La guerra in Iran continua a stravolgere lo scenario delle materie prime. Il blocco dello Stretto di Hormuz, scattato dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran il 28 febbraio scorso, ha congelato flussi di petrolio e gas naturale liquefatto pari a circa il 20% della domanda mondiale, innescando uno shock energetico senza precedenti. Il Medio Oriente in fiamme lancia il petrolio verso un ulteriore scatto in avanti e spinge il gas europeo ai massimi, mentre oro e argento tradiscono la funzione di bene rifugio. È quanto emerge dall’ultimo Focus Commodity di Intesa Sanpaolo, firmato dall’economista Daniela Corsini.
Nello scenario base, in cui Hormuz resta bloccato fino a metà maggio, il mercato mondiale del greggio potrebbe accusare un deficit di circa 3 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre 2026, parzialmente compensato da un rimbalzo dell’offerta nella seconda metà dell’anno. La media annua del Brent si attesterebbe attorno ai 90 dollari, per poi scendere rapidamente verso i 70 dollari a fine anno, man mano che i flussi si normalizzano. «Tuttavia», osserva Corsini, «i rischi geopolitici e la gravità dell’ammanco di offerta che si registrerà nel secondo trimestre dovrebbero comunque spingere il Brent verso nuovi record di prezzo in area 150 dollari». Nello scenario migliore di un conflitto risolto entro metà aprile, invece, il Brent segnerebbe una media di 73 dollari nel 2026, con un picco nel secondo trimestre di 80 dollari, e un rapido ritorno ai livelli pre-crisi già nel 2027 (64 dollari). Al contrario, nello scenario peggiore, che vede Hormuz bloccato fino a fine agosto con danni gravi alle infrastrutture, la media 2026 salirebbe a 108 dollari, con un picco trimestrale di 145 dollari e prezzi ancora elevati a 70 dollari in media nel 2027, segnalando un rientro molto più lento e costoso.
La capacità di compensazione si è messa in moto: l’Iea, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha già spinto i Paesi aderenti, Italia compresa, a liberare riserve di emergenza per 400 milioni di barili, Venezuela e produttori non-Opec potrebbero incrementare l’output, e gli oleodotti sauditi ed emiratini sarebbero in grado di dirottare fino a 7 milioni di barili al giorno lontano dallo Stretto. Tuttavia, il nodo critico resta la durata del conflitto: oltre i tre mesi, lo shock energetico passerebbe da transitorio a strutturale, con impatti significativi su crescita e inflazione globali.
Più pesante e prolungato l’impatto sui prodotti raffinati, jet fuel e diesel in particolare, che potrebbero restare in deficit per l’intero anno.
Ancora una volta è l’Europa a pagare il prezzo più alto. Il blocco di Hormuz ha interrotto le esportazioni di gnl dal Qatar — circa il 4% delle importazioni europee di gas, ma con effetti amplificati dall’alta dipendenza del continente dal mercato spot del gas naturale liquefatto. Le scorte europee di gas, già al 28,5% della capacità al 22 marzo contro una media stagionale quinquennale del 41,2%, rischiano di non essere ricostituite in tempo per il prossimo inverno.
Nello scenario di base, il Ttf – il benchmark europeo del gas - potrebbe stabilizzarsi attorno a 70 euro/Mwh nel secondo e terzo trimestre, con una media annua di circa 59 euro, rispetto ai 36 euro del 2025. I danni agli impianti di liquefazione di Ras Laffan in Qatar potrebbero richiedere dai tre ai cinque anni per essere riparati, pesando sull’offerta mondiale di Gnl ancora a lungo.
L’Italia risulta tra i paesi più vulnerabili, con una dipendenza energetica dall’estero vicina al 74%. La Francia, grazie al nucleare, è relativamente più resiliente, ma dipende comunque dalle importazioni per oltre il 40% del proprio fabbisogno energetico.
Paradossalmente, la guerra ha punito i metalli preziosi invece di premiarli. L’oro aveva toccato il 29 gennaio 2026 un record storico a 5.595 dollari l’oncia, trainato da mesi di acquisti speculativi. Ma l’esplosione dei prezzi energetici ha costretto molti investitori, soprattutto in Asia e Medio Oriente, a liquidare posizioni in oro e argento per far fronte alle margin call sui contratti future su petrolio e gas.
A pesare ulteriormente sui metalli preziosi si aggiungono il rafforzamento del dollaro, il rialzo dei rendimenti obbligazionari e il timore che le banche centrali sospendano i tagli dei tassi previsti, o li invertano, per contenere le pressioni inflazionistiche. Anche alcune banche centrali della regione, come quella turca, starebbero valutando vendite di riserve auree per difendere le proprie valute.
Nello scenario di base, l’oro potrebbe scambiare attorno a una media di 4.390 dollari nel 2026 e 4.200 dollari nel 2027. L’argento, dopo la sovra-performance del 2025, dovrebbe registrare una correzione più marcata, con una media di circa 60 dollari nel 2026.
Il blocco di Hormuz ha colpito anche i metalli industriali, soprattutto l’alluminio: Qatalum in Qatar ha ridotto la produzione al 60%, mentre Alba in Bahrain ha tagliato la capacità del 20%. Tuttavia, secondo Intesa Sanpaolo, nei prossimi mesi il rallentamento atteso della domanda mondiale potrebbe prevalere sui timori di scarsità dell’offerta, esercitando pressioni ribassiste su rame, nichel, zinco e piombo. Il rame rimane il metallo su cui il giudizio è più negativo nel breve periodo, a causa degli elevati livelli di scorte globali.
Le materie prime agricole potrebbero subire nuovi rialzi nei prossimi mesi, con effetti che si protrarranno anche sui raccolti del 2027. La chiusura di Hormuz ha già interrotto circa un terzo del commercio mondiale di urea, e i costi di produzione sono in aumento per fertilizzanti, pesticidi, carburanti e catena del freddo. Cereali e zucchero sono i comparti in cui Intesa Sanpaolo vede il maggiore potenziale di rialzo dei prezzi. (riproduzione riservata)