A due mesi esatti dallo scoppio della crisi di Hormuz, Iran e Usa cercano ancora una volta un’intesa per una tregua. Ma intanto, la ricorrenza dei 60 giorni da quel 28 febbraio 2026, spinge a fare i conti con i veri numeri del blocco dello Stretto e con un risvolto meno battuto: lo snodo più critico del sistema energetico globale si trova nella stessa area geografica dove sono concentrate le principali riserve di sicurezza. Ed è da qui che parte l’analisi di Marco Tonegutti, managing director e senior partner di Boston Consulting Group. «Hormuz è il collo di bottiglia del mondo energetico. Venti milioni di barili al giorno, di cui circa 15 di greggio e 5 di prodotti raffinati. L’89% finisce in Asia e Oceania, il 4% in Europa, il 3% in Nord America.», premette con MF-Milano Finanza.
Il punto, però, non è solo dove vanno i flussi. «Spesso si commette l’errore di dire che non ci riguarda perché quei carichi non sono destinati a noi. Ma se non arrivano in Asia, quei paesi devono rifornirsi altrove, creando pressione sulla domanda globale». Il caso India è emblematico: «Non ha grandi risorse upstream ma una grande capacità di raffinazione. Se manca il greggio, non esporta più prodotti anche verso l’Europa».
Il nodo emerge guardando alla capacità di risposta del sistema. «Abbiamo stimato circa 4,2 milioni di barili al giorno di produzione upstream attivabili rapidamente. Ma di questi, 3,3 milioni sono nel Golfo: 1,8 in Arabia Saudita, 0,7 negli Emirati, 0,5 in Iraq.» In altre parole, la riserva che dovrebbe stabilizzare il mercato è concentrata nella stessa area oggi sotto pressione. «La produzione americana è già tutta al massimo. E le altre geografie sono residuali o problematiche».
Nemmeno le nuove produzioni possono offrire soluzioni rapide: «Anche con il fast track servono almeno due anni per sviluppare risorse già esistenti, È fisicamente impossibile fare prima»
Sul fronte infrastrutturale, il quadro resta incompleto. «I governi tengono un certo riserbo, ma alcuni elementi sono chiari», precisa Tonegutti, facendo la conta dei danni. A Ras Laffan, in Qatar (qui perché l’Italia è più esposta), «ci sono treni di liquefazione danneggiati e ripararli può richiedere anni». Negli Emirati la raffineria di Ruwais «è danneggiata quanto non lo sa nessuno». In Bahrain «la raffineria è stata colpita e la produzione di alluminio è ferma», mentre Ras Tanura «ha chiuso più per precauzione». L’Arabia Saudita resta più resiliente anche grazie alla pipeline East-West, che «pur con una riduzione della capacità riesce a garantire circa 5 milioni di barili al giorno».
Gli scenari elaborati da Bcg combinano durata del conflitto, blocco dello stretto e danni alle infrastrutture. In uno scenario intermedio, «lo sbilancimento può arrivare a 7 milioni di barili, con uno shortfall residuo di circa 2 milioni». In quello più estremo, «la disruption può salire fino a 6 milioni di barili su una domanda globale di poco superiore ai 100 milioni: uno scenario che porterebbe a una recessione generalizzata».
Più che il greggio, però, è la raffinazione il vero termometro della tensione. «I margini sono esplosi a livelli mai visti. Il crack spread del diesel è passato da 25-30 a 150 dollari al barile, il jet fuel ha fatto più 350% di margine, la benzina è salita meno «perché le raffinerie medio-orientali e asiatiche sono orientate ai distillati», sottolinea Tonegutti, sottolineando che gli effetti si trasferiscono lungo la filiera e «chi ha fatto hedging non è coperto al 100%.» Un esempio concreto arriva non solo dalle compagnie aeree ma anche dai maggiori tour operator: un preventivo base per quattro persone su una destinazione di lungo raggio si appesantisce di circa 400 euro di «costo carburante per crisi mediorientale» al momento di pagare (ed ecco quanto ci costerà volare nell’estate 2026): «sta avvenendo in maniera un po’ nascosta», osserva Tonegutti, «perché poi pubblicizzano il carburante bloccato e chi sta per mettersi in viaggio pensa di non avere sovraccosti».
Sul gas, l’impatto è più contenuto ma visibile. «Il Ttf è cresciuto, e in Italia questo si riflette sul prezzo dell’elettricità, perché il Pun è determinato per larga parte dal gas». Il confronto con la Francia resta sfavorevole perché «lì il nucleare riduce l’effetto marginale». Le alternative restano lente. «Non è che si raddoppia la capacità di un gasdotto in pochi mesi», osserva Tonegutti, facendo l’esempio del Tap-Tanap. «L’Azerbajan potrebbe fornire un pò di gas aggiuntivo ma molto probabilmente in quantità non sufficiente per coprire il gap causato dal conflitto», spiega.
Una possibile via è una pipeline transcaspica dal Turkmenistan che porti il gas prima in Azerbajan e poi in Europa «ma gli ostacoli sono più politici che tecnici».In questo contesto, le aziende devono muoversi su tre direttrici: «gestire la liquidità, massimizzare la capacità e diversificare fornitura e logistica», ma con una consapevolezza nuova: la vera fragilità non è solo il passaggio di Hormuz, ma il fatto che anche le potenzialità di emergenza del sistema dipendono da quell’area.(riproduzione riservata)