di una «maggiore vulnerabilità italiana legata alla dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas, che espone il Paese a shock sui prezzi energetici.» A questo si aggiunge, secondo il money manager, «un fattore tecnico: su un mercato di titoli di Stato pari a oltre 2.600 miliardi, l’ammontare di governativi italiani detenuti da investitori esteri, per lo più istituzionali, è cresciuto nel 2025 di un centinaio di miliardi».
Se da un lato quindi l’Italia può ringraziare per il contributo estero al finanziamento del debito pubblico, «dall’altro è presumibile che, in fasi di avversione al rischio, questa componente possa amplificare deflussi e volatilità», specifica il responsabile degli investimenti, che vede comunque «fondamentali italiani, pur sotto pressione, coerenti con un quadro di stabilizzazione del debito nel medio periodo».
Come si può orientare oggi un investitore che volesse catturare il ritorno di rendimenti interessanti? La tabella in fondo elaborata da Skipper Informatica (con dati aggiornati al 25 marzo) mostra una selezione di Btp e una di altri titoli di Stato in euro (al massimo tre per ogni Paese) ordinati per rendimento a scadenza lordo. Nella selezione sono stati inclusi i titoli con scadenza intermedia (cinque-sette anni) per un motivo preciso: sono proprio quelli a cui i consulenti finanziari guardano con più attenzione, nella fase attuale, per la costruzione dei portafogli. Hanno infatti una scadenza sufficientemente lunga, ma non eccessiva, per captare rendimenti interessanti. L’obiettivo? Non incappare in ribassi troppo marcati del prezzo in caso di stretta monetaria della Bce sui tassi.
Tra i Btp presi in esame quasi tutti i titoli hanno un rendimento netto a scadenza superiore al 3%, frutto di un ribasso dei prezzi che, da inizio anno a questa parte, è stato in media dell’1,52%. È interessante notare come la correzione delle ultime settimane abbia spinto molti titoli a prezzare sotto la pari: un’occasione anche per evitare di doversi accollare minusvalenze al momento del rimborso.
Spostandosi invece ai titoli di Stato esteri, i rendimenti più elevati (come spesso accade da un po’ di tempo a questa parte) si trovano nei titoli dell’Europa dell’Est in euro: come quelli di Romania, Ungheria e Polonia. Che peraltro hanno subìto in media, negli ultimi tre mesi, correzioni meno marcate rispetto ai Btp tricolore.
L’unico Paese dell’Eurozona a comparire in tabella è la Francia: gli Oat, da tempo alle prese con un periodo complesso per i conti pubblici di Parigi, arrivano a rendere anch’essi fino al 3% netto. Ma anche in questo caso il calo dei prezzi è stato meno pronunciato rispetto ai titoli sovrani di Roma. E infatti lo spread tra Oat e Bund si aggira intorno ai 75 punti base, oltre 20 in meno rispetto a quello del Btp.
Infine, in un’ottica di diversificazione degli emittenti, è possibile optare anche per gli Etf obbligazionari sui titoli dell’Eurozona. Prendendo come riferimento il più grande di essi, iShares Core Euro Government Bond a distribuzione (in cui l’Italia pesa circa il 17%) si nota come nell’ultimo mese il prezzo sia sceso di quasi il 3% (e più o meno dell’1% da inizio 2026), ma il rendimento da cedola attuale sia salito dal 2,26% dello scorso anno al 2,52% attuale.
Una buona notizia per le rendite passive del portafoglio. Un po’ meno però per il capitale investito. Ma chi volesse entrare ora potrebbe tentare un ingresso sui ribassi, catturando anche in questo caso un po’ di rendimento in più. (riproduzione riservata)