08:16 Attacco con droni ad aeroporto Dubai, voli bloccati per diverse ore, poi ripresa graduale
7:30 Libano: Israele annuncia operazioni di terra nel sud del Paese
Il conflitto in Medio Oriente raggiunge il suo sedicesimo giorno.
La giornata di ieri, domenica 15 marzo, è stata segnata da un grave incidente che ha coinvolto direttamente il contingente italiano. Dopo l’attacco subito nelle settimane scorse a Erbil, in Iraq, un nuovo obiettivo controllato dalle nostre forze armate è finito nel mirino delle milizie filoiraniane. Un drone è riuscito a eludere lo scudo della contraerea in Kuwait colpendo un hangar militare. L’esplosione ha causato la distruzione totale di un MQ-9 Reaper (Predator-B) dell'Aeronautica Militare italiana. Sebbene non si siano registrate vittime tra il personale, la perdita dell’assetto tecnologico rappresenta un colpo durissimo alla capacità di monitoraggio dell’area. Le milizie operanti nella regione hanno rivendicato l’azione come risposta al supporto logistico fornito alle operazioni alleate.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato dalla Casa Bianca che potrebbe distruggere gli impianti petroliferi dell’Iran «con una sola parola», ma di non volerlo fare per lasciare spazio a una futura ricostruzione del Paese, pur avvertendo che la situazione potrebbe cambiare. «Come sapete abbiamo attaccato l’isola di Karg, abbiamo distrutto praticamente tutto, a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti», ha precisato nel corso di una conferenza stampa ribadendo che «basta una parola, cinque minuti di preavviso e sparirà tutto».
Il tycoon ha affermato, poi, che la campagna militare americana contro Teheran continua «a pieno ritmo» e che il regime iraniano sarebbe ormai «distrutto». Secondo il presidente, le forze statunitensi hanno colpito oltre 7mila obiettivi nel Paese e decimato le difese antiaeree iraniane, mentre a Teheran resterebbero pochi missili. Trump ha inoltre accusato l’Iran di usare lo Stretto di Hormuz come un’arma e ha invitato nuovamente i Paesi che dipendono da questa rotta commerciale a sostenere gli Stati Uniti. «Incoraggiamo fortemente le altre nazioni le cui economie dipendono da questo passaggio molto più della nostra. Noi otteniamo meno dell’1% del nostro petrolio da questo passaggio. Alcuni Paesi, invece, ne ricevono molto di più», ha detto Trump, «il Giappone ne riceve il 95%, la Cina il 90%, molti Paesi europei ne ricevono parecchio. La Corea del Sud ne riceve il 35%. Quindi vogliamo che vengano ad aiutarci con lo Stretto: noi lo abbiamo messo in ottime condizioni».
«La guerra finirà presto». Lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annunciando su Truth Social che oggi terrà una conferenza stampa alle 11:45 ora di Washington, le 16:45 in Italia. Parlando con la Pbs, Trump ha assicurato che «il prezzo del petrolio cadrà come un masso, una volta che sarà tutto finito» anche se «l’Iran non è pronto a un accordo».
Gli Stati Uniti stanno consentendo il transito delle petroliere iraniane attraverso lo Stretto di Hormuz. Lo ha affermato in un’intervista alla Cnbc il Segretario del Tesoro Scott Bessent. «Le navi iraniane hanno già iniziato a partire e noi lo abbiamo permesso per rifornire il resto del mondo», ha detto Bessent, che si trova in Francia per colloqui commerciali con la Cina. «Riteniamo che ci sarà un’apertura naturale da parte degli iraniani, e per ora ci va bene. Vogliamo che il mondo sia ben rifornito», ha aggiunto Bessent, secondo cui l’amministrazione Trump ritiene che il traffico di petroliere attraverso lo Stretto aumenterà prima che la Marina statunitense e le forze alleate inizino a scortare le navi commerciali. Ha aggiunto che le petroliere che riforniscono l’India hanno già attraversato lo Stretto. Gli Stati Uniti credono inoltre che alcune navi cinesi riescano a uscire dal Golfo.
Secondo un servizio di monitoraggio navale una prima petroliera che trasportava petrolio non iraniano ha attraversato lo Stretto di Hormuz. La petroliera Karachi, battente bandiera pakistana e carica di greggio proveniente da Abu Dhabi, ha attraversato lo stretto domenica 15 marzo, secondo i dati di MarineTraffic.La petroliera sta ora navigando nel Golfo di Oman.
L’Unione Europea valuta l’ipotesi di un’iniziativa internazionale per garantire il passaggio di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz, ispirata all’accordo che durante la guerra in Ucraina ha consentito l’esportazione di grano dal Mar Nero. A dirlo è stata l’Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas, spiegando di aver discusso l’idea con il segretario generale dell’Onu António Guterres. «Ho parlato con Antonio Guterres della possibilità di avere un’iniziativa simile a quella del Mar Nero», ha dichiarato Kallas prima della riunione dei ministri degli Esteri Ue che si tiene oggi, 16 marzo, a Bruxelles. Anche l’Alta rappresentante Ue ha ribadito che lo Stretto di Hormuz è fuori dall’area di intervento Nato: «Siamo stati in contatto con la Nato in precedenza, ma questo è davvero al di fuori dell’area di intervento della Nato. Per questo abbiamo l’operazione Aspides, e ci sono Stati membri disposti a contribuire, sia nella coalizione dei volenterosi sia nell’operazione stessa, ma si tratta di un’area al di fuori dei territori della Nato. Non ci sono paesi Nato nello Stretto di Hormuz».
Anche il premier britannico Keir Starmer ha chiarito che l’iniziativa per ripristinare la navigazione nello Stretto di Hormuz non è una missione della Nato. Il Regno Unito sta lavorando a un piano con partner del Golfo, europei e Stati Uniti, con l’obiettivo di riaprire in modo sostenibile il passaggio marittimo.
Starmer ha sottolineato che Londra intende proteggere i propri cittadini nella regione e difendere gli alleati, ma senza farsi trascinare nella guerra. Il premier ha aggiunto di aver discusso della questione con il presidente statunitense Donald Trump, precisando però che non è stata ancora presa alcuna decisione definitiva sul piano.
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha affermato che la Nato non ha al momento alcuna competenza diretta sullo Stretto di Hormuz e che non risulta sia stata presa un’eventuale decisione dell’Alleanza in tal senso. Arrivando al Consiglio Esteri dell’Ue, Wadephul ha commentato le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che aveva chiesto un coinvolgimento della Nato nell’area. Il ministro ha spiegato che, se una richiesta formale venisse avanzata, gli organi dell’Alleanza la esaminerebbero. Ha comunque sottolineato che la libertà della navigazione marittima è un interesse condiviso, citando come esempio la missione europea Aspides nel Mar Rosso, e ha aggiunto che la questione dello Stretto di Hormuz sarà discussa anche nel vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue.
La Cina ha dichiarato di essere in contatto con tutte le parti coinvolte nella crisi nello Stretto di Hormuz e di lavorare per favorire una de-escalation della tensione.
Il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha risposto così alla richiesta del presidente statunitense Donald Trump di contribuire alla sicurezza della rotta marittima strategica. Pechino, ha spiegato, è impegnata a promuovere il dialogo e a «raffreddare la situazione», mantenendo contatti diplomatici con tutti gli attori coinvolti nella crisi.
L’esercito israeliano ha annunciato l’avvio di una nuova ondata di attacchi contro infrastrutture iraniane in diverse città del paese. In una nota, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno riferito di aver iniziato «una vasta ondata di attacchi» contro infrastrutture del regime iraniano nelle città di Teheran, Shiraz e Tabriz.
Il presidente Donald Trump rompe gli indugi, delineando una nuova dottrina di politica estera basata sulla reciprocità immediata e sulla protezione delle rotte commerciali strategiche. Le sue ultime dichiarazioni, rilasciate tra interviste internazionali e briefing improvvisati a bordo dell’Air Force One, segnano un cambio di passo che mette sotto pressione non solo gli alleati storici della Nato, ma anche le potenze asiatiche, Cina in testa.
Il cuore della strategia presidenziale ruota attorno allo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale attraverso cui transita una fetta cruciale del greggio mondiale. Per Trump, la sicurezza di questo passaggio non può più gravare esclusivamente sulle spalle degli Stati Uniti. In un’intervista al Financial Times, il presidente è stato categorico, definendo «solo opportuno» che le nazioni le quali beneficiano direttamente del flusso energetico dallo Stretto contribuiscano attivamente alla sua protezione e riapertura. L’avvertimento è chiaro: l’era della protezione unilaterale americana è finita. Se le rotte sono globali, tale deve essere anche l’onere della loro difesa.
A Dubai, un attacco condotto con droni nelle prime ore di lunedì 16 marzo, ha colpito un deposito di carburante nei pressi dell’aeroporto internazionale. L’incendio, sebbene circoscritto dai vigili del fuoco, ha costretto la compagnia Emirates alla sospensione totale dei voli. «Le nostre difese aeree stanno attualmente rispondendo alle minacce missilistiche e dei droni provenienti dall'Iran», ha comunicato ufficialmente il Ministero su X. Contemporaneamente, l’Arabia Saudita sta affrontando un attacco di saturazione di portata mai così estesa. Dalla mezzanotte le batterie saudite hanno abbattuto un totale di 61 droni diretti verso le infrastrutture petrolifere e le città della provincia orientale. Dall’inizio del conflitto il 28 febbraio, si contano oltre 2mila attacchi contro basi americane, porti e residenze civili nel Golfo.
Mentre il Golfo brucia, il fronte nord non concede tregua. Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato l’avvio di operazioni terrestri nel sud del Libano da parte della 91ma brigata dell'Esercito, con l’obiettivo di ampliare la “zona di difesa avanzata” lungo il confine. Secondo le forze armate israeliane l'operazione - iniziata già nei giorni scorsi - mira a distruggere infrastrutture del movimento Hezbollah, eliminare minacce e rafforzare la sicurezza delle comunità israeliane nell’area di frontiera.
Durante la notte di lunedì 16 marzo, inoltre, violenti raid aerei israeliani hanno colpito i sobborghi meridionali di Beirut, distruggendo diversi centri di comando di Hezbollah. L'agenzia Nna ha riportato bombardamenti a tappeto anche in tutto il Libano meridionale e nella Valle della Beqaa. Nella giornata del 15 marzo le Nazioni Unite hanno denunciato: una pattuglia dei caschi blu è stata bersagliata da colpi d'arma da fuoco provenienti da gruppi armati non identificati. Hezbollah, dal canto suo, ha dichiarato di aver condotto 25 attacchi contro Israele nella giornata del 15 marzo e altri 5 nelle prime ore del 16 marzo. Il Ministero della Salute libanese ha aggiornato il bilancio a 850 morti totali.
L'esercito israeliano ha annunciato nelle prime ore del mattino l’avvio di una campagna di attacchi su larga scala contro Teheran. L’esercito «ha lanciato una campagna di attacchi su larga scala mirata alle infrastrutture del regime terroristico iraniano a Teheran», si legge su Telegram. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno denunciato che i caccia israeliani hanno preso di mira l’aeroporto di Mehrabad, lo scalo principale della città, ora parzialmente fuori uso. (riproduzione riservata)